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Parafrasi III canto Paradiso


vv. (1-9):Inizia con una perifrasi per indicare Beatrice: il sole che per la prima volta accese di amore il mio cuore.
Beatrice mi aveva rivelato mostrando la verità e confutando il mio errore, il dolce aspetto della verità.
[Nell'incipit di un canto c'è sempre un collegamento con il canto precedente, infatti nel 2 canto, Dante aveva espresso dei dubbi sulle macchie lunari e Beatrice aveva risolto questi dubbi, per questo dice "mi aveva svelato il dolce aspetto della verità"].
Ed io per dichiararmi corretto nel mio errore, e convinto della verità, alzai il capo per parlare tanto quanto fu necessario, però apparve una visione che trattenne la mia attenzione, così che per vedere questa nuova visione, io dimenticai ciò che volevo dire a Beatrice.
[Ora appaiono queste anime a Dante come dei corpi trasparenti ed egli crede siano immagini riflesse in uno specchio, tant'è vero che si volta per vedere chi siano, mentre queste anime gli sorridono e gli dicono che in realtà sono immagini diafane; poi inizia a parlare Piccarda, una delle anime più cortesi.
La cortesia consiste nella predisposizione ad raccogliere ed esaudire tutte le domande che Dante le rivolge.]

vv. 10-18: Dante effettua sempre, per rendere più esplicite le sue visioni, le similitudini, infatti dice:
Come attraverso vetri trasparenti e puliti, oppure attraverso acque limpide e tranquille, e non così profonde che i loro fondi non siano visibili, i lineamenti dei nostri visi si riflettono, così evanescenti che una perla bianca posta sulla fronte giunge poco intensa al nostro sguardo, così io vidi molti volti disposti a parlare con me, per cui io caddi nell'errore opposto rispetto a quello che suscitò l'amore tra l'uomo e la fonte [qui si riferisce alla leggenda in cui Narciso, guardandosi in un fiume, pensò di vedere un uomo diverso da lui e si innamorò di se stesso; quindi Dante afferma di cadere nell'errore opposto al suo].

vv. 19-30: Appena io mi accorsi di loro, pensando che fossero delle immagini riflesse in uno specchio, volsi indietro lo sguardo per vedere chi fossero, però non vidi nulla, quindi volsi nuovamente lo sguardo in avanti verso lo sguardo luminoso della mia dolce guida (Beatrice), che sorridendo risplendeva negli occhi santi:
"Non meravigliarti per il fatto che io sorrida" mi disse "a causa del tuo pensiero infantile poiché esso non si basa ancora saldamente sulla verità, ma ti fa rigirare a vuoto come solitamente accade. Quelle che tu stai vedendo non sono delle vere sostanze, ma sono soltanto delle anime, confinate in questo posto per non aver portato a termine i loro voti".

vv. 31-42: [Ciò che Dante chiede a Piccarda è il suo nome e quella che è la sua condizione nel cielo della Luna]
(Sempre Beatrice): "Perciò parla con esse ed ascolta e credi a ciò che esse ti diranno, perché esse godono della luce divina che le appaga e non consente che esse si allontanino dalla vita" [per cui, ciò che ti diranno corrisponde sempre al vero]. Ed io mi rivolsi all'anima che sembrava più desiderosa parlarmi e cominciai quasi come un uomo turbato da un eccessivo desiderio:

"O anima, nata per la salvezza che illuminata dai raggi della vita eterna, avverti quella dolcezza che se non si prova, non la si può mai comprendere, mi sarebbe gradito che tu mi accontenti rivelandomi il tuo nome e la tua condizione".

vv. 43-51: (Piccarda): "La nostra carità non si oppone ad un desiderio giusto come è il tuo, non diversamente dalla carità di Dio che vuole che tutta la corte dei beati sia simile a sé. Nella vita terrena io fui una suora, e se la tua memoria si concentra attentamente, il fatto che io sia più bella non mi nasconderà a te, ma riconoscerai subito che io sono Piccarda, che posta qui insieme ad altri beati, sono beata nella sfera celeste che è il Cielo della Luna, che gira meno velocemente rispetto agli altri cieli (tarda= latinismo).

vv. 52-63: Continua Piccarda: "I nostri sentimenti che risplendono dell'amore dello spirito santo, sono felici, uniformandosi all'ordine che Dio ha stabilito. Questa nostra condizione che sembra essere più bassa rispetto a quella degli altri, c'è stata data perché i nostri voti non furono portati a termine e quindi furono, in parte, manchevoli". Perciò io le dissi: "Nel vostro aspetto meraviglioso risplende qualcosa di divino che vi trasfigura dai vostri primi aspetti, perciò io non sono stato pronto (festino= latinismo) a ricordarmi di te, ma ora mi aiuta ciò che mi stai dicendo, così mi è più agevole ricordarmi di conoscerti".

vv. 64-78: (Dante continua:) "Ma dimmi: voi che siete beate in questo cielo desiderate un cielo più elevato per contemplare Dio da vicino e quindi godere maggiormente della sua beatitudine?"

