L'Italia postcoloniale
Il postcoloniale italiano: costruzione di un paradigma
Cristina Lombardi-Diop – Caterina Romeo
In Italia l’inizio del processo di decolonizzazione non ha coinciso con l’inizio dell’era postcoloniale. Nel periodo che va dal 1890 al 1943, l’Italia ha colonizzato l’Eritrea, la Somalia, la Libia, l’Etiopia, le isole del Dodecanneso e l’Albania. L’Italia ha ufficialmente rinunciato al proprio impero coloniale con il Trattato di Parigi del 1947, ma aveva già perso le colonie dopo la sconfitta subita dall’esercito britannico in Africa orientale nel 1941 e in Libia nel 1943. L’Italia, però, continuò ad avere relazioni di tipo coloniale con questi paesi anche quando essi cessarono di essere colonie italiane. Inoltre, il processo di decolonizzazione nelle colonie italiane fu il risultato dell’indebolimento, e poi della sconfitta, del regime fascista. Gli effetti economici e culturali del colonialismo sono tuttora presenti in molti paesi, compresa l’Italia.
Nel contesto italiano, il termine “postcoloniale” è stato utilizzato per esplorare il continuum storico-culturale che collega il passato coloniale italiano alla contemporaneità. L’Italia ha una lunga storia di migrazioni, sia transatlantiche, sia transmediterranee. Tra il 1876 e il 1976, circa 26 milioni di italiani hanno lasciato il paese. Non appena lo stato ha raggiunto l’unità politica, ha cercato di proiettare la propria identità culturale al di là dei propri confini, acquisendo inizialmente territori sul Mar Rosso (1882) e successivamente l’Eritrea (1890). L’emigrazione e la colonizzazione dell’Africa sono state analizzate come fenomeni correlati, che avevano origine nella necessità dello stato appena formatosi di stabilire economie transnazionali a supporto di quella nazionale. Infatti, la parola “colonia” è stata usata per riferirsi tanto ai possedimenti italiani d’oltremare, quanto alle comunità di emigranti nel mondo. Tuttavia, l’emigrazione coloniale non raggiunse mai i numeri della Grande Migrazione verso gli Stati Uniti.
Se da un punto di vista storico il Risorgimento coincise con l’espansione coloniale e la migrazione, da un punto di vista socio-economico esso non riuscì ad incorporare a pieno gli italiani del Sud all’interno della nazione unificata. Per cui la scrittura degli immigrati italiani in Canada e negli USA è un’espressione di quella condizione postcoloniale. Le posizioni critiche sul Meridione d’Italia derivano in gran parte dal lavoro di Antonio Gramsci sulla questione meridionale e sul concetto di subalternità. Le riflessioni gramsciane sul senso comune, sull’egemonia culturale e sulla coscienza politica, elaborate per il contesto italiano, sono tanto più rilevanti perché applicate al contesto coloniale da numerosi teorici, tra cui Edward Said. Dalla loro analisi emerge che Gramsci comprese con largo anticipo che il capitalismo italiano promuoveva l’espansione coloniale prevalentemente per fini ideologici, cioè per rafforzare l’egemonia dello Stato e l’unità nazionale a scapito del Mezzogiorno. Gramsci comprese che le lotte contro la schiavitù e il colonialismo erano una condizione imprescindibile al raggiungimento della maturità politica necessaria per ogni liberazione.
Nel secondo dopoguerra, mentre altre nazioni europee ricevevano i flussi migratori provenienti dalle proprie ex colonie, l’Italia era ancora un paese di emigrazione, che mandava i propri cittadini a lavorare in Germania, Austria e Svizzera sulla base di accordi bilaterali. Un altro flusso migratorio era costituito da coloro che si trasferirono nelle regioni industrializzate del Nord dal Meridione d’Italia (“migranti coloniali interni”). A differenza della Gran Bretagna, della Francia e dei Paesi Bassi, l’Italia ha avuto una decolonizzazione irregolare, dal momento che non è divenuta meta di migrazioni spontanee di massa provenienti dalle ex colonie.
Al contrario, in Italia ci furono principalmente arrivi sporadici di giovani intellettuali etiopi e di studenti somali che venivano mandati a studiare nelle università europee in modo tale da acquisire la formazione adeguata per costituire un giorno la nuova classe dirigente dei loro paesi. Un’altra migrazione verso l’Italia fu quella delle donne eritree che erano impiegate presso le famiglie italiane e che si trasferirono con loro in Italia negli anni Sessanta, continuando a lavorare come collaboratrici familiari. Si stima inoltre che negli anni Settanta gli eritrei fossero il gruppo di immigrati più numeroso nella Penisola.
