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Il sonetto appartiene a quelli in “lode” a Beatrice: l’amore del poeta nei confronti della donna è reso esplicito grazie agli effetti che essa produce, quando gli rivolge il saluto.
“e par che sia una cosa venuta dal cielo in terra per mostrare un miracolo” La donna qui è completamente privata della sua fisicità. È una creatura indefinita e ineffabile che non appartiene a questo mondo. La parola “cosa” deriva da “causa” che appunto si divise in “cosa” e “causa” e rappresenta la causa prima dell’azione, quindi Beatrice viene raffigurata come una causa o miracolo venuta dal cielo sulla terra (Epifania). La seconda quartina e la prima terzina sono collegate tra di loro tramite una anadiplosi risalente alle coblà provenzali.
L’ultima terzina può essere letta come l’abbandono del poeta alla visione della bellezza della donna, che lo fa sospirare d’amore. Secondo questa concezione, la donna con la sua grazia ed onestà evoca il mondo superiore di cui reca in se il “segno”. Questa lirica pertanto segna il passaggio dalla donna-angelo allo stadio simbolico di Beatrice, vale a dire alla sua percezione da parte del poeta di “specchio del mondo divino”.

Questo costituisce uno dei temi centrali della Vita Nova. La donna è divenuta in Dante vero e proprio miracolo. L’appartenenza a un’altra sfera, quella divina, fa si che ciascuno, di fronte al suo saluto, resti in silenzio, percorso da tremore, in uno stato di smarrimento che impedisce anche allo sguardo di posarsi su di lei.

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