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Dinanzi alle terme di Caracalla - Commento

Tratta dal primo libro delle Odi Barbare e composta durante il soggiorno a Roma nel 1877, questa lirica di Giosuè Carducci si ispira ai resti delle celebri terme di Caracalla. Tali terme sono il simbolo di una romanità ormai perduta e ancora oggi colpiscono per l’architettura e l’audacia del progetto, sebbene gli italiani siano ormai insensibili di fronte al glorioso passato che li ha caratterizzati.
Schema Metrico: ode in stile saffico in dieci strofe, ognuna con tre endecasillabi e un quinario. Sono assenti le rime.
Analisi del testo e breve commento. Le prime strofe della lirica inquadrano il paesaggio, piuttosto livido, in cui si trovano due personaggi buffi: una turista inglese e un pastore romano. La donna curiosa alza di tanto in tanto lo sguardo dalla guida per ammirare le affascinanti rovine romane, mentre il pastore è completamente indifferente a ciò che gli sta intorno. Entrambi passeggiano in un luogo desolato, tra la solitudine e la tristezza che si avverte per la caduta di un così glorioso impero. Sembra quasi che stia per piovere e, dalle rovine che si alzano minacciose verso il cielo, arriva uno stormo di corvi. Gli uccelli, immagina Carducci, chiedono adirati alle mura come mai sono state innalzate al cielo. Nel mentre, suona la campana del Laterano, che infonde un senso di inquietudine nei protagonisti.

Le ultime cinque strofe sono, invece, un’invocazione del poeta. Nella campagna paludosa e malsana dei dintorni di Roma, Febbre (divinità della malaria) diffonde la malattia tra le persone e viene invocata da Carducci (alla fine) perché possa custodire questi luoghi e tenerli lontani dagli uomini profani dell’età moderna. Nel frattempo, il poeta ci offre uno scorcio di quella che era la gloriosa Roma del passato. Ma Roma è la Città Eterna, per cui “dorme” tra i colli su cui è sorta, non è morta.
In conclusione, il tema dell'ode è la nostalgia di un mondo di grandezza perduta. Purtroppo gli uomini di oggi non sanno più rivivere l'orgoglioso senso della potenza di Roma antica, avendo smarrito l’idea della sacralità e la gloria del passato, contrapposte al menefreghismo degli uomini d’oggi. Sospinti dall’urbanizzazione, non si rendono conto di vilare luoghi sacri su cui ancora aleg-gia lo spirito di Roma. Da qui l'invocazione alla Febbre, perché tenga lontano da tali luoghi individui tanto mediocri. Questa lirica, inoltre, interessò molto il fascismo, poiché esaltava la romanità, la gloria del passato.

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