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Dialogo di un folletto e di uno gnomo - Analisi del testo


Il “Dialogo di un folletto e di uno gnomo” è una delle Operette Morali di Giacomo Leopardi scritta nel 1824, ovvero prima del “Dialogo della Natura e di un Islandese”.

Rispettando le caratteristiche tipiche delle Operette Morali, il dialogo non presenta una cornice introduttiva ed inizia quindi, senza alcuna presentazione, con l’incontro dei due interlocutori: il folletto, uno spirito dell’aria, e lo gnomo, che vive nelle cavità della Terra.
I due personaggi si trovano in un mondo reso deserto e silenzioso dalla tragica scomparsa della specie umana, distrutta dalle continue guerre tra gli uomini e dai numerosi altri modi che essi hanno sfruttato per “far contro alla propria natura”. L’universo sembra rimanere impassibile di fronte a questo drammatico evento; il folletto e lo gnomo, dopo aver indagato e discusso le cause di questa scomparsa, sorridono ironicamente assieme al Leopardi sulla sciocca presunzione che gli uomini hanno avuto nel credere che il mondo fosse “fatto e mantenuto per lor soli”.

Il pensiero del Leopardi, in questo dialogo, è quello del pessimismo storico: inizialmente, l’uomo nasce felice circondato dalla natura, dalla quale poi si distacca gradualmente attraverso la ragione, andando incontro al proprio destino doloroso (o in questo caso, alla propria estinzione). E’ presente anche un accenno al pessimismo cosmico, che caratterizza nettamente l’operetta successiva (“Dialogo della Natura e di un Islandese”), poiché la natura sembra essere indifferente alla scomparsa del genere umano. Il folletto parla del Sole, delle stelle, dei fiumi e dei mari che continueranno a condurre la propria esistenza non curandosi della tragico avvenuto.

Il tema principale è quello della scomparsa del genere umano, evento successivamente considerato come irrilevante e degno d’ironia. Tutto ciò di cui gli uomini si son sentiti orgogliosi inventori e che avevano ritenuto di grande importanza (come i giornali o i calendari) sono, in realtà, cose inutili, la cui mancanza non comporterà alcun cambiamento nella natura. Il secondo tema presente è quello della critica all’antropocentrismo: l’uomo ha sempre creduto che l’universo fosse fatto apposta per lui. Questa convinzione dell’essere umano lo aveva portato a ritenere, per esempio, che il cielo stellato fosse stato fatto tale per illuminare la notte di tutti quanti gli uomini.

Leopardi si rivede nel personaggio del folletto, poiché cerca di smentire l’antropocentrismo inizialmente sostenuto dallo gnomo e lo convince dell’effettiva morte del genere umano. Il folletto, inoltre, si rivela più informato dello gnomo; nella parte finale del dialogo emerge che tutti e due hanno gli stessi pregiudizi degli uomini e sono giunti alle stesse conclusioni, esponendo entrambi le idee anti antropocentriche del poeta.

Tipico delle Operette Morali è il carattere surreale dei luoghi dove si svolgono i dialoghi: il Leopardi non ci fornisce alcuna descrizione dell’ambiente proprio per dare un senso di generalità al discorso. In questo caso i due personaggi si trovano in una natura stranamente spopolata e silenziosa, che continua il suo corso impassibile.

Il linguaggio dell’operetta è colloquiale, con battute brevi, ritmo trattenuto e lessico ricco di termini quotidiani che rivelano l’informalità dei rapporti fra i due. Sono presenti, inoltre, molti momenti ironici all’interno del dialogo che mettono in evidenza la ridicola presunzione dell’uomo nei confronti della natura.

L’operetta può essere accostata a vari dialoghi, come ad esempio “Dialogo di Tristano e di un amico”, per la presenza della polemica verso la cultura romantica, che riteneva che l’uomo vivesse in una condizione privilegiata. Il testo può essere ulteriormente paragonato a “Dialogo della Natura e di un Islandese” o a “Canto Notturno di un Pastore errante dell’Asia” per il semplice fatto che in tutte e tre le opere è presente il tema dell’indifferenza della natura di fronte al dolore dell’essere umano.
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