Quando l’Italia fu obbligata a rinunciare a tutte le colonie, il governo sosteneva che il paese avesse bisogno di uno sbocco demografico per riuscire a controllare l’eccesso di popolazione e considerava questi territori come una base per gli investimenti. La Somalia postcoloniale rimase per molti versi ancorata all’eredità coloniale. Al suo interno, la Lega dei Giovani Somali si attivò per partecipare attivamente al governo e all’amministrazione della colonia. A questo scopo, dal 1950 in poi, furono creati istituti di istruzione secondaria, mentre pochi giovani somali furono scelti per andare in Italia e studiare all’università. In realtà l’Italia non fece esperienza di un’ampia e protratta resistenza coloniale e di guerre anticoloniali. Questi fattori impedirono alla società italiana di elaborare il significato e l’importanza dell’esperienza coloniale, ritardando in questo modo la formazione di una coscienza postcoloniale.
Le campagne coloniali italiane furono caratterizzate da espropriazioni di terre, da rimozioni forzate di masse di persone, dalla creazione di campi di internamento, dall’uso di gas chimici ed all’applicazione di misure di segregazione razziale. La mancanza di un dibattito sul colonialismo e di una sua condanna hanno autorizzato l’Italia alla negazione delle proprie colpe coloniali. La colonizzazione italiana ha lasciato tracce visibili della propria presenza nell’architettura, nelle infrastrutture, nelle strutture politiche ed economiche, così come anche nell’uso della lingua e nella cultura alimentare del Corno d’Africa. Le tracce del colonialismo sono dovunque anche in Italia. La critica postcoloniale ha anche il compito di ricollocare la memoria coloniale al centro del dibattito culturale contemporaneo.
A tal proposito, lo storico Nicola Labanca distingue tre fasi del processo di memorializzazione coloniale: la prima tra gli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, durante la quale le memorie coloniali furono costruite da coloro i quali avevano un contatto diretto con le colonie; la seconda, nel periodo di decolonizzazione internazionale tra gli anni Sessanta e Settanta, durante la quale l’Africa per gli italiani non voleva più dire soltanto ex colonie; infine la terza, tra gli anni Ottanta e Novanta, durante la quale le rivendicazioni della memoria del passato coloniale divergevano dai resoconti revisionistici, dando in questo modo inizio allo sviluppo di un nuovo filone di studi.
È importante aggiungere una fase più recente, nella quale l’Italia assiste al consolidamento di una memoria coloniale condivisa che emerge da lavori letterati e culturali di scrittori che provengono tanto dall’Italia, quanto dalle ex colonie. Ed è proprio grazie a questa ricca produzione culturale di cittadini e cittadine italiane postcoloniali che l’Italia è sempre più sollecitata a riconsiderare la propria memoria nazionale e la propria identità culturale. Ciò che tutte queste narrazioni sottolineano è l’appropriazione della memoria coloniale come uno dei fondamenti più importanti dell’identità e della società postcoloniale italiana.
Negli anni Ottanta l’Italia è diventata meta privilegiata delle migrazioni globali senza aver mai cessato di essere un paese di emigrazione. In questi anni l’Italia è diventata di nuovo un luogo di passaggio per popolazioni provenienti da direzioni diverse. Alla fine degli anni Novanta l’Italia aveva una delle popolazioni immigrate più diversificate d’Europa, che includeva migranti provenienti da Europa, Nord Africa, Africa Subsahariana, America Latina, Cina e Sud-est asiatico. Le migrazioni in Italia, tuttavia, accrescono anche il numero di episodi di razzismo, che vengono descritti e rappresentati da numerosi scrittori e scrittrici come Pap Khouma (di origini senegalesi) e Igiaba Scego (di origini somale), i quali mettono in luce il senso di disagio che gli italiani bianchi avvertono nel vedere la nerezza associata all’italianità. L’italianità, quindi, è apparentemente irraggiungibile per gli italiani neri perché l’appartenenza nazionale viene concepita come l’essere caratterizzati da tratti specifici, tanto biologici quanto culturali.
