La socializzazione del bambino nella psicologia di Piaget e i suoi sviluppi sociologici
L'approccio di Piaget alla socializzazione
Piaget si interessa allo sviluppo mentale del bambino, definendolo come una costruzione continua, ma non lineare, che procede per stadi successivi e costituisce quello che egli chiama un processo di regolazione dell’equilibrio, cioè il passaggio perpetuo da uno stato di minore equilibrio ad uno stato di equilibrio superiore. Questo passaggio mette in gioco due elementi eterogenei: variabili, definite come forme di organizzazione dell’attività mentale; le strutture, costante che provoca il passaggio da una forma all’altra, attraverso un movimento di equilibrio seguito dal ristabilimento di un equilibrio per mezzo del passaggio a una nuova forma.
Questo sviluppo mentale ha sempre una doppia dimensione, individuale e sociale: le strutture attraverso le quali passano normalmente tutti i bambini sono sempre al tempo stesso cognitive e affettive. Secondo Piaget, queste strutture evolutive, che egli utilizza per definire gli stadi dello sviluppo del bambino, non sono dissociabili dalla condotte, definite come risposte ai bisogni dell’ambiente fisico e sociale. In questo modo ogni azione è concepita come un tentativo di ridurre uno squilibrio tra i bisogni dell’organismo e le risorse dell’ambiente: è orientata dallo scopo da raggiungere e definita dai mezzi usati per realizzarlo. Essa termina quando il bisogno è soddisfatto, cioè quando l’equilibrio è ritrovato.
Questo modello omeostatico conduce Piaget a concepire lo sviluppo del bambino, e quindi la sua socializzazione, come un processo attivo di adattamento discontinuo a forme mentali e sociali sempre più complesse. Questo adattamento è descritto da Piaget come l’articolazione di due movimenti complementari: l’assimilazione, che consiste nell’incorporare le cose e le persone esterne nelle strutture già costruite; l’accomodamento, che consiste nel riaggiustare le strutture in funzione delle trasformazioni esterne.
Piaget riassume il processo generale della socializzazione del bambino nelle seguenti quattro trasformazioni:
- Il passaggio dal rispetto assoluto al rispetto reciproco;
- Il passaggio dall’obbedienza personalizzata al senso della regola;
- Il passaggio dall’eteronomia completa all’autonomia reciproca che implica, nell’ultimo stadio, la fissazione di nuovi sentimenti quali l’onestà, il cameratismo, il fair-play, la giustizia;
- Il passaggio dall’energia alla volontà.
Al termine del processo di socializzazione del bambino, i valori morali si organizzano in sistemi autonomi comparabili ai raggruppamenti logici. Piaget presuppone la reciprocità tra strutture mentali e strutture sociali, la corrispondenza tra le operazioni logiche e le azioni morali, cioè sociali.
Durkheim e Piaget: una discussione incompiuta
Piaget assume la definizione di Durkheim dell’educazione come socializzazione metodica della giovane generazione, socializzazione che viene attuata sia dalla generazione precedente che dagli individui stessi. Per entrambi la socializzazione è una educazione morale: per Durkheim è una trasmissione per mezzo della coercizione, mentre per Piaget è una costruzione attiva e interattiva.
Piaget e Durkheim riconoscono che la socializzazione si è fondata, storicamente, sulla costrizione esterna e sulla conformità naturale a modelli esteriori. Sono anche d’accordo nel riconoscere l’individualizzazione crescente della vita sociale in relazione allo sviluppo e complessificazione degli scambi. Il passaggio da una solidarietà meccanica per imitazione esteriore a una solidarietà organica per cooperazione e complementarietà induce l’individualizzazione e la differenziazione dei rapporti sociali.
Piaget si distingue da Durkheim nel momento in cui per il secondo la socializzazione è data dalla corrispondenza/equivalenza tra gli obiettivi e gli effetti della costrizione esterna e quelli della cooperazione volontaria. Contrariamente, Piaget stabilisce una rottura e una vera e propria opposizione tra i rapporti di costrizione fondati sui legami di autorità e sul sentimento del sacro ed i rapporti di cooperazione fondati sul rispetto reciproco e sull’autonomia della volontà.
Durkheim parla di società riferendosi alle società moderne intese come un tutto sociale. Piaget invece ritiene che la società non sia una cosa unica, ma l’insieme dei rapporti sociali. Questo porta Piaget a definire la socializzazione come un processo discontinuo di costruzione individuale e collettiva delle condotte sociali, articolato in tre aspetti complementari:
- L’aspetto cognitivo, che rappresenta la struttura della condotta e si traduce in regole;
- L’aspetto affettivo, che rappresenta l’energetica della condotta e si esprime in valori;
- L’aspetto espressivo, che rappresenta i significanti della condotta ed è simbolizzato in segni.
Questi elementi sono i materiali di base con cui si struttura la socializzazione attiva del bambino, costruzione che si fonda sulla correlazione fra strutture sociali e strutture mentali. Esiste quindi un parallelismo che postula la reciprocità fra le rappresentazioni mentali, interiorizzazione delle strutture sociali, e le cooperazioni sociali, esteriorizzazione delle strutture mentali.
Un’applicazione in sociologia dell’educazione
J. Lautrey ha tentato di dimostrare, attraverso una ricerca empirica, l’ipotesi secondo la quale le condizioni di vita e di lavoro, legate allo status socio-economico dei genitori, determinano le loro pratiche educative che, a loro volta, influenzano lo sviluppo intellettivo del bambino. Lautrey ha costruito tre tipi di strutturazione dell’ambiente familiare:
- Una strutturazione debole corrispondente all’assenza di regole e di prevedibilità e quindi poco favorevole alla ristrutturazione in caso di squilibrio;
- Una strutturazione rigida fatta di regole immutabili e costrittive e quindi poco favorevoli allo squilibrio iniziale necessario allo sviluppo;
- Una strutturazione flessibile corrispondente a regole condizionali favorevoli nello stesso tempo allo squilibrio e alla ristrutturazione.
L’autore stabilisce quindi la seguente relazione: quanto più alta nella gerarchia sociale è la professione del padre, tanto più flessibile è il tipo di strutturazione e quanto più bassa è la professione, tanto più rigido è il tipo di strutturazione. Lautrey dimostra infine che i bambini cresciuti in una strutturazione flessibile dell’ambiente familiare hanno raggiunto uno stadio più avanzato nel loro sviluppo operatorio rispetto agli altri due gruppi.
Una trasposizione alla socializzazione politica
Pecheron sviluppa la definizione di un nuovo approccio ai fenomeni della socializzazione che si colloca in continuità con i temi affrontati da Piaget, ma dandone un’interpretazione sociologica di tipo operativo. Criticando l’approccio alla socializzazione elaborato da Durkheim, l’autrice propone una definizione della socializzazione come acquisizione di un codice simbolico risultante da transazioni tra l’individuo e la società. Il termine transazione costituisce una trasposizione diretta della regolazione dell’equilibrio di Piaget: ogni socializzazione è il risultato di due processi diversi: assimilazione e accomodamento. