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Meriggiare pallido e assorto ~ Ossi di seppia
Meriggiare = trascorrere il pomeriggio. (Utilizza i verbi all’infinito per rendere la poesia universalmente valida)
Il poeta trascorre le ore successive al pranzo con il viso sbiancato per il caldo e con l’animo assorto nei pensieri vicino ad un rovente muro di cinta di un orto. Essendo immerso nella campagna (“tra i pruni e gli sterpi”) può ascoltare tutti i rumori naturali tra i rovi e le sterpaglie, quali il verso del merlo (“schiocco” perché è un verso secco) e il frusciare delle bisce (perché l’ora del giorno è molto calda e vanno a nascondersi in mezzo all’ombra).
Il poeta vede le formiche in fila sulla pianta usata per fare il foraggio(“veccia”) e sulle crepe del suolo (secco, perché inaridito dal sole). Sopra i piccoli mucchi di terra (“minuscole biche”), le formiche si intrecciano tra di loro.
Tra i rami, in lontananza, si vedono le increspature del mare che, colpite dal sole, luccicano come scaglie. Nel frattempo si ode il frinire delle cicale proveniente dalle colline bruciate dalla calura.

Camminando sotto il sole che abbaglia si è colpiti da una luce che ti stordisce. Non vedendo più nulla, si sente, con triste meraviglia (ossimoro) com’è tutta la vita, l’esistenza e la sofferenza della vita stessa (= la fatica di vivere) in questo andare avanti accanto ad un muro. Il muro diventa inoltre una muraglia, ovvero qualcosa di più complicato da superare, e tra l’altro invalicabile, dovuto ai cocci che ha nella parte superiore. Camminando accanto a questo muro (per ripararsi dal sole) non si vede dall’altra parte: non si potrà mai sapere cosa ci aspetta dall’altro lato del muro. L’uomo non capisce perché soffre e mai riuscirà a capirne il segreto.

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