L'Italia preromana
Fra il III e il I millennio a.C. l'Italia passa da una situazione di gruppi umani sparsi alle prime organizzazioni protostatali, colmando il distacco evolutivo con il Vicino Oriente. È probabile una cesura fra l'ultima età del bronzo e la prima età del ferro, testimoniata da culture materiali ben diverse. L’età del bronzo si distingue per la sua uniformità: i siti sono ovunque ma maggioritari lungo la dorsale appenninica (cultura appenninica); l'incremento demografico è netto, con il numero di insediamenti che si riduce e l'aumento di ampiezza di quelli che sopravvivono, da cui un maggiore consumo di risorse. Questo fenomeno è evidente nella cultura terramaricola – sviluppatasi con insediamenti trapezoidali protetti da fossati, siti nella pianura emiliana, fra XVIII e XII secolo a.C. – caratterizzata da capanne isolate da animali e suolo acquitrinoso mediante impalcature in legno (il nome terramare indica i depositi detritici dei primitivi insediamenti). Nel bronzo recente si ha un'intensa circolazione di persone e prodotti greci, che favorisce il formarsi – fra gli indigeni – di aggregati numerosi e organizzati. Nell'età del ferro l'Italia è invece culturalmente differenziata, come evidente – per esempio – dalle sepolture: a settentrione e lungo il Tirreno si pratica la cremazione, altrove l'inumazione.
Culture distintive dell'età del ferro
Tra le culture distintive di questa fase si trovano quella di Golasecca, fra i laghi di Piemonte e Lombardia, e quella d'Este nei pressi di Padova; in Etruria ed Emilia emerge infine quella di Villanova (forse antenata di quella etrusca). Molti insediamenti sorgono in zone disabitate – come quella villanoviana, i cui uomini sono capaci di lavorare il ferro e costruire veri e propri villaggi, cremando i loro morti e conservandone le ceneri in urne poste all'interno di tombe a pozzo. Le diversità culturali definiscono un variegato quadro linguistico, basato su due grandi famiglie fondamentali: quelle indeuropee (latino, falisco, celtico e messapico), appartenenti al gruppo per cui si suppone un'origine comune, e quelle non indeuropee (etrusco, ligure, retico e sardo).
Le colonie della Magna Grecia – fondate a metà VIII secolo a.C. nell'Italia meridionale – costituirono una particolare cultura preromana: sorsero in questa fase Taranto, Crotone, Reggio, Napoli, Siracusa e Agrigento, le quali esercitarono politiche non unitarie sugli indigeni del luogo; in Sicilia, poi, furono importanti alcune colonie fenice (Mozia, Palermo e Saliunto). Un posto a parte è invece della civiltà dei Sardi, sviluppatasi in Sardegna fra l'età del bronzo e quella ferro, nota come nuragica per la costruzione – a funzione difensiva prima e organizzativa poi – che la caratterizza.
Fonti letterarie e storiche
Le fonti letterarie – soprattutto del V secolo a.C. – e storiografiche raccontano le origini dei popoli italici, perdendosi di frequenti in elementi leggendari. Tra VIII e V secolo a.C. si assiste all'espansione delle popolazioni dell'Appennino centro-meridionale: sul tirrenico i Sabini penetrano nella Roma di Latini, Equi, Ernici e Volsci, con un movimento che ha l’apice nell'invasione dei Sanniti del V secolo a.C.; dalla parte adriatica i Piceni iniziano a configurarsi fra IX e VII secolo a.C., formando insediamenti in Abruzzo. Nel VII secolo in area picena si afferma una cultura simile a quella dell'Etruria, capeggiata da una ristretta élite; grazie alla mediazione etrusca si registra poi l'arrivo di prodotti artigianali orientali, mentre le poche fonti scritte parlano di una società che inizia ad articolarsi.
