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Filosofia teoretica

La parola "teoretica" in qualche modo è legata al vedere e quindi alla conoscenza, che è stato un tratto caratteristico della filosofia moderna. Questo lo si può dire, se si considera la divisione che fece Aristotele alle sue enciclopedie filosofiche, dividendo le scienze in scienze teoretiche, ossia quelle che hanno a che fare con il conoscere, come la metafisica, la fisica o la matematica, in scienze pratiche, ossia quelle che hanno a che fare con le azioni dell’uomo, come l’etica e la politica, e in scienze poietiche, ossia quelle che hanno a che fare con la produzione, come la poetica e la retorica.

Giovanni Reale

Giovanni Reale, filosofo contemporaneo, nella prefazione della sua Storia della filosofia greca e romana, sottolinea che in un mondo dominato da una sfiducia verso la filosofia in generale, si è inserita una sorta di filosofia della crisi della Filosofia, cioè un pensiero che teorizza la fine della filosofia. E legato a questa crisi della filosofia c’è il problema della de-ellenizzazione, ossia si vanno ad eliminare tutte le radici elleniche.

Nel corso degli ultimi due secoli, ci sono stati filosofi che hanno cercato di recuperare la filosofia, come Husserl che voleva superare la crisi con la fenomenologia trascendentale o come Nietzsche che voleva tornare, grazie anche all’aiuto di Wagner, ad una sua lettura dei greci nella prima fase della sua filosofia. Giovanni Reale si rende conto che la perdita di senso della filosofia ha teorizzato di conseguenza la fine della filosofia stessa, la quale negli ultimi secoli è stata sostituita dalle varie scienze sociali e tecniche, le quali hanno portato alla fine della filosofia, in quanto è viene ritenuto valido e accettabile solo ciò che può essere misurato e quantizzato.

Inoltre, da queste tecno-scienze, in particolare, si è formata una moderna mentalità politica, secondo la quale è valido solo ciò che cambia le cose, senza porsi il problema del cambiamento metanoia degli uomini stessi. Ciò porta a dire che non serve una teoresi o un contemplare la realtà, ma più un approccio pragmatico che porta l’uomo a calarsi nella realtà e a trasformarla. Quindi si vuole in qualche modo imporre un condizionamento di tipo attivistico che faccia cadere la filosofia o nello scientismo o nel pratico.

La teoria, però, è l’essere stesso della filosofia e si dà nella sua più alta forma, ossia la metafisica, pertanto si può dire che la filosofia teoretica ci porta a parlare della metafisica e della questione dell’essere. Se non fosse così, non ci sarebbe una contemplazione del vero, ma un’elaborazione di idee che vanno dietro a logiche pragmatiche e di potere.

Pertanto il discorso intorno all’essere non sarà mai vuoto, ma sarà sempre un discorso che deve spingere alla ricerca della verità. Infatti Possenti afferma che “La Filosofia, in specie quella teoretica, è una lotta per la verità ed in essa ne va di noi”.

Ma nonostante ciò, la filosofia sopravvive alla sua morte, perché ci sono ancora filosofie che parlano della morte della filosofia e del contesto in cui muore la filosofia: questi sono filosofi post metafisici che elaborano filosofie post-metafisiche, le quali hanno quindi fatti dei tentativi per risolvere il problema, ma essi sono stati contrari alla metafisica stessa, in quanto sono avvenuti nella metafisica. Pertanto il compito della filosofia, oggi, è quello di contestare lo scientismo, che ispira la maggior parte del mondo culturale e trovare un altro percorso, senza rifiutare la modernità ma confrontandosi con essa, in quanto si è al suo interno.

Hans Jonas

Hans Jonas nel suo saggio “Principio responsabilità. Etica per una civiltà tecnologica” affermava di essere alla ricerca di un fondamento metafisico per la morale, che ha una sua esistenza, va cercato e ha una validità che va al di là del soggettivo. Con tale pensiero, Jonas va in contrasto critico con le correnti filosofiche del XX secolo, secondo le quali erano accettabili solo quei problemi per i quali si poteva prospettare una risposta empiricamente verificabile e quindi quantizzabile. Ma Jonas si rifiuta di ridurre la filosofia a un qualcosa che bisogna verificare, in quanto essa potrebbe diventare semplicemente il luogo dove le scienze riflettono su stesse e la filosofia verrebbe meno nella sua intima natura.

Ontologia di Tommaso d’Aquino

Nella sua opera De ente et de essentia, Tommaso approfondisce il concetto di ente e di essenza, superando in essa quelle aporie emerse nell’ontologia greca. Il termine ente giunge tardi nella lingua latina, ma ha origine greca da il quale non aveva avuto traduzioni da Seneca, che aveva riconosciuto il limite della lingua latina, ma tale termine giunge a Roma con Severino Boezio, che lo traduce con ciò che è.

