Concetti Chiave
- Tra il 1942 e il 1943, l'esercito italiano in Grecia utilizza bombardamenti, incendi di villaggi e deportazioni per minare il supporto ai partigiani.
- Le azioni repressive in Jugoslavia, ordinate dal generale Mario Roatta, includono rastrellamenti e fucilazioni sommarie di sospetti.
- Le truppe naziste adottano tecniche simili ma su scala molto più ampia, con massacri di migliaia di civili in villaggi come Kraljevo e Kalavryta.
- Il bilancio della repressione mostra che le azioni naziste causano la morte di circa 150.000 civili in Grecia e tra 300.000 e 500.000 nei paesi occupati dell'Urss.
- La guerra è descritta come un conflitto non solo tra eserciti, ma anche come una guerra mirata contro i civili, con un alto numero di vittime innocenti.
Che tipo di violenza si è verificata in Grecia e Jugoslavia?
In Grecia tra il 1942 e il 1943 le azioni di bombardamenti e repressioni diventano particolarmente violente. L'esercito italiano ricorre alla tecnica di bombardare e incendiare villaggi, di saccheggiarne le riserve di viveri e gli attrezzi da lavoro, di deportare gli ostaggi nei campi di concentramento locali, nel tentativo di spezzare i rapporti (veri o presunti) tra comunità rurali e gruppi partigiani. Non meno dure sono le azioni repressive ordinate dal generale Mario Roatta (1887-1968), che dal 19 gennaio 1942 è il comandante della Seconda Armata che opera nella parte di Jugoslavia affidata alle truppe italiane. Come in Grecia anche in Dalmazia e in Croazia le truppe italiane procedono a rastrellamenti, fucilazioni sommarie e internamento di sospetti nei campi di concentramento.
Repressione nazista in Europa
Stessa tecnica repressiva viene adottata dalle truppe naziste normalmente su una scala molto più ampia e sistematica. Per fare solo qualche esempio, in Serbia nel villaggio di Kraljevo nell'ottobre del 1941 tra 4000 e 5000 persone sono falciate dalle mitragliatrici di reparti della Wehrmacht e gettate in fosse comuni; nella vicina città di Kraguievać vengono uccisi 2300 civili, compresa intere classi scolastiche con i loro insegnanti. Nel dicembre del 1943 nella cittadina greca di Kalavryta 674 uomini e 22 tra donne e bambini sono uccisi a colpi di mitragliatrice. Stesso trattamento è riservato ai villaggi greci di Komeno (317 morti, uomini, donne e bambini cui fa seguito la distruzione del villaggio), di Distomo (228 morti) e di Klissura (215).
Bilancio delle repressioni
Ma le azioni di repressione non riguardano solo la Grecia e la Jugoslavia. La lista potrebbe proseguire a lungo, ricordando iniziative analoghe che in questi anni le truppe tedesche mettono in atto in Boemia, in Francia, in Olanda e altrove. Un bilancio parziale degli azioni di repressione, presentata dallo storico Gustavo Corni, un docente di storia contemporanea all'Università di Trento, ci dice che durante la guerra esse hanno portato alla morte di 30.000 civili in Francia, 2000 nei Paesi Bassi, 150.000 in Grecia, fra 300.00 e 500.000 nei paesi occupati dell'Urss. Già le cifre di queste rappresaglie, unite ai dati relativi allo sterminio degli ebrei e alle vittime dei bombardamenti aerei, operati sia dalle truppe tedesche sia dalle forze alleate, ci suggeriscono che questa guerra è una guerra contro i civili oltre che una guerra tra esercito o tra formazioni combattenti.
Domande da interrogazione
- Quali furono le principali azioni repressive dell'esercito italiano in Grecia e Jugoslavia durante la Seconda Guerra Mondiale?
- Come si manifestò la repressione nazista in Europa durante la guerra?
- Qual è il bilancio delle repressioni in Europa secondo lo storico Gustavo Corni?
- In che modo le azioni di repressione durante la guerra influenzarono la percezione del conflitto?
L'esercito italiano, tra il 1942 e il 1943, attuò bombardamenti, incendiò villaggi, saccheggiò riserve di viveri e deportò ostaggi nei campi di concentramento, cercando di interrompere i legami tra comunità rurali e partigiani.
Le truppe naziste adottarono tecniche repressive su scala sistematica, come dimostrano i massacri di Kraljevo e Kraguievać in Serbia, e l'uccisione di civili a Kalavryta e in altri villaggi greci, con migliaia di vittime.
Secondo Gustavo Corni, le azioni di repressione causarono la morte di circa 30.000 civili in Francia, 2000 nei Paesi Bassi, 150.000 in Grecia e tra 300.000 e 500.000 nei paesi occupati dell'Urss, evidenziando la brutalità della guerra contro i civili.
Le rappresaglie e le vittime civili, unite allo sterminio degli ebrei e ai bombardamenti, suggeriscono che la guerra fosse non solo un conflitto tra eserciti, ma anche una guerra dichiarata contro i civili.