Gli Etruschi
Gli Etruschi sono la principale popolazione preromana, nota come Tirreni e Rasenna. Per Erodoto (V secolo a.C.) si trattò di Lidi dell'Asia Minore, guidati da Tirreno fino all'Italia; secondo Dionigi di Alicarnasso di genti autoctone; altri ancora li ritennero nordici giunti via terra. L'archeologia moderna ne colloca l'origine fra VIII e VII secolo a.C. – nella zona compresa fra Arno e Tevere – ritenendola la conseguenza di due processi convergenti: un'evoluzione della struttura socio-economica locale e l'influenza greca esercitata dalle colonie, tesi sostenuta dalla mancanza di cesure con la precedente cultura villanoviana. Gli Etruschi – per quanto riusciti a espandersi per gran parte dell'Italia centro-occidentale – non crearono mai uno stato unitario; si organizzarono invece in città indipendenti rette da lucumoni – poi sostituiti annualmente da magistrati noti come zilath – e l'unica forma di aggregazione nota fu quella della Lega delle Dodici (Veio, Cere, Tarquinia, Vulci, Roselle, Vetulonia, Volterra, Chiusi, Cortona, Perugia, Arezzo e Fiesole), avente comunque carattere religioso. La società si distinse per un carattere elitario e aristocratico. L'espansione degli Etruschi fu bloccata una prima volta nel 530 a.C., quando subì la sconfitta dei Focei via mare, per la quale non bastò l'aiuto cartaginese e causata della costruzione della colonia corsa di Alalia; e a Cuma – nel 474 a.C., interrotta dai Greci di Siracusa. La decadenza di questa civiltà ebbe però altre due cause: la perdita di Veio, presa dai Romani nel 396 a.C., e quella della Val Padana, caduta nelle mani dei Celti. Nel corso del III secolo, infine, l'Etruria passò progressivamente ai Romani.
L'aspetto caratteristico della cultura etrusca fu quello religioso, comprendente vari culti, scritti sacri e tecniche magiche; le divinità – assimilabili a quelle greche, con nomi simili e altri di origine indigena – si organizzano in una struttura simile a quella dell'Olimpo, anch'essa presieduta da Tinia, divinità superiore dispensatrice di folgori ma sottoposta al Fato. Per quanto concerne il calendario liturgico una fonte valida è il cosiddetto libro di lino di Zagabria, tra l'altro unico documento scritto etrusco noto. Nella religiosità grande importanza è rivestita dall'aldilà: il defunto continua la propria esistenza nella tomba – considerata sua dimora e conseguentemente deposito di cibi, bevande ed elementi indicanti lo status sociale – ma, in una seconda fase, si concepì l'oltretomba come la meta di un lungo viaggio, effettuato a piedi o a cavallo. Agli Etruschi interessava l'interpretazione dei segni divini e da qui l'importanza di interpretare l'aruspicina – la volontà del dio – tramite l'analisi delle viscere animali, secondo una teoria che credeva qui riprodotto l'ordine dell'Universo. Un esempio di questa pratica è il bronzo fegato di Piacenza, forse strumento didattico.
I testi etruschi risultano di semplice lettura, in quanto l'alfabeto di ventisei lettere è un riadattamento di quello greco; al tempo stesso risulta quasi impossibile comprenderli, in quanto si tratta di una lingua non indeuropea per la quale non esistono termini di paragone e scritti consistenti da analizzare, giacché sono rimasti poco più di semplici iscrizioni funerarie recanti solamente un nome: fanno eccezione il Liber linteus di Zagabria; la tegola di Capua, di argomentazione religiosa, e la tavola Cortonense, riportante un documento legale sulla separazione di proprietà private. Mancano infine testi bilingui, le cui uniche eccezioni sono le lamine di Pyrgi – contenenti una dedica alla dea Uni scritta in fenicio e in etrusco.
I siti etruschi hanno lasciato esigui resti archeologici, a eccezione di quelli rinvenuti nelle grosse necropoli di Volterra, Vetulonia e Tarquinia. Queste erano delle autentiche abitazioni sotterranee scavate in pietra o tufo: nell'VIII secolo a.C. venivano edificate le tombe a pozzo – semplici pozzi ospitanti le ceneri dei defunti, mentre successivamente si passò a quelle a fossa – destinate all'inumazione – e quindi alle tombe a camera, più complesse e ospitanti intere famiglie. È notevole la capacità di costruzione, che si esplica nella resa brillante di volte e archi, statuaria e oreficeria, così come quella espressa in ambito pittorico – evidente negli affreschi decorativi delle tombe stesse. Fra le più diffuse produzioni ceramiche si trova invece quella di bucchero, mentre in ambito economico furono attivi agricoltura, metallurgia e artigianato artistico.
Roma
Lo studio della Roma arcaica si definì a lungo come la coincidenza fra conservatorismo politico e accettazione acritica delle fonti, successivamente analizzate scientificamente. L'archeologia sostanzialmente conferma la tradizione, in opposizione all'ipercritica di fine XIX secolo che negava tutti gli elementi leggendari, tanto che De Sanctis propose una critica moderata e lo studio delle fonti più attendibili alla luce delle nuove conoscenze. Ci sono peraltro casi in cui gli scritti tacciono su determinate questioni, per esempio sull'influenza dei commerci greci sulla Roma monarchica.