Dapprima sorrise un poco insieme alle altre anime, poi mi rispose così lieta che sembrava ardere del fuoco dello Spirito Santo:
"Fratello, la virtù della carità (che è la prima virtù che caratterizza le anime beate) appaga i nostri desideri e ci fa desiderare soltanto ciò che noi abbiamo, quindi non suscita in noi nessun altro desiderio, se desiderassimo una beatitudine maggiore, i nostri desideri sarebbero discordi con i desideri di Dio che ci distribuisce in Paradiso in diversi ordini e questa cosa, tu, vedrai non sussistere mai in questi cieli perché in Paradiso è necessario essere in spirito di carità e se consideri bene quale sia la natura della stessa carità (cioè carità e beatitudine in che cosa consistono? Nell'uniformarsi a quelli che sono gli ordini impartiti da Dio, la volontà di Dio).

vv. 79-87: "Anzi, è principio fondamentale di questa condizione di beatitudine, uniformarsi alla volontà di Dio, per cui i nostri desideri diventano un tutt'uno con quello divino, così che il modo in cui noi siamo distribuiti di cielo in cielo nel Paradiso, ci induce a volere ciò che Dio vuole e, nella volontà di Dio consiste il nostro pieno appagamento, essa è quel mare verso cui tende tutto ciò che essa crea e ciò che genera la natura".

vv. 88-96: Allora compresi come ogni luogo nel cielo è Paradiso, anche se la grazia di Dio non viene distribuita nei vari cieli alla stessa misura, ma così come accade se di un cibo ci si sazia mentre resta ancora il desiderio di un altro, si chiede quest'ultimo e si ringrazia del primo, così io feci con il mio atteggiamento e con le mie parole, per sapere da lei quale fu la tela da cui non aveva condotto fino in fondo la stola (metafora che sta ad indicare i voti di Piccarda non portati a termine).

vv. 97-105: (Dalle parole di Piccarda appare come una donna un po' fragile, infatti lei "fugge dal mondo e si chiude nell'abito monacale", quasi vedendo la monacazione come una protezione nei confronti della vita terrena)

"Una vita di santità ed alti meriti collocano in un cielo più alto una donna" (Santa Chiara, infatti Piccarda entrò nel convento delle Clarisse, che seguivano la regola di Santa Chiara) mi disse "secondo la regola della quale, giù nel mondo terreno si prendono l'abito ed il velo monacale, affinché sino alla morte si vegli e si dorma con Cristo, cioè con quello sposo che accetta ogni voto che la carità rende conforme alla sua volontà. Per seguirla, io ancora giovanissima, fuggii dal mondo, dalla società, ed indossai l'abito monacale e promisi che avrei osservato la sua regola.

vv. 106-114: Poi in seguito, uomini abituati più a compiere il male che il bene, mi strapparono fuori dall'amato convento, soltanto Dio sa quale fu, poi, la mia vita (Piccarda fa solo un piccolissimo accenno al matrimonio e a ciò che dovette soffrire dopo. Fu proprio il fratello che per motivi politici la fece rapire dal convento e la fece sposare con Rossellino della Tosa, però poi non abbiamo notizie di Piccarda dopo questo matrimonio forzato; la leggenda dice che lei sopravvisse poco al matrimonio, forse si ammalò di lebbra, tant'è vero che la lebbra viene paragonata ad una sorta di provvida sventura, cioè una provvidenza inviata da Dio per far si che il suo corpo non fosse toccato dal marito, e che morisse comunque vergine; sempre in questo cielo, oltre Piccarda c'è anche l'anima di Costanza d'Altavilla, la moglie di Enrico VI di Svevia, dal cui matrimonio nacque Federico II).
E quest'altra anima risplendente che ti appare alla mia destra e che si illumina di tutta la luce del nostro cielo, ciò che io dico di me va bene anche per lei, e così come a me, anche a lei fu tolto dal capo il sacro velo monacale (infatti Dante crede ad una leggenda secondo la quale anche Costanza d'Altavilla fu monaca e fu strappata contro la sua volontà dal convento per cui il matrimonio con Enrico VI viene considerato un matrimonio forzato, fatto contro la volontà di Dio infatti da questo matrimonio nasce Federico II che sarà capo dei Ghibellini, e veniva considerato come una sorta di anti-Cristo perché voleva affermare la supremazia dell'Imperatore sul Papa).

vv. 115 - 130: "Ma anche quando poi fu ricondotta nella vita terrena contro la sua volontà e contro ogni buona usanza, non si privò mai del suo velo monacale e del suo cuore. Questa è l'anima luminosa della nobile Costanza, che dal secondo imperatore di Svevia (Enrico VI) generò il terzo ed ultimo potente della dinastia di Svevia".
Così Piccarda mi parlò e poi cominciò a cantare l'Ave Maria e mentre cantava svanì, come un oggetto pesante svanì nell'acqua profonda. Il mio sguardo, che la seguì fin quando fu possibile, dopo averla persa di vista, si rivolse verso Beatrice (l'oggetto del suo maggiore desiderio), ma essa folgorò i miei occhi con la sua luce, a tal punto che la mia vista, in un primo momento non riuscì a sopportare questa profonda luminosità e ciò mi rese più lento nel porle le successive domande.

Spesse volte, alla fine del canto, Dante sveniva (soprattutto nell'Inferno), ora invece, il canto termina con il suo sguardo che viene folgorato dalla luce, che rappresenta l'elemento più importante del Paradiso, che diventa sempre più folgorante.

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