Parte monografica su Agamennone di Eschilo
Tradizione manoscritta
Sulla prima fase della circolazione libraria dei testi tragici abbiamo pochissime informazioni sicure. Le prime notizie di rilievo sono quelle relative all’attività di Licurgo, che attorno al 330 a.C., fece depositare una copia ufficiale del testo delle opere dei tragici maggiori, e impose agli attori di attenersi ad essa per la messa in scena dei drammi. Non sappiamo però su quali fonti si basò Licurgo, né quale fosse la qualità del testo da lui fatta approntare, che potrebbe aver compreso parti spurie introdotte dagli attori.
La copia ufficiale di Licurgo fu in seguito acquisita da Tolemeo III Evergete per la Biblioteca di Alessandria. Proprio nell’ambito della Biblioteca i testi maggiori ebbero le cure di Aristofane di Bisanzio, che recensì il testo, cercò di dirimere le principali questioni relative all’autenticità e affrontò il problema della colometria delle parti liriche, scritte in antico come prosa continua; corredò, inoltre, ogni opera di brevi sommari, detti hypotheseis, che in qualche caso sono giunti sino a noi. In essi erano contenuti dati molto rilevanti, come la data di prima rappresentazione dell’opera, la classificazione nel concorso tragico, il nome delle altre tragedie che la accompagnavano e altro.
Sempre all’età ellenistica risale l’attività critica di Aristarco di Samotracia, che corredò i testi tragici di commenti nei quali erano discusse le principali questioni testuali e venivano glossati i termini più difficili. Anche Alessandro Etolo e Licofrone dedicarono le loro attività ecdotiche ad Eschilo. Ai commenti d’età ellenistica attinse ampiamente in età romana Didimo.
Alla fine del II secolo d.C. risale la formazione di un ekloghe dei testi più letti (selezione di 7 tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide), che coincide in pratica con il corpus delle opere giunte fino a noi. In età bizantina, nel IX secolo, in corrispondenza del rinascere dell’interesse per i testi antichi, fu progressivamente operata la traslitterazione dei vetusti manoscritti in maiuscola nella nuova e più pratica scrittura minuscola, un evento di grandissima rilevanza nella storia della loro trasmissione.
Principali testimoni
- POxy 2178: papiro di II secolo d.C., in scrittura maiuscola biblica. Riporta i vv. 7-17 e i vv. 20-30. Esso può riflettere un pezzo di età antonina, età di grandi scuole pubbliche, che potrebbero aver ridotto il canone delle tragedie. Testimonia che nell’edizione dell’Agamennone del II secolo d.C. era presente il v.7, la cui autenticità era dubbia. Inoltre, il v. 30 inizia in modo diverso rispetto alla tradizione medievale, cosa che ci fa pensare alla perdita di un verso nella suddetta tradizione.
- F: Laurentianus 31.8. Si tratta di un codice cartaceo, datato al 1335-48, che riporta tutta la tragedia.
- G: Marcianus Graecus 616. Si tratta di un codice del 1321, che contiene i vv.1-45 e i vv. 1095-1673.
- T: Neapolitanus II F 31. Si tratta di un codice, che contiene tutta la tragedia, scritto di suo pugno da Triclinio nel 1325. Possiede un ricco corredo di scolii e di interventi sul testo in ambito metrico che Triclinio ha tratto dallo studio di Efestione.
F, G, e T fanno parte di una stessa famiglia di manoscritti tricliniani, ovvero che riportano l’attività metrico-esegetica di Demetrio Triclinio, datati alla prima metà del XIV secolo e derivano tutti indipendentemente da un codice perduto τ, sul quale Triclinio aveva segnato le proprie note in una prima fase dei suoi studi eschilei.
M: Laurentianus Mediceus Gracus 32.9.
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