BRUTALISMO IN INGHILTERRA E IN GIAPPONE

In Gran Bretagna all’inizio la nuova architettura non riscosse molto successo, rimase un po’ ai margini nel periodo tra le due guerre, tant’è vero che si sono poche figure emergenti, come Mackintosh, negli anni dopo il 1945 la situazione cambiò. Tra i progetti dell’immediato dopoguerra vi furono le “New Town”. Nel centro urbano numerosi blocchi di appartamenti realizzati in serie, sorsero dalle macerie dei quartieri poveri del XIX secolo. Tra i rappresentanti della nuova generazione di architetti vi erano Alison e Peter Smithson, che prima di rimanere colpiti dall’Unitè d’Habitation di Marsiglia recuperarono l’esempio di Mies. Nella Hunstanton School a Norfolk, essi utilizzarono l’acciaio, con una pianta asimmetrica, riprendono Mies certo, ma mentre in questo i materiali sono lisci, gli Smithson non vanno ad abbellire, aggraziare l’acciaio, è tutto grezzo, come disse il critico Banham, i materiali erano composti così <<come trovati>>, suggerendo in tal modo il termine “New Brutalism”, che non sta per “abbrutimento”, ma viene dall’uso del cemento e dei materiali grezzi. Nelle casseforme di legno (che non veniva lisciato) veniva creato un cemento grezzo, c’è l’idea dell’anti-grazioso. Il Brutalismo ha lo scopo di avvicinarsi ai problemi sociali, a una cultura di massa. Gli Smithson parteciparono al concorso per l’intervento residenziale a Golden Lane.