In particolare per ente si intende il concetto primo che la mente umana riesce a pensare. Tommaso d’Aquino riprende questa definizione e in particolare si affida e quindi studia la filosofia di Aristotele, attraverso varie traduzioni dall’arabo al latino. Ente ed essenza sono concetti fondamentali che vengono trattati in quest’opera da Tommaso, perché sono i primi, appunto, che concepisce l’intelletto; pertanto è fondamentale cogliere i loro significati e il rapporto con i primi predicabili, ossia con genere, specie, differenza specifica.

Ente

Per Tommaso l’ente è ciò che è e dal punto di vista filosofico è da intendere in due modi, ossia ciò che si divide nei dieci generi e ciò che sta a significare la verità delle proposizioni. Aristotele affermava che la verità ha a che fare con il giudizio e non coi i termini, perché ogni termine rimanda a quella cosa specifica. Quando Tommaso afferma ciò che si divide in dieci generi, intende l’ente reale, cioè la cosa concreta, ciò che è realmente. Per ente logico, invece, è la copula della proposizione che collega due termini, unendoli o separandoli, formando quindi una proposizione affermativa o negativa.

Ente logico

Se si afferma che l’affermazione è contraria alla negazione, la copula è non dice che l’affermazione esista, in quanto non esistono affermazioni, ma uomini che affermano e cose intorno alle quali fare affermazioni. L’affermazione è un ente logico e non un ente reale, quindi non esiste. Quindi si può dire che non tutto ciò che è oggetto di pensiero esiste in realtà così come è pensato.

Ente reale

L’ente reale è introdotto con il concetto di essenza: l’ente reale è l’ente di cui si può affermare l’essenza. L’essenza pertanto è ciò che si esprime nella definizione di quell’ente, è ciò che l’ente è. Per esempio, affermando "l’uomo è un animale razionale e politico", si sta affermando attraverso il linguaggio l’essenza dell’uomo, cioè ciò che veramente l’uomo è. Delle volte l’essenza è detta forma o natura: Aristotele la forma, con la materia, era contenuta nel sinolo (sostanza), ed esprime meglio la molteplicità dell’essenza in più enti.

Per natura è inteso invece ciò che l’uomo è nella sua umanità. Per Tommaso l’essenza di un uomo è la sua anima, continuando una tradizione iniziata con Socrate e poi riletta nel Cristianesimo. Quindi l’ente può esistere solo in quanto è qualcosa di determinato, pertanto l’uomo per poter esistere deve esistere come essere umano. E ciò che rende un uomo diverso dall’altro uomo è la sua essenza, ossia la sua anima, che è il principio che lo fa essere unico e irripetibile. Pertanto in Tommaso l’essenza dell’uomo è l’unione di corpo e anima, che formano un’unità indissolubile.

L’ente finito è una realtà in cui distinguiamo l’essere dall’essenza: ogni ente ha l’essere, ma non è l’essere stesso, poiché ogni uomo non riesce a realizzare tutta la sua umanità così come viene immaginata. Questo significa che ogni ente ha ricevuto il suo essere da altri, o meglio da colui che è l’essere, che non ha ricevuto l’essere da nessun altro: ossia Dio. Solo di Dio si può dire che è l’essere, degli altri enti finiti si deve solo dire che hanno ricevuto l’essere da Dio.

Tommaso riprende, inoltre, i concetti di potenza ed atto di Aristotele, dove la potenza è l’ente che riceve e l’atto è l’essere che si è ricevuti. Quindi l’ente reale non basta che abbia l’essenza per essere definito esistente, ma ha bisogno di un actus essendi, ossia a quell’essenza va conferito l’essere per dire che esiste. Quindi l’essenza è in potenza rispetto all’esistenza. Quindi Dio non ha un poter essere, in quanto non deve diventare niente, non è limitato da niente, non è finito, ma d’altra parte ha conferito l’essere agli enti e in particolare all’uomo per farli esistere, donando loro l’actus essendi.

Vittorio Possenti: l’ente

Secondo Possenti, l’oggetto di studio della metafisica è l’ente e non il pensiero o essere astratto come affermava Hegel. In particolare, nella filosofia antica, dove non esisteva il concetto di creazione e pertanto la materia era eterna, si pensava che l’ente esiste perché viene pensata la sua essenza e dire pensare l’essenza di un ente, significa dire rispecchiare nel pensiero ciò che l’ente è. È una filosofia che venne poi appoggiata anche da Hegel, il quale affermava che tutto deriva dal pensiero e non c’è nulla al di fuori di esso; conoscendo quindi la struttura del pensiero, che si conosce la struttura della realtà stessa che attraverso esso si sviluppa e si fa vedere.

Ma Possenti non appoggia questo idealismo hegeliano, ma egli parte dall’ente trascendentale e non dal pensiero o dall’essere astratto.

