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Introduzione

La cultura di massa che si afferma nel Novecento si nutre di un patrimonio universalmente umano per conquistare quella universalità che è suo obiettivo e vocazione specifica. L’idea di efficacia simbolica è centrale e orienta la nostra osservazione, il linguaggio del simbolo consente di dare ordine e senso a un’esperienza che altrimenti sarebbe anarchica e ineffabile. Il simbolo è uno strumento fondamentale per la costruzione del significato e dell’esperienza grazie all’efficace connessione tra significati ed emozioni.

Attraverseremo questa connessione attraverso l’archetipo, verranno attinte informazioni da molteplici campi di sapere. Tra gli archetipi uno si è imposto particolarmente alla nostra attenzione: la Grande Madre. La grande madre è una figura di cui parla già Jung, Erich Neuman, Marie Louse von Franz. Questa figura è poi nutrita anche dal lavoro di Marija Gimbutas sulla “Grande Dea” o “Dea Madre” a partire dagli anni 70 del secolo scorso. La Dea Madre della Gimbutas ci pare non molto distante dalle produzioni dell’immaginario mediale che andremo ad osservare, anzi si intreccia e le nutre.

Uno dei motivi che ha attirato l’attenzione sulla Grande Madre è la sua storia evolutiva contrastata. Le Grandi Madri rimandano a significati rimossi dalla cultura occidentale e dalla modernità, che però, essendo connaturati all’esistenza umana non sono mai scomparsi del tutto. Per comprendere il senso e il valore di questa eventuale riemersione delle immagini della Grande Madre e la loro efficacia simbolica attuale ricostruiremo innanzitutto i caratteri che sembrano essere specifici di queste figure.

La scelta del fumetto e del disegno animato ci pare particolarmente appropriata per la centralità delle immagini che costituisce un loro specifico. Le immagini infatti sono il campo privilegiato di espressione degli archetipi. Osserveremo le opere del giapponese Hayao Miyazaki per la ricorrenza delle figure di Grandi Madri, e per la capacità del fumetto giapponese di integrare gli opposti. Affiancheremo l’evoluzione quasi degenerativa del super eroe, i mutanti che sembrano la nuova specie più adatta ad accogliere la Grande Madre, quindi prenderemo in considerazione la saga degli X-Man, in particolare la figura di Fenice Nera.

Capitolo Primo: La grande madre e le sue tracce

Di Lorenzo Giannini

Ora cercheremo di presentare l’evoluzione della figura delle Grande Madre, passando per molteplici discipline. Partiremo dal Neolitico, dove l’emergere di questa figura è molto chiara, fino alla sua fine.

1.1 Le grandi madri del Neolitico

Le statuette di ceramica risalenti al Neolitico, sono convenzionalmente intese come Grandi Madri, potenti, temibili e prolifiche. Ci sono vari culti riferiti alle Grandi Madri, ma nell’insieme l’uso del sostantivo madre indica la forte relazione con gli aspetti generativi della vita e della natura.

A guidarci tra i ritrovamenti del Neolitico sarà l’archeologa Marija Gimbutas, attraverso i quadro che è riuscita a fare grazie all’analisi dei ritrovamenti, permettendoci di avere un’idea dei caratteri fondamentali di queste figure e di collegare la loro simbologia a specifiche intenzioni rappresentative. Queste rimandano a una volontà di sacralizzare dei momenti precisi della comunità. Secondo l’archeologa le Grandi Madri risponderebbero al bisogno di dare senso all’intero ciclo vitale, vita morte e rigenerazione.

L’inizio del Neolitico viene segnato da due innovazioni: la ceramica che rende possibile la costruzione di molti oggetti, e l’introduzione dell’agricoltura. Quindi queste due caratteristiche hanno contribuito a costruire le condizioni favorevoli all’emergenza del fenomeno delle statuette di Grandi Madri. Il ciclo composto dalle fasi della semina e del raccolto, compongono un ciclo in cui la sacralità viene ritualmente sancita nei suoi momenti cruciali. Nelle statuette ricorrono riferimenti alla pratica agricola, e ai suoi prodotti, in particolare il grano. Queste rappresentazioni rappresentano il rapporto tra la specie e l’ambiente naturale nella sua veste di ambiente agricolo umanizzato.