Nella letteratura postcoloniale il tema della cittadinanza, che molto spesso viene negata ai migranti, è fortemente tematizzato in chiave critica in quanto le dinamiche che sottendono al suo rilascio sono intricate, ambigue e poco chiare. Gli studi postcoloniali in Italia sono un fenomeno accademico recente che ha avuto inizio a partire dalla metà degli anni Novanta e si è poi sviluppato negli anni Duemila principalmente nei dipartimenti di anglistica e americanistica. La casa editrice romana Meltemi ha dato un contributo significativo al progetto postcoloniale, pubblicando in traduzione italiana il lavoro dei massimi teorici postcoloniali, come Said, Bhabha, Spivak, Loomba, ecc. Tuttavia, per la maggior parte il lavoro teorico-critico sulla letteratura postcoloniale è rimasto limitato ad autrici ed autori anglofoni. Il 2004 vede la pubblicazione di due volumi che adottano per la prima volta una prospettiva postcoloniale per leggere la produzione culturale dei migranti e degli italiani di seconda generazione.
In Italia, gli studi sulla razza si sono limitati allo studio della storia italiana del razzismo contro le popolazioni sia autoctone sia migranti. La razzializzazione del Sud e dei migranti è centrale nelle culture hip-hop in Italia. Tuttavia, gli studi sulla razza in Italia non hanno ancora un’esistenza istituzionale o una visibilità accademica.
Il postcoloniale italiano
Robert Young
Il postcoloniale è stato assorbito in Europa in diverse modalità; da ciò deriva l’eterogeneità del dibattito sul postcoloniale. Il motivo per cui il tema postcoloniale ha avuto notevole successo in Europa deriva dalla reazione collettiva per la quale “tutto ciò coinvolge anche noi, perché anche noi siamo postcoloniali”. In realtà il discorso postcoloniale non è stato affrontato allo stesso modo e con lo stesso vigore in tutta Europa. Ad esempio, la Germania ignora, o quasi, il proprio breve passato coloniale, così come la Francia è per lo più incapace di confrontarsi con il proprio passato coloniale. L’Italia, influenzata ancora dalla cultura della sinistra socialista e anarchica, produce oggi una tra le teorie più dinamiche. La sua posizione centrale nel Mediterraneo, infatti, fa sì che il paese sia fortemente interessato da flussi migratori provenienti dall’Albania, dall’Europa dell’Est, dal Nord Africa, dall’America Latina e dall’India. La conseguenza di ciò è che nel XII secolo abbiamo assistito a un grande interesse per i temi riguardanti le migrazioni e il multiculturalismo, e alla produzione di nuove scritture da parte dei migranti, africani e non, e delle seconde generazioni.
In Italia c’è una forte convinzione che il postcoloniale offra una politica di radicale trasformazione. La cosa più interessante riguardo alla nascita di questo pensiero in Italia è rappresentata dal fatto che spesso il postcoloniale è comparso prima nei dipartimenti di antropologia e sociologia che di letteratura. Il postcoloniale italiano si può rintracciare in molti momenti della nostra quotidianità, anche nei luoghi più inaspettati. Ciò ci suggerisce quanto il potere del colonialismo sia duraturo e quanto i suoi effetti siano permeabili.
La “svolta” postcoloniale negli studi italiani: prospettive europee
Sandra Ponzanesi
L’area degli studi postcoloniali in Italia è piuttosto in ritardo rispetto ad altri paesi europei, ritardo dovuto al processo di generale rimozione della storia dell’espansione coloniale. Tale storia coloniale aveva condotto l’Italia alla guerra d’Etiopia e al culmine del proprio impero sotto il Fascismo, e poi alla sua caduta, accompagnata dalla vergogna della sconfitta militare subita dall’esercito britannico nel 1941. La mancanza di una fase di lotta per l’indipendenza, e quindi di una conclusione netta e definita del rapporto coloniale tra l’Italia e i suoi possedimenti africani, ha condannato il colonialismo italiano all’oblio storico.
Questo oblio ha confinato il postcolonialismo italiano all’interno di ricerche e pubblicazioni di studiosi universitari all’estero. L’ironia appare evidente in questo caso dal momento che una delle figure ad aver maggiormente influenzato il pensiero postcoloniale è quella di Antonio Gramsci, con i suoi concetti di “egemonia”, “consenso” e “subalternità”. Fino a tempi recenti, quindi, l’aspetto culturale del colonialismo è stato a malapena preso in considerazione dal mondo accademico italiano.
