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Giambattista Marino - L’elogio della rosa: testo, analisi e spiegazione

Spiegazione


L’incontro tra Venere e Adone avviene in circostanze del tutto casuali: una spina di rosa trafigge il piede della dea costringendola a interrompere il suo viaggio per cercare una sorgente e disinfettare la ferita. Adone giace addormentato accanto alla fonte; scorgendolo, Venere prove i primi palpiti dell’amore. Il narratore interrompe l’azione per rivolgere la sua attenzione alla rosa. Il lettore assiste alla costruzione di un emblema che rappresenta sinteticamente, per analogia, la situazione che si è determinata tra i due amanti. Poi le luci girando al vicin colle,
dov’era il cespo che ‘l bel piè trafisse,
fermossi alquanto a rimirarlo, e volle
il suo fior salutar pria che partisse;
e vedutolo ancor stillante e molle
quivi porporeggiar così gli disse:
“salviti il ciel da tutti oltraggi e danni,
fatal cagion dei miei felici affanni.
L'elogio alla rosa è un componimento che fa parte dell'Adone, il poema in ottave scritto da Marino che narra dell’amore tra Venere e Adone.
Il poeta riprende un mito già raccontato da Ovidio in 73 versi riscrivendolo in 40000. L’uso che egli fa dei materiali raccolti dai componimenti degli altri autori non costituisce un processo di imitazione, ma di variazione ingegnosa. In una lettera scritta ad un amico nel 1620 egli dice infatti di essere sempre stato abituato a leggere con il rampino (il gancio) annotando nello Zibaldone, il suo quadernetto per appunti, tutto ciò che considerava buono per poterlo riutilizzare successivamente. Nonostante la trama del mito sia molto semplice, il poeta la arricchisce con parecchi fili narrativi secondari.
Questo passo dell’Adone rappresenta un esempio efficace di metafora di proporzione, così definita perché la metafora in questione, in questo caso la rosa come regina dei fiori, serve da spunto per le metafore successive, collegate allo stesso campo semantico: la regalità. Dalla metafora di proporzione nasce una fitta rete di collegamenti che danno l’idea di un mondo equilibrato e armonioso retto da relazioni segrete tra le cose.

Testo


 Rosa, riso d'amor, del ciel fattura,    
Rosa del sangue mio fatta vermiglia,
Pregio del mondo e fregio di natura,
Della Terra e del Sol vergine figlia,
D'ogni ninfa e pastor delizia e cura,
Onor dell'odorifera famiglia;
Tu tien d'ogni beltà le palme prime,
Sopra il vulgo de' fior donna sublime.

Quasi in bel trono imperatrice altera
Siedi colà su la nativa sponda;
Turba d'aure vezzosa e lusinghiera
Ti corteggia d'intorno e ti seconda;
E di guardie pungenti armata schiera
Ti difende per tutto e ti circonda.
E tu fastosa del tuo regio vanto,
Porti d'or la corona e d'ostro ilmanto.

Porpora de' giardin, pompa de' prati,
Gemma di primavera, occhio d'aprile,
Di te le grazie e gli amoretti alati
Son ghirlanda a la chioma, al sen monile.
Tu qualor torna agli alimenti usati
Ape leggiadra, o zeffiro gentile,
Dài lor da bere in tazza di rubini
Rugiadosi licori e cristallini.

Non superbisca ambizioso il sole
Di trionfar fra le minori stelle,
Chè ancor tu fra i ligustri e le viole
Scopri le pompe tue superbe e belle.
Tu sei con tue bellezze uniche e sole
Splendor di queste piagge, egli di quelle;
Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,
Tu sole in terra ed egli rosa in cielo.
E ben saran tra voi conformi voglie:
Di te fia 'l sole, e tu del sole amante.

