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“ […] Ma dimmi, se lo sai, perché prima il monte ebbe tali sussulti, e perché tutti insieme parvero gridare fino alle pendici dove è bagnato dal mare”. Così, con la sua domanda, penetrò per la cruna del mio desiderio, a tal punto che solo con la speranza della risposta la mia sete si fece meno intensa.
Egli cominciò: “Non c’è cosa che la santità del monte consenta che sia senza ordine o fuori dalle norme divine. Questo luogo è avulso da ogni fenomeno atmosferico: non può esserci altra ragione che quella che il cielo riceve da sé e in sé. Per cui né pioggia, né grandine, né neve, né rugiada, né brina cade oltre la breve scaletta di tre gradini; non appaiono nuvole né dense, né rade, né lampi, né arcobaleno, che sulla terra cambia spesso luogo; il vento non si genera oltre quei tre gradini di cui ho parlato, dove ha sede l’angelo guardiano. Forse più giù il monte trema poco o molto, ma per il vento che si nasconde nella terra, non so come, quassù non ha mai tremato. Qui trema quando qualche anima si sente purificata, così che si levi o che si muova per salire; e quel grido accompagna il tremore. La sola prova della purificazione è la volontà, che, del tutto libera di cambiare luogo, sorprende l’anima, e la rende felice. Certamente vuole anche prima, ma il desiderio non glielo permette, desiderio che la giustizia divina, in contrasto con la volontà, pone per il tormento, come fu per il peccato. E io, che sono rimasto in questa cornice per più di cinquecento anni, solo ora ho sentito la libera volontà di un posto migliore: perciò hai sentito il terremoto e le pie anime lodare per il monte quel Signore, che presto li invii al Cielo”. Così ci disse; e poiché si gode tanto dal bere quanto è grande la sete, non saprei dire quanto egli mi diede piacere. E il saggio duca disse: “Ormai vedo la legge che vi trattiene qui e come essa si spezza, perché questo luogo trema e di cosa siete contenti. Ora ti piaccia di farmi sapere chi fosti, e perché sei rimasto qui tanti secoli, e dalle tue parole lo possa capire”. “Nel tempo in cui il buon Tito, con l’aiuto di Dio, vendicò le ferite da cui uscì il sangue venduto da Giuda, io ero sulla terra con il nome che più dura e riempie d’onore”, rispose quello spirito, “molto famose, ma ancora senza fede. Il mio canto poetico fu tanto dolce che, benché di Tolosa, Roma mi attirò a sé, dove meritai le tempie ornate di mirto. La gente sulla terra ancora mi chiama Stazio: cantai di Tebe, e poi del grande Achille; ma morii mentre componevo la seconda opera. Del mio ardore poetico furono seme le scintille che mi scaldarono, della fiamma divina per cui più di mille si sono illuminati; parlo dell’Eneide, la quale mi fece da madre, e mi fece da nutrice, mentre facevo poesia: senza essa non avrei prodotto nulla che avesse un qualche peso. E per essere vissuto in terra quando visse Virgilio, accetterei un anno in più del dovuto prima di completare la purificazione”. Queste parole fecero volgere Virgilio verso di me con volto che, pur tacendo, diceva ‘Taci’; ma la facoltà volitiva non può tutto; poiché la risata e il pianto sono così tanto legati al sentimento da cui derivano, che nei più sinceri seguono meno la volontà. Io sorrisi appena, come un uomo che accenna; perciò l’ombra tacque, e mi osservò negli occhi, dove il sentimento è più evidente; e “Possa tu ben portare a termine tanta fatica”, disse, “ma perché poco fa il tuo volto mi ha mostrato un lampeggiare di sorriso?”. Ora io sono legato da una parte e dall'altra: una mi fa tacere, l’altra mi prega di parlare; perciò io sospiro, e vengo compreso dal mio maestro, che “Non aver paura”, mi dice, “di parlare; ma parla e digli ciò che egli chiede con tanto desiderio”. Per cui io dissi: “Forse tu ti meravigli, antico spirito, del mio sorriso; ma io voglio che tu sia colto da più grande ammirazione. Costui che mi guida verso l’alto, è quel Virgilio da cui tu prendesti tutta l’ispirazione per cantare degli uomini e degli dei. Se hai creduto che ci fosse qualche altro motivo per il mio riso, lasciala per non vera, e credi soltanto che furono le parole che dicesti di lui”. Già si era inchinato ad abbracciare i piedi del mio maestro, ma egli gli disse: “Fratello, non farlo, poiché tu sei ombra e vedi un’altra ombra”. Ed egli rialzandosi: “Ora puoi comprendere la quantità d’amore che mi scalda per te, nel momento in cui io dimentico la nostra inconsistenza, trattando l’ombra come cosa solida”.

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