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Svevo


Nato in una ricca famiglia di origine ebraica, a Trieste nel 1861, Ettore Schmitz è conosciuto come Italo Svevo, nome che rileva la sua duplice cultura, per metà italiano e per metà tedesco.
Nel 1880 a causa di problemi economici è costretto a lavorare in banca; intanto legge romanzi francesi e i classici italiani. Studia Schopenhauer e parteciperà attivamente ad alcune riviste triestine come "L'indipendente". Legge Darwin e aderisce, per qualche tempo, alla cultura positivistica e al Naturalismo, avvicinandosi anche al socialismo. In questo periodo, segnato dalla morte del fratello, scriverà Una vita (1892) e Senilità.
Nel 1892 muore il padre e Svevo incontra la cugina Livia Veneziani, proprietaria di un'industria, con la quale si sposerà. Svevo si avvicinerà dunque al lavoro della famiglia della moglie.
Nel 1899 annuncia il silenzio letterario e il suo intento ad abbandonare la letteratura che durerà sino al 1918. In questo periodo studierà i filosofi mitteleuropei (Nietzsche e Freud) e conoscerà, a Trieste, Joyce con il quale nascerà una stretta amicizia. Durante la guerra riesce a ricavare altissimi profitti con la sua azienda.
Nel 1919 inizierà la stesura de La coscienza di Zeno ché uscì nel 1923 e si diffuse anche in Europa per merito di Joyce.
In Italia Svevo poté contare sulla solida amicizia con il giovane Eugenio Montale.
Morirà infine nel 1928 a seguito di un incidente automobilistico.

La cultura di Svevo è stata influenzata da "grandi" della sua epoca, in particolar modo da due filoni di pensiero contraddittori: da un lato il positivismo, la lezione di Darwin, il Marxismo e, dall'altro canto, il pensiero negativo si Schopenhauer e Nietzsche. L'esigenza di ricondurre a chiarezza scientifica lo studio dell'inconsio riconduce al positivismo mentre la sottolineatura dei limiti della ragione e della volontà rispetto al potere delle pulsioni e delle forze inconsce rientra nel nuovo clima culturale affermatosi a cavallo dei due secoli.
Aderisce anche al pensiero di Freud condividendone la ricerca inconsia del piacere e l'ambiguità dell'io e la psicanalisi come tecnica di conoscenza, reprimendola però sia come ideologia che come terapia medica. Il rifiuto della psicanalisi come cura rivela una difesa, da parte di Svevo, dei diritti dei malati rispetto ai sani. La nevrosi è un segno positivismo di non rassegnazione e la cura renderebbe il paziente più "normale" ma in lui le pulsioni vitali si spegnerebbero.

La letteratura per Svevo, in particolar modo dopo La coscienza di Zeno, è concepita come recupero e salvaguardia della vita. L'esistenza vissuta, trasportata su pagina, viene sottratta al flusso oggettivo del tempo. Definitivamente "morta" è solo la vita non raccontata. Soltanto se l'esistenza sarà narrata o "letteraturizzata" sarà possibile sottrarsi alla vita orrida, vera.

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