Concetti Chiave
- La coscienza, in filosofia, va oltre la semplice consapevolezza e include la voce interiore e il colloquio morale con se stessi, come sostenuto da Platone e Kant.
- A partire dal XVII secolo, Cartesio definisce la coscienza come consapevolezza soggettiva, identificandola con l'io e la sua autoevidenza esistenziale.
- Kant critica la distinzione tra sensi interni ed esterni, mentre Hegel considera la coscienza come lo spirito umano all'inizio del suo percorso verso lo Spirito assoluto.
- Nella filosofia dell'Ottocento e Novecento, si distingue tra Spiritualismo, che vede la coscienza come finita, e Idealismo, che la considera infinita e identica all'Infinito.
- Husserl, nella fenomenologia contemporanea, amplia il concetto di coscienza introducendo l'intenzionalità, sottolineando il rapporto logico-trascendentale con l'oggetto.
Significati della coscienza
Nell’uso filosofico coscienza ha molti significati che non si limitano a quello più comune di consapevolezza. In primo luogo coscienza è sinonimo di voce interiore, di interiorità ed indica quindi il colloquio del saggio con se stesso (Platone, Agostino, ma anche Kant), con forte connotazione morale.
Coscienza e filosofia moderna
In secondo luogo dal secolo XVII la coscienza assume il significato di consapevolezza soggettiva di sé e dei propri contenuti mentali: è Cartesio con il cogito che chiarisce le caratteristiche della coscienza: 1. intera vita spirituale dell’uomo in tutte le sue manifestazioni; 2. si identifica con l’io o sostanza pensante; 3. è autoevidenza esistenziale dell’io e modello di ogni altra autoevidenza. Kant enfatizza l’impossibilità di privilegiare le conoscenze date dal «senso interno» rispetto a quelle date dal «senso esterno». Per Hegel poi la coscienza è lo spirito umano all’inizio del suo percorso che si concluderà come Spirito assoluto. Nella successiva filosofia dell’Otto cento e del Novecento il richiamo alla coscienza comporta l’alternativa tra Spiritualismo, che la considera finita e propria dell’uomo, segno dell’infinito, e l'Idealismo che la considera invece infinita perché identica con l’Infinito.
Coscienza nella filosofia contemporanea
Nella filosofia contemporanea l’elaborazione più interessante della coscienza la troviamo nella fenomenologia di Husserl che, pur partenti do dalla coscienza tradizionalmente intesa, cioè come autointrospezione di esperienze vissute, recupera (dalla scolastica) il concetto di intenzionalità, per cui la coscienza è sempre coscienza di, le è essenziale il rapportarsi all’altro da sé, e il rapporto con l’oggetto è sempre un rapporto di natura logico-trascendentale e non psicologico.
Domande da interrogazione
- Qual è il significato di coscienza nella filosofia antica?
- Come si evolve il concetto di coscienza nel XVII secolo?
- Qual è l'approccio di Husserl alla coscienza nella filosofia contemporanea?
Nella filosofia antica, la coscienza è vista come una voce interiore e un colloquio morale del saggio con se stesso, come evidenziato da pensatori come Platone e Agostino.
Nel XVII secolo, la coscienza diventa sinonimo di consapevolezza soggettiva di sé, come chiarito da Cartesio, che la identifica con l'io e la considera autoevidente, mentre Kant sottolinea l'importanza di non privilegiare il senso interno rispetto a quello esterno.
Husserl, nella sua fenomenologia, recupera il concetto di intenzionalità, affermando che la coscienza è sempre coscienza di qualcosa e implica un rapporto logico-trascendentale con l'oggetto, piuttosto che un semplice rapporto psicologico.