1.1.1 Morfologia delle statuette

Prendiamo in considerazione il quadro che Marija Gimbutas offre con la sua ultima opera “Le dee viventi” cercando di analizzare la morfologia di queste statuette. La prima distinzione può essere fatta tra le statuette dalla forma più stilizzata e quelle più vicine al corpo femminile: la maggior parte dei ritrovamenti corrisponde alla prima categoria. Le rappresentazioni della vulva, sono sempre presenti, ed è il simbolo che compare dalle epoche più remote.

Va sottolineato inoltre la connessione tra mondo femminile e animale, dove spesso i tratti di fertilità sono collegati ad animali. La selezione degli animali attribuiti derivava dal valore che i costruttori attribuivano ai loro comportamenti: la condizione di letargo delle orse, i fenomeni migratori degli uccelli, i processi rigenerativi dei serpenti, la fertilità dei pesci... Si prendevano quindi le condizioni che evocavano la generazione, la morte e la rigenerazione. L’uso delle statuette era prevalentemente rituale, e lo si deduce dai luoghi in cui erano collocate: camere speciali per il parto, e luoghi di sepoltura (dove il grembo femminile, capace di dare vita, accoglie la vita che finisce).

1.2 Grandi madri nei miti e nella cultura

Mitologia e folclore di culture provenienti da quasi tutti i continenti, ospitano le rappresentazioni di potenti figure femminili: fondatrici della comunità, eroine, divinità generatrici nate in maniera incestuosa, per cause magiche, ecc.. Si può trattare anche di donne anziane, ma dai grandi poteri creazionali, o donne che possono portare con sé elementi disturbanti o mostruosi. In poche parole queste Grandi Madri non sono mai completamente buone, né completamente devote, qualora lo siano, riescono a comprendere il carattere tragico della loro esistenza.

Tornando a Gimbutas, dobbiamo ora scovare la permanenza dei connotati di Grande Madre che abbiamo visto nel Neolitico, e vediamo che anche le fasi successive al Neolitico sono state autrici di rappresentazioni di figure femminili riconducibili e quelle viste nel neolitico. Spesso le figure femminili sono state presentate in coppia (coppia greca Demetra/Persefone, e quella più tarda di Sant’Anna/Maria Vergine.

1.2.1 Demetra e Persefone come rappresentazioni evolutive di Grande Madre

Per analizzare le figure di Demetra e Persefone utilizzeremo gli Inni Omerici, in particolare il secondo inno dedicato a Demetra. Queste sono produzioni culturali frutto di una lunga tradizione, prima orale e poi scritta. Ma prima di passare all’Inno, vediamo che nella società minoica le donne abbiano goduto di una posizione sociale elevata, l’arte, la religione, rappresentavano spesso figure femminili. Con la civiltà micenea invece il centro della civiltà si sposterà sul continente, la cultura dominante sarà quella di un popolo guerriero, anche se l’influenza cretese avrà lasciato il segno e la cultura micenea adotterà molti elementi della cultura minoica, alcuni analoghi a quelli delle Grandi Madri del Neolitico.

Negli Inni omerici viene descritta la storia di Demetra e sua figlia Persefone: si narra che Persefone venne rapita da Ade (dio degli inferi), Demetra abbandona l’Olimpo con il consesso degli dei ed inizia a vagare tra i mortali sotto forma di una vecchia, ormai lontana dalla fecondità. Entra nella dimora di Cèleo, presso la quale lavora come nutrice del figlio Demofonte, ultimo figlio, nato tardi, tanto desiderato. Qui Demetra cerca di esaudire gli auspici di Metanira, moglie di Cèleo, che vorrebbe vedere il figlio giungere a piena giovinezza, così Demetra fa qualcosa che i mortali non capiscono, cioè mette tutte le notti Demofonte nel fuoco, per renderlo immortale. I mortali non capiscono e Demetra scaglia la sua ira destinando gli uomini all’estinzione, così i dei dell’olimpo non avrebbero più avuto offerte. Zeus quindi incita Ade a liberare Persefone (ormai moglie di Ade), ma con un giuramento (attraverso l’ingerimento di un seme di melograno), vuole che ella torni agli inferi per 1/3 dell’anno. Persefone è la fanciulla del grano e la regina dei morti, che fanciulla non è più perché ha in sé le sofferenze e le preoccupazioni della maternità.