Gli studi postcoloniali sono stati affrontati in modo differente nei vari paesi europei. Ad esempio in Francia, Said, iniziatore della teoria postcoloniale, non ha goduto di molta fortuna ed è stato accusato di aver mal interpretato il pensiero francese e di aver mescolato le idee di Foucault e Gramsci. Lo studioso Bayart ha accusato il campo degli studi postcoloniali di nascondersi dietro un termine onnicomprensivo, che generalizza una realtà molto più complessa e frammentata. Oggi la Francia, come l’Italia, sta vivendo un “tumulto postcoloniale”, con critici che da una parte accettano, dall’altra liquidano questo settore di studi.
Nel caso della Germania, come in quello dell’Italia, l’esperienza coloniale ha avuto una durata molto breve (1884-1918) e solo di recente ha acquisito un certo spazio nella memoria pubblica. Nei Paesi Bassi, invece, gli studi postcoloniali si sono fatti strada a stento nel mondo accademico. Il passato coloniale tedesco è pressoché ignorato nella stessa Germania e in misura ancora maggiore al di fuori dei suoi confini.
A differenza della Germania, l’Olanda ha una vasta storia di espansione coloniale e presenta una popolazione immigrata che non proviene direttamente dai propri territori coloniali, ma di molte altre regioni del mondo. L’Olanda, tuttavia, non ha perseguito una politica linguistica e culturale nelle colonie (ha utilizzato il malese come lingua franca, piuttosto che l’olandese). Mancava perciò un’élite coloniale istruita in grado di creare una forma di resistenza culturale usando la lingua dei dominatori.
Rendere chiari ed evidenti i retaggi del passato coloniale è importante in quanto tale processo è legato al recente dibattito sull’identità europea. Diversi intellettuali europei hanno evidenziato che sotto l’etichetta di Europa, siano ancora in atto meccanismi coloniali di inclusione ed esclusione (si pensi ai numerosi episodi di razzismo, xenofobia, islamofobia e dal pericolo dell’assedio da parte di profughi e clandestini). Gli studi postcoloniali mirano a recuperare l’inconscio coloniale dell’Europa.
Il passato coloniale italiano represso e il suo tardivo riconoscimento hanno condotto a una resistenza nei confronti dei flussi migratori che si sono intensificati notevolmente negli anni Ottanta e Novanta. Questa resistenza ai flussi migratori ha in qualche modo penalizzato la nascita di un fiorente multiculturalismo in Italia, occasione che è invece stata colta da alcuni paesi nordeuropei. Il postcolonialismo e la postcolonialità sono intrinseci a ogni cultura e, quindi, sono presenti ovunque e in atto nei luoghi più inaspettati.
La critica postcoloniale attinge alle teorie della “santissima trinità” nel campo degli studi postcoloniali (Said, Bhabha e Spivak) nell’affrontare i problemi postcoloniali. Il postcolonialismo è un processo che richiede una rinnovata attenzione critica al fine di non tradursi in un altro dogma o in uno strumento privo di efficacia.
La post 'colonia' degli emigranti nell'Italia dell'immigrazione
Teresa Fiore
La “postcolonialità indiretta” è la condizione di gran parte degli immigrati di oggi in Italia, i quali provengono perlopiù da colonie che in passato appartenevano ad altri paesi. Il termine “colonia” per definizione si riferisce a un gruppo d’individui che si spostano o vengono trasferiti in un luogo distante da quello d’origine, che viene denominato “colonia”. Il termine “colonia” deriva dal latino “colere”, cioè “coltivare”, proprio perché i primi gruppi di coloni, nell’antichità, erano comunità rurali. Oggi l’uso moderno del termine si applica più palesemente alla sfera della conquista: la colonia è un territorio acquisito con la forza e governato attraverso l’imposizione di un sistema straniero. Quest’ultimo tipo di colonia implica anche il trasferimento di una certa parte della popolazione della nazione conquistatrice per la formazione di un apparato burocratico. Nel caso dell’Italia, si è usato il termine “colonia” per riferirsi simultaneamente alle comunità di emigranti all’estero e alle terre sottratte ad altre popolazioni in Africa e nel Mediterraneo. Questa condizione segna l’unicità del caso italiano rispetto all’esperienza coloniale e postcoloniale di altri paesi.
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