Ebbero poche possibilità di realizzare le loro idee prima dei tardi anni ’50 in cui ricevettero dalla rivista The Economist, l’incarico di realizzare nuovi uffici da collocarsi vicino al Boodle’s Club, luogo di incontro per gentleman. Il progetto prevede tre torri di diversa altezza e smussate agli angoli, la più grande contenente gli uffici è sul retro del sito, la media contenente negozi e una banca, è in un angolo della via principale e la più piccola contenente appartamenti è situata in posizione arretrata sullo stesso lato in cui si trovava il Boodle’s Club. Successivamente progettarono i Robin Hood Gardens, in cui due spine sinuose definivano un’area verde protetta dal traffico e completata da una collinetta artificiale. Gli edifici non sono ortogonali tra loro. Le cellule sono sempre Duplex come quelle di Marsiglia, ma gli Smithson le migliorano. Ogni tre piani c’è un grande corridoio con due porte a destra e a sinistra. I vantaggi risultavano dal razionalizzare il sistema di scale, ascensori, affaccio, ma lo svantaggio era risultante da un corridoio sgradevole, buio, stretto e lunghissimo, e ciò che manca alle cellule Smithson è certamente il colore.
In Inghilterra vi è un altro architetto che vuole arricchire l’architettura moderna, James Stirling, che teneva una certa distanza dal gruppo principale. Progetta il Leicester University Engineering Building, formato da una torre sorretta da sostegni, che si erge al di sopra degli auditori ed è collegata a laboratori d’ingegneria. La scelta della forma a torre è esigenziale, il programma richiedeva una provvista idraulica di 31 metri.
Poi c’è un progetto per la facoltà di storia, nella Cambridge University, in cui integra la biblioteca con gli spazi didattici, infatti la sala lettura è un quadrante coperto da un tetto inclinato, semi-piramidale, vetrato, appoggiato a un blocco a forma di “L” in cui ci sono le aule e le stanze dei professori sono posizionate in alto, così la folla si concentra verso i piani inferiori. Da tutto l’edificio si vede gente che studia, nella biblioteca. Questa copertura inclinata rimandava alle serre e presenta un doppio strato in cui venne incorporato un cuscino ambientale di protezione contro le escursioni termiche. Stirling pensa che il vetro è il materiale adatto al clima inglese, non fa penetrare pioggia, ma fa penetrare la luce.
Realizza inoltre una residenza universitaria, il Florey Building in cui le stanze degli studenti circondavano una corte semiaperta rivolta verso i campi e gli alberi con al centro una sala per la colazione.
Un altro architetto di questi tempi fu Denys Lasdun, che utilizzava la tecnologia come un mezzo per realizzare un’architettura <<di paesaggio urbano>>. Il rapporto tra il singolo edificio e la sua collocazione storica era importante per Lasdun, e stimolò il suo progetto per la sede di un corpo accademico di medici a Londra, che doveva essere collocato vicino alle terrazze neoclassiche del Regent Park di Nash. La parte principale dell’edificio, era un bianco parallelepipedo posato su pilastri al di sotto dei quali c’erano aree d’ombra destinate a un vestibolo, biblioteca storica e stanza del censore. L’auditorium era in forma di protuberanza curva e inclinata rivestita in mattone color porpora e dietro l’auditorium si trovava un’area protetta. L’atrio principale conteneva una scala a spirale a pianta quadrata. Per Lasdun era molto importante il contesto che mette in comunicazione lo spazio interno ed esterno, come vediamo nel progetto per l’università di East Anglia, su un prato aperto verso il fiume Yare, in cui l’elemento architettonico dominante era la piattaforma, o livello rialzato, il sistema a gradoni degli edifici, i percorsi sopraelevati. Il sistema di stratificazioni fu rilevante nel suo successivo incarico per il National Theatre, a Londra, vicino al Tamigi. Le piattaforme vennero utilizzate per creare piacevoli viste sulla città storica.
In Giappone Kenzo Tange con il suo Gruppo Metabolism lavora nelle sue opere il cemento grezzo con particolare tensione emotiva. Il Giappone, pose le fondamenta del proprio Movimento Moderno tra le due guerre. La profondità della crisi del settore edilizio dopo la sconfitta militare andava oltre l’impensabile, nel 1945, al momento della resa il fabbisogno abitativo ammontava a 4,2 milioni di nuove abitazioni, così pensarono di risolvere il problema progettando unità a basso costo, realizzabili in meno di una settimana, basate sul modulo del tatami (una tradizionale pavimentazione giapponese composta da pannelli rettangolari affiancati fatti con paglia di riso intrecciata e pressata. Orientativamente il tatami è lo spazio occupato da una persona sdraiata, 90cm × 180 cm. Il tatami è utilizzato come unità di misura degli ambienti). Con lo scoppio della guerra di Corea nel 1950 si concluse in periodo di inflazione e s’inaugurò un boom economico così fu possibile dedicarsi alle costruzioni, ma con un lungo dibattito sulla questione di uno stile moderno giapponese. Con il trattato di pace di San Francisco che rendeva il Giappone indipendente dagli USA, rafforzò la consapevolezza delle tradizioni nazionali. Un edificio di svolta nel nuovo genere fu il Municipio a Kyoto di Mayekawa, in cui grezzi schemi in legno inseriti nelle travi di cemento prefabbricate venivano usate in modo analogo all’approccio per “parti assemblabili” proprio della tradizionale costruzione in legno giapponese. Tra gli architetti giapponesi del dopoguerra abbiamo Tange, allievo di Mayelawa e Le Corbusier. Nei suoi Monumento della Pace e Museo di Hiroshima, fece uso di una versione aggiornata dei Cinque Punti di una nuova architettura, ricca di schermi dedicati che costituivano i corrispondenti nipponici dei brise-soleil di Le Corbusier. Il miracolo economico giapponese stava prendendo forma rapidamente e sembrava minacciare sempre di più ogni moderata valutazione del passato e del suo significato. In architettura questo carattere iniziò a emergere negli schemi che celebravano la tecnica industriale a discapito di tutte le altre. La rapida crescita della popolazione del Dopoguerra, unitamente alla limitatezza della terra abitabile del paese, produssero uno sviluppo apparentemente incontrollabile e conferirono ai problemi della pianificazione urbana una posizione preminente. Tange rivolse le sue attenzioni ai problemi urbani di Tokyo, in uno schema che prevedeva un’estensione del reticolo urbano dentro la baia, con sostegni giganti emergenti dall’acqua (che contenevano servizi e ascensori) a cui si connettevano immense travi e ponti strutturali (che sostenevano case e altri servizi urbani).
Grandiosi schemi utopici, basati su un dispiegamento tecnologico, diventavano sempre più frequenti nei primi anni sessanta in Giappone. Un gruppo di giovani architetti, che si autodefinivano “Metabolist”, annucciarono il loro impegno nel processo stesso di cambiamento in progetti urbani visionari che mescolavano l’ossessione per il meccanicismo con un vago immaginario da navicella spaziale. Una delle figure chiave del gruppo, Kikutake, dichiarò che l’architettura contemporanea dev’essere mutevole, mobile, capace di venire incontro alle esigenze dell’età contemporanea. Molto della posizione metabolista ricordava i futuristi, per cui la città fosse una macchina dinamica costituita da parti mobili e variabili. Come i loro complementari Archigram in Gra Bretagna, i metabolisti fecero largo uso di capsule e cellule che potevano trovare posto in un’intelaiatura di travi reticolari.

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