1.2.2 Sant’Anna e Maria

La seconda coppia di divinità femminili che ci interessa è Sant’Anna e sua figlia Maria Vergine. Queste due figure hanno un enorme successo in ambito popolare, successo che fa da controaltare alla carenza di spazio dedicato a queste figure femminili centrali del dogma cattolico. Sant’Anna e Maria sono entrambe vergini al momento del parto, c’è quindi un’esclusività della relazione madre-figlia. Nei primi secoli dopo Cristo il peso delle donne sulla vita pubblica diminuisce, il culto cristiano predilige la venerazione maschile. Ma allo stesso tempo cresce il culto per Anna e Maria nelle pratiche popolari, legate alla fertilità dei campi e la salute degli individui. La sopravvivenza delle potenti figure femminili è legata soprattutto al mondo rurale e alla sua ritualità. Le apparizioni di Maria fra le genti bisognose della campagna sono ricorrenti in determinate epoche.

Nel periodo di Pasqua si assiste ad una donna che deve attraversare le fasi della perdita e riunione, della scomparsa e del ritrovamento. Il dolore di Maria è associato al dolore delle donne meridionali, addolorate per la partenza dei propri figli per la guerra o per la migrazione forzata. L’uso di incontro o scontro della vergine che d’improvviso muta i suoi abiti di lutto in quelli di letizia appartiene a rappresentazioni processionali una volta diffuse in molti centri d’Italia, soprattutto del Sud.

Capitolo Secondo: La grande madre tra gli archetipi dell’immaginario collettivo

Il concetto di Grande Madre, nasce nella religione e comprende varie specie della Grande Madre. La ricorrenza a immagini analoghe in tempi così diversi induce Jung a riconoscervi una matrice archetipica. L’idea di archetipo rende visibile la connessione tra il piano del simbolo della vita umana soggettiva, e il piano del simbolo raffigurato nelle immagini dello scenario collettivo. Quindi l’archetipo si configura come un generatore di simboli di particolare potenza, che svolgono il compito fondamentale di mantenere il contatto tra coscio e inconscio, piano individuale e collettivo. Per questo l’archetipo ci è utile nella sociologia, per comprendere la relazione tra individuo e società.

2.1 L’archetipo come matrice di immagini

Nell’opera di Jung il concetto di archetipo ha una grande importanza, e il suo pensiero è maturato negli anni, per questo prenderemo in considerazione la sua concezione più matura. Possiamo definire gli archetipi come contenuti di quell’inconscio collettivo che Jung distingue dall’inconscio personale (il patrimonio universale della specie). È necessario distinguere tra archetipo in sé e immagine archetipica. Con il primo intendiamo l’archetipo non percepibile e solo potenzialmente presente, con l’immagine archetipica si denota l’archetipo percepibile e rappresentato in forma di simbolo. Jung dice che gli archetipi possono essere compresi come una forma senza contenuto (vuota e universale). Anche Durand individua nell’archetipo una forza dinamica, organizzatrice di immagini, che oltrepassa le concrezioni individuali.

Il rapporto tra l’idea di archetipo e quella di simbolo in generale ce lo spiega Jacobi, l’archetipo in sé è sempre un simbolo potenziale, nel momento in cui viene a contatto con la coscienza, si attualizza e si manifesta come simbolo. Il simbolo è dunque l’archetipo attualizzato.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher VCaterina23 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della cultura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Bartoletti Roberta.
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