Analisi del testo

Nel componimento, Venere rivolge la sua attenzione alla rosa perché essa è il mezzo d’amore, il tramite che le ha permesso di conoscere Adone, innamorandosi di lui. Infatti la dea, punta al piede da una delle spine del fiore, si ferma presso la riva di un torrente, dove incontra il ragazzo. La rosa è dunque lo strumento d’amore: il fiore più bello che ha permesso alla più bella tra le dee di innamorarsi, così Venere esprime tutta la sua gratitudine nei confronti del più regale tra i fiori, elogiandolo.
Il poeta si riferisce alla rosa definendola “Donna sublime” perché la descrizione e l’elogio del fiore richiamano allusivamente l’immagine di una Signora nobile e altera: una regina. La rosa viene infatti considerata un simbolo prezioso di unica e rara bellezza e viene descritta come una regale imperatrice che siede sul suo trono.

L’analogia tra la rosa e la regina è espressa dai termini utilizzati dal poeta legati al campo semantico della regalità: d’or corona (immagine riferita ai petali del fiore che evocano simbolicamente una corona regale); d’ostro il manto (figura che richiama un nobile mantello); di guardie pungenti armata schiera (analogia che si rifà alle guardie armate di una regina).
Il poeta accosta all’esaltazione delle qualità della rosa la descrizione di un panorama circostante che può essere definito un locus amoenus: un luogo in cui tutti gli elementi della natura contribuiscono a dare l’immagine di un ambiente vivo, colorato ed elegante, creando così l’idea di un mondo armonioso; ed è proprio sulla base del luogo che fa da sfondo alla rosa che il poeta descrive il fiore più bello mettendo in evidenza la sua particolare ed unica bellezza. Così la rosa diventa “la bellezza tra le bellezze”: il fiore più regale e importante in uno scenario già elegante e raffinato.
L’ossimoro presente al verso otto dell’ottava 155 è “felici affanni” in quanto vengono accostati due termini che esprimono concetti contrari: solitamente gli affanni non indicano qualcosa di piacevole o di felice, tuttavia in questo caso caso gli affanni sono riferiti ai palpiti d’amore che la dea Venere prova nei confronti di Adone e quindi essi sono considerati piacevoli perché sono la testimonianza della nascita dell’amore, sentimento positivo che porta felicità e gioia.
All’interno del testo poetico sono presenti diversi elementi che richiamano le percezioni sensoriali. Quelli riferiti alla percezione tattile sono: trafisse; molle; pungenti. I termini che richiamano l’aria sensoriale del gusto sono: rugiadosi licori e cristallini; alimenti usati. Un riferimento alla percezione olfattiva è: odorifera famiglia. Il poeta privilegia il campo semantico legato alla percezione visiva. Egli utilizza molti elementi che contribuiscono a creare l’immagine di un mondo armonioso ed elegante. Essi sono: rimirarlo; vedutolo; porporeggiar, vermiglia; sponda; d’or la corona e d’ostro il manto; porpora dei giardini; gemma di primavera; ligustri; viole; splendor.
All’interno del testo, un elemento che contribuisce a creare l’effetto della meraviglia è il paragone che il poeta fa tra la rosa e il sole. L’autore racconta dell’amore tra la dea più bella, Venere, ed il più bello tra i mortali, Adone, dunque è necessario accostare alla descrizione della rosa un elemento altrettanto straordinario e, su un piano paritario, solamente il sole, la stella più importante, può reggere il confronto con il più bello dei fiori.
Così vengono comparati due elementi ugualmente straordinari, infatti il poeta dice che la rosa e il sole possono scambiarsi i ruoli: lui rosa in terra e lei rosa in cielo. Quindi la rosa, librata tra cielo e Terra, nutrita di terra e acqua, è il tramite attraverso il quale l’uomo (Adone) entra in contatto con la sorgente della vita: la femminilità di Venere.
Nel componimento sono numerosi gli elementi legati alla poetica della meraviglia. L’intento del poeta è proprio quello di suscitare stupore nel lettore, egli dice infatti: “È il fin del poeta la meraviglia, chi non sa far stupir vada alla striglia”. Marino si rifiuta di sottoporre il piacere estetico al fine pedagogico: l’obiettivo del poeta è far inarcare le ciglia, immagine che esprime l’emozione provata nel cogliere significati impliciti e nascosti.
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