Le testimonianze letterarie sono sostanziose ma inattendibili, poiché ricche di elementi leggendari dovuti alla loro produzione in epoche posteriori. I primi storici a occuparsi dell'Italia meridionale furono greci, e scrissero in greco anche i primi romani, tra cui Fabio Pittore (III secolo a.C.). La comparsa della scrittura nel IV secolo a.C. non giocò un ruolo fondamentale: della fase monarchica non esistono comunque informazioni, e fu basilare la tradizione orale; mentre della fase repubblicana esistono scritti che vanno interpretati considerando i motivi per cui furono elaborati. I primi a scrivere della Roma arcaica furono Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso (I secolo a.C.): Il primo – consapevole della povertà di informazioni – scrisse una storia di Roma dalla sua fondazione, dedicando uno libro alla fase monarchica, mentre il secondo coprì il periodo successivo, fino alla prima guerra punica. Prima del IV secolo a.C. Roma non aveva suscitato l'interesse della storiografia greca, la quale cambiò atteggiamento con l'emergere della sua potenza, quando Dionigi cercò di dimostrare che i Romani avessero origine ellenica. La versione più nota si basa sull'Eneide: qui si racconta che Alba Longa fu fondata da Ascanio/Iulio, figlio di Enea, trent'anni dopo la fondazione di Lavinium – costruita dal padre e avente il nome della moglie di lui. Nella leggenda il nome è ricollegato alla scrofa (alba) bianca, madre di trenta porcellini, tanti quanti gli anni che sarebbero passati prima della nascita della nuova città. La tradizione racconta l'arrivo di Enea a Cartagine dopo la caduta di Troia, la cui regina Didone – di lui innamorata ma respinta – giurò odio eterno e pose le basi per le ostilità fra Roma e Cartagine. Si ipotizza che Alba Longa sorgesse in corrispondenza dell'attuale Castel Gandolfo.
La tradizione colloca la fase monarchica dal 754 al 509 a.C., raccontando il succedersi di sette sovrani: Romolo, fondatore e creatore del senato; Numa Pompilio, creatore dei primi istituti religiosi; Tullio Ostilio, capo delle prime campagne di conquista e distruttore di Alba Longa; Anco Marcio, fondatore di Ostia; Tarquinio Prisco, primo esponente della fase etrusca e realizzatore delle prime opere pubbliche; Servio Tullio, costruttore delle prime mura e fondatore dei comizi centuriati; Tarquinio il Superbo, tiranno cacciato con un'insurrezione. Tale racconto va letto considerando che fu scritto posteriormente rispetto ai fatti e che gli storici si preoccupavano più della loro presentazione che della veridicità. Le fonti di Livio e Dionigi furono diverse: gli annalisti greci, Fabio Pittore e Marco Porcio Catone (il Censore), primo romano a scrivere in latino; la tradizione familiare, come gli elogi funebri, inficiati dall’essere scritti dagli stessi appartenenti alle famiglie che andavano a elogiare; la tradizione orale, distorta nel passaggio dall'una all'altra generazione, che si esplicò nei canti celebrativi recitati durante banchetti e feste; i documenti d'archivio, come gli annali dei pontefici, narranti gli avvenimenti salienti di ogni anno, ciascuno indicato col nome dei magistrati eponimi. Il pontefice Mucio Scevola pubblicò nel 130 a.C. gli Annales Maximi, ma neppure questi risalgono sino alla fase regia. Di notevole importanza è l'attività degli antiquari, i quali scrissero dotti saggi a partire dal II secolo a.C., relativi a istituzioni militari e religiose, cultura e cronologia; ne è un esempio Sulla lingua latina, scritto da Varrone nel I secolo.
La storiografia moderna accerta che nel racconto tradizionale vadano fuse due versioni: una greca, che ricollega la fondazione della città a Enea, e una autoctona, che racconta del mitico Romolo. Nel mito rientrano elementi certamente storici: la compresenza di Latini e Sabini, cui si allude nell'episodio del ratto delle Sabine, e la fase di predominanza etrusca.
Le notizie più problematiche riguardano la fondazione: è difficile pensare che Roma sia nata in pochi giorni e si ritiene quindi sia il frutto dell'aggregazione di gruppi umani già stanziati sul Palatino, inizialmente costituito da tre alture distinte (Palatium, Germalo e Velia). La città sorse a ridosso del basso Tevere, a cavallo fra due zone già etnicamente diverse, ossia quella etrusca e il Lazio antico. Sembra altrettanto improbabile che Roma abbia preso il nome dal leggendario Romolo, e pare più probabile che al nome della città si sia ispirata la leggenda dell'eroe eponimo; si ipotizza anche che il nome derivi da ruma, ossia mammella, oppure da Rumon, nome arcaico del Tevere.
