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Un umanista non integrato


L’intellettuale umanista si caratterizza per la vastità e varietà degli interessi e delle conoscenze. In questo senso Leon Battista Alberti (1404-72), architetto, matematico, poeta, ma anche linguista e filosofo, ne rappresenta la perfetta sintesi,anche per la moltitudine dei luoghi in cui opera, lasciando un segno del suo lavoro. Di nobile famiglia fiorentina ostile alla signoria medicea, Alberti vive la maggior parte della sua vita lontano da Firenze – prima in esilio col padre, poi al servizio del papa –, senza riuscire mai a integrarsi all’interno della politica culturale dei Medici. Esemplare è l’episodio del «Certame coronario» (1441), un torneo poetico pensato da Alberti per assegnare la corona della poesia in volgare. Proprio la scelta
del volgare, laddove le preferenze di Cosimo de’ Medici andavano alla letteratura umanistica in latino, e dell’amicizia come tema del torneo – definita come «più corpi con un solo volere», dunque un’allusione
alla vita del Comune opposta alla signoria di uno solo – suonarono come una presa di posizione apertamente antimedicea. Cosimo de’ Medici orchestra allora il fallimento del Certame, conclusosi senza
vincitori per l’incapacità della giuria di sceglierne uno.

Un intellettuale d’avanguardia


L’opera letteraria di Alberti riflette la molteplicità dei suoi interessi e la sua esperienza di scrittore non integrato e “irregolare”. Egli scrive sia in volgare (è l’autore della prima Grammatica italiana in volgare) sia in latino. La sua opera volgare più celebre è rappresentata dai Libri della famiglia (1433-37), un dialogo in quattro libri sui temi principali del vivere civile. In esso si dà voce alla rivalutazione umanistica della dimensione terrena dell’esistenza e di questioni come l’economia, il denaro, il valore dell’industria (intraprendenza e operosità economica) e della masserizia (risparmio e oculata gestione dei beni): temi conformi al dinamismo della nuova borghesia mercantile o rurale.
Tra le opere principali in latino vi sono invece gli Apologhi (1438: brevissime favole morali), le prose narrative o dialogiche delle Intercoenales– che costituiranno un modello tematico e formale per numerosi autori da Ariosto a Leopardi – e infine il Momo o del principe (1447 circa), la più enigmatica delle sue opere.
Momo è un dio ribelle che porta la confusione in cielo e in terra svelando le contraddizioni della realtà. L’autore anticipa così quella visione pessimistica, scettica e ironica, che rappresenta l’altra faccia dell’Umanesimo-Rinascimento e si pone alla radice dell’inquietudine dell’uomo moderno.
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