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Ludovico Ariosto – Opere minori



Lirica Latina (1494 e il 1503) opere mai raccolte dall'autore= formazione umanistica di Ariosto, riprendono i modelli classici (come quelli di Orazio, Catullo, Virgilio). Di proprio inserisce un intonazione più realistica (contrasto fra durezza quotidiana e Otium letterario).
Vi è la presenza di epigrammi. In epoca tarda si ricerca una sorta di intimità Borghese.

Rime volgari (1493 e 1527), opere mai raccolte dall'autore = scritte durante tutta la sua vita. Vi sono temi d'occasione, come gli avvenimenti della storia contemporanea ma buona parte delle rime si concentra intorno al tema dell'amore e della donna amata (Alessandra Benucci). Sono presenti varie suggestioni culturali come la lirica cortigiana del secondo Quattrocento e alcune influenze contemporanee(come quella di Bembo). Questo stile di poesia amorosa è molto differente rispetto a quello di Petrarca: vi sono spunti più affettuosi e intimi persino scherzosi e di caldo erotismo (come i classici latini).

I capitoli = scritte in terzine dantesche, usato nel 300 per parlare di temi allegorici e dottrinali, assume nel Quattrocento la forma della conversazione e tratta temi di carattere politico e morale.

Commedie = si occupò professionalmente del teatro. Inizialmente si utilizzavano traduzioni e adattamenti di commedie latine ma sì passò anche all'elaborazione originale. Ariosto scrisse La Cassaria (1508) e i Suppositi (1509). Ariosto mirò a un'alta dignità artistica e prendeva spunto dagli autori latini, come ad esempio Plauto. A differenza dei classici che erano scritti in versi, lui iniziò a scriverle in prosa. Le sue prime opere riprendono lo schema plautino a cui si aggiunge la suggestione della novella italiana, introdotta da Boccaccio. La trama è piena di intrighi ed equivoci ma si conclude con un lieto fine. La scena è collocata in ambienti borghesi cittadini. Interruppe per 10 anni la scrittura di commedie per poi riprenderle intorno al 1520, iniziando a scriverle in versi e non più in prosa. Scelse il verso endecasillabo sciolto sdrucciolo. Nel 1520 inviò a Papa Leone XI il Negromante, opera ideata nel 1509 ma rielaborata con l'aggiunta di nuove scene nel 1529. Nelle prime commedie troviamo Intrecci di trovate comico-furfantesche a cui si sostituiscono intenti di satira di costume. Nella Lena si ha il tema dell'interesse economico, con riferimenti alla realtà Ferrarese con spunti satirici nei confronti della disonestà e della corruzione. Si ha una visione disincantata e amara dell’uomo che appare mosso solo dagli interessi utilitaristici e meschini. a partire dal 1518-1519 abbozzò una nuova opera gli Studenti, che risulterà incompleta (dall’atto IV) e sarà completata dal fratello e dal figlio dopo la sua morte. Lui ritornò anche sulle commedie in prosa, riscrivendole in versi.

Le lettere (epistole) = scritte dal 1498 al 1532, sono circa 214 (quelle pervenute). E’ differente dagli epistolari umanistici e non sono considerabili opere letterarie. Erano delle lettere private (documento autentico) che riguardavano relazioni diplomatiche ed eccetera. Lo stile è semplice e immediato.

Satire (1517 e 1525) = scrisse sette satire in forma di lettere in versi, indirizzate a parenti ed amici. La Stampa fu curata dopo la sua morte (1534). Si rifà a dei modelli classici di Orazio (satire ed epistole). Ariosto è molto vicino all'ideale di una vita quieta e modesta ma indipendente da ogni servitù (idea già ripresa da Orazio). Impiega il modello del capitolo in terzine dantesche.
La satira I è indirizzata al fratello Alessandro e all'amico Ludovico e in essa Ariosto spiega perché non ha seguito in Ungheria il cardinale Ippolito insistendo sulle incompatibilità degli incarichi pratici con la vocazione letteraria.
La satira II è rivolta al fratello Galasso e contiene una rappresentazione critica e polemica della corte papale.
La satira III è rivolta al cugino Annibale e tratta della condizione del poeta al servizio di duca Alfonso, ribadendo la sua esigenza di autonomia della corte.
La satira IV è destinata a Sigismondo Malaguzzi, qui descrive la sua difficoltà come governatore della Garfagna, il rimpianto dell'attività letteraria interrotta, la nostalgia della sua città e della sua donna.
La satira V è rivolta di nuovo a suo cugino Annibale, è una disamina dei vantaggi e degli svantaggi della vita matrimoniale.
La satira VI è indirizzata a Pietro Bembo, dove Ariosto gli chiede consigli sull’educazione di suo figlio Virginio, esprime il suo dispiacere per non aver potuto studiare il greco e seguendo la tradizione umanistica esalta la funzione incivilitrice della poesia.
La satira VII è dedicata a Bonaventura Pistafilo, qui il poeta motiva il suo rifiuto di andare a Roma come Ambasciatore ed esprime il suo amore per Ferrara, che lui Chiama Nido Ferrarese.
La struttura dei componimenti segue quella oraziana, ossia "la chiacchierata alla buona". Si ha però anche una struttura intimamente dialogica: il poeta vi dialoga continuamente, con se stesso, col destinatario o interlocutori immaginari. I temi centrali sono la condizione dell'intellettuale Cortigiano, il limite e gli ostacoli che essa pone alla libertà dell'individuo, l'aspirazione ad una vita quieta ed appartata, lontana da ambizioni ed invidia di corte; parla anche della follia degli uomini che inseguono oggetti vani, fama, successo, ricchezza. L'atteggiamento è ironico e raramente polemico.
Lo stile è colloquiale, volutamente prosaico ed impiega modi di dire della lingua parlata.