Realismo e antirealismo

Le posizioni di Hegel e Possenti possono essere viste come contrapposizione tra realismo e antirealismo: Possenti verso il realismo ed Hegel verso l’antirealismo. Quindi c’è l’obiettivo di ricostruire una filosofia realista, ribaltando l’antirealismo moderno. L’antirealismo è un problema filosofico che si è risolto nella postmodernità, al cui si collega l’oblio dell’essere, definito una questione inutile. E dove viene a dominare l’oblio dell’essere è assente un sano realismo, il cui scopo è la conoscenza dell’essere.

E nonostante i tentativi di ripresa di diverse correnti di pensiero contemporaneo, sono ancora presenti diverse aporie, come la riduzione della verità come consenso, oppure l’oggetto del conoscere è il linguaggio e non la realtà oppure si rifiuta un concetto di verità come un adeguarsi del pensiero alla realtà.

La prima aporia è stata di ridurre la verità come consenso, cioè il pensiero non è stato più in grado di cogliere la verità dell’ente, ritenendo l’ente un discorso senza senso, perché la conoscenza si ferma all’esperienza; pertanto la verità diventa non corrispondente alla realtà, perché la realtà si piega a ciò che la mente e la volontà vogliono che essa sia, arrivando al punto di creare una neo-lingua che non corrisponde alla realtà e quindi non dice più la verità.

Queste aporie portano quindi ad un rifiuto di concetto di verità come un adeguarsi del pensiero alla realtà, cioè quel processo attraverso il quale il pensiero dice la realtà, e ad un’imposizione di forme di nichilismo speculativo, cioè di quelle forme di pensiero che prescrivono all’ente ciò che l’ente deve essere.

Allora bisogna andare verso una filosofia realistica, cioè verso una filosofia che considera il reale come la causa e il contenuto del conoscere. Allora a quel punto sarà l’essere la misura del concetto e non viceversa, perché sarà la cosa a fare emergere ciò che penso e ciò che dico ed essere quindi causa del conoscere. Pertanto sarà l’ente ad essere il trascendentale primario e non il vero, cioè la verità viene da ciò che l’ente è. Quindi il pensiero è pensiero dell’essere, perché rende visibile nel linguaggio ciò che l’ente è e questo è possibile solo perché c’è un’apertura del soggetto conoscente all’essere.

Controrivoluzione copernicana

C’è bisogno di una conversione del pensiero, perché da Kant in poi si è affermato che non è il soggetto ad adeguarsi all’oggetto, ma viceversa, arrivando quindi a dire che l’essere pensato dell’oggetto dipende dal soggetto che lo pensa.

Il realismo parte dall’esperienza, non intesa alla maniera dell’empirismo, cioè come esperienza sensibile, o come intesa dall’idealismo, ossia il pensiero che produce la realtà. Ma l’esperienza del realismo va intesa come il farsi presente delle cose e dell’essere al pensiero, cioè è una presenza piena di contenuto che si dà ed è trasparente al pensiero stesso, il quale si pone in ascolto della realtà e la interroga nelle sue più profonde strutture.

Senso comune

Possenti parla di senso comune, che raggiunge verità e certezza, ma non attraverso teorie scientifiche o conoscenze quantizzabili, ma attraverso una comprensione originaria del mondo e di sé che è prescientifica, una comprensione che è sempre vera e che avvolge l’uomo e viene prima di ogni conoscenza rigorosa. Questa comprensione originaria si chiama senso comune, che spinge verso una filosofia sistematica ed aperta al mondo e alle cose che il mondo propone: questa è la nuova metafisica.

Lo scopo della filosofia, che spinge alla ricerca del vero e della verità, appaga l’uomo nella sua più profonda natura. Allora la filosofia teoretica diventa una lotta per la verità, la quale non è scontata, ma è frutto anche di un cammino contro le resistenze che si frappongono per non farci arrivare alla verità.

La filosofia teoretica come lotta per la verità

La metafisica può essere intesa come teologia razionale, ossia quella filosofia che è in grado di pensare Dio e di ammettere di conoscere che Dio esiste, senza dire però chi veramente Dio sia. La metafisica, intesa come discorso intorno a Dio, si conclude in Dio in quanto l’intelletto metafisico sta nel finito e raggiunge a fatica l’eterno.

Pur essendo lotta per la verità la filosofia non è e non può essere salvifica, ma rimane ricerca della verità da parte della parte più elevata e superiore dell’essere umano, ossia la sua capacità di capire. Essa non è un’introduzione alla vita devota, ma introduzione alla conoscenza dell’essere, dell’io e di Dio, oggetti di studio sia del pensiero che della teologia, differenziandosi per l’approccio usato.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher palma_alex_93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia teoretica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Istituto superiore di Scienze Religiose - Issr o del prof Scienze Storiche Prof.
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