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Dona lombarda


Se ne trovano varie versioni in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto, in Emilia, in Toscana e anche in Puglia, in Campania e in Lazio. Ovviamente cambiano la lingua e i particolari della storia, ma il nocciolo è sempre lo stesso: una donna sposata viene convinta dal suo spasimante ad avvelenare il marito, che però scopre il tranello e si vendica uccidendola.
Lo scopritore di questa canzone, Costantino Nigra, ipotizzò che la storia raccontata rielaborasse in chiave leggendaria la storia della regina longobarda Rosmunda, che è molto simile, e che quindi risalisse all’alto Medioevo.
Nella versione , raccolta in Liguria, la donna tenta di avvelenare il marito mescolando al vino “la lingua di un serpentin” ma viene smascherata dal figlio “di pochi mesi” che miracolosamente si mette a parlare ed è costretta a bere lei stessa il veleno. La lingua non è il ligure, ma l’italiano popolare (“dona” per “donna”, “venireva” per “verrei”, “marì” per “marito”, “de lu tuo padre” per “di tuo padre”, “butala” per “mattila”, “riva” per “arriva”, “come la vale” per “come mai succede che”, “intorbolì” per “intorbidato”). La musica è straordinariamente drammatica e sembra sottolineare l’inevitabilità del destino d’amore e di morte della donna. Forma metrica: ballata
Pàtite, amore, adeo: È uno dei primi documenti poetici in italiano: “vai via, amore mio, è già l’alba, vai via prima che ci troviamo qui assieme. Dio ti assista, che ci possiamo incontrare di nuovo presto”. Tecnicamente è un’”alba”: una canzone ambientata al sorgere del sole, quando i due giovani innamorati, che hanno trascorso la notte insieme di nascosto, si devono lasciare per non essere scoperti. La canzone si è conservata, insieme a molte altre di vario argomento, nei Memoriali bolognesi: serissimi documenti notarili del Duecento in cui gli spazi bianchi fra un documento e l’altro venivano riempiti con testi di canzoni popolari.
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