Nel 1988 Andrea Carandini ha scoperto i resti di una palizzata e quelli di un muro sulle pendici meridionali del Palatino: secondo lo scopritore i primi sarebbero i resti del pomerio – originario solco di confine, indicante in una seconda fase una sorte di zone preclusa alla costruzione e alle sepolture – e i secondi quelli del muro di Romolo. La tradizione troverebbe qui conferma: a metà dell'VIII secolo a.C. il leggendario re-sacerdote Romolo celebrò un vero e proprio rito di fondazione tracciando con l'aratro i limiti della città.
Il rito di fondazione è descritto da Marco Terenzio Varrone – antiquario latino del I secolo a.C. – il quale parla di un aratro trainato da un toro e una vacca aggiogati insieme, al fine di segnare un solco interno che andava a definire il pomerio come la parte di terreno al di qua dello stesso; sempre Varrone racconta che sarebbe avvenuto nel giorno indicato come favorevole dagli auspici. Pomerio e muro non sempre coincidevano, in quanto il primo era tracciato secondo procedura religiosa e l'altro per fini difensivi. Un'antica disposizione ne prevedeva l'ampliamento soltanto in seguito alla conquista di un nuovo territorio, sottolineando che i cippi vecchi venissero conservati. Il confine fu esteso da Silla nel I secolo a.C. e successivamente in età imperiale; l'ultimo ad agire in tal senso fu Aureliano nel III secolo.
La società latina arcaica si strutturava in famiglie, alla cui testa stava il pater, la cui autorità si estendeva a parenti, schiavi e clienti (“che obbediscono”). Più famiglie aventi stesso antenato costituivano una gens: il gruppo, politicamente e religiosamente organizzato, fu una componente fondamentale in età arcaica e perse di importanza con lo sviluppo degli organismi statali. La popolazione era divisa in gruppi religiosi e militari detti curie – da cui erano esclusi gli schiavi – la cui origine appare incerta ma indubbiamente alla base della prima assemblea cittadina dei comizi curiati. Non è noto se questi ultimi avessero base territoriale o gentilizia, e in epoca più tarda ebbero funzioni legate a diritto civile e votazione della lex de imperio, conferente il potere al magistrato eletto. Le tribù, fondate forse da Romolo, erano inizialmente tre: Tities, Ramnes e Luceres: le ultime due con onomastica etrusca e la prima sabina. Nella fase etrusca della monarchia la società si riorganizzò: ogni tribù fu divisa in dieci curie e cento senatori di ciascuna tribù costituirono la prima assemblea degli anziani. Questa strutturazione condizionò la milizia: ogni tribù forniva un cento cavalieri e mille fanti, così che la legione contasse tremila fanti e trecento cavalieri (celeres).
Il re – eletto all’assemblea dei rappresentanti delle famiglie più in vista – era originariamente affiancato da un consiglio di patres, base del futuro senato. Altre due figure, successive ma riconducibili alla realtà monarchica, furono il rex sacrorum, esecutore dei riti precedentemente eseguiti dal re, e l’interrex, magistrato sostitutivo in caso di indisponibilità dei consoli. L’unica limitazione al potere del re era quello delle gentes principali, giacché egli era anche supremo capo religioso, affiancato in tale contesto da collegi di sacerdoti. Fra questi spiccò quello dei pontefici, depositari e interpreti delle prime norme giuridiche; e ancora ci furono gli àuguri, interpreti della volontà divina; le vestali, donne votate alla castità trentennale aventi il compito di custodire il fuoco perpetuo del tempio di Vesta.
Grande incertezza sta all’origine della divisione sociale in patrizi e plebei, nata in età arcaica e valida ancora in età repubblicana. Tradizionalmente i primi furono i discendenti dei patres, primi senatori, e i plebei i loro primi clienti. Altri identificano i patrizi con i Latini, abitatori del Palatino, e i plebei con i Sabini del Quirinale, che penetrarono nella società in condizione di inferiorità. L’ipotesi più accreditata ha base economica: i patrizi furono i grandi proprietari terrieri, mentre i plebei corrisposero ai ceti emergenti politicamente emarginati. Pare probabile che tale distinzione non esistesse neppure in età arcaica, e sia invece andata a definirsi in seguito agli afflussi di popolazione successivi. La teoria sembra confermata dal fatto che il nome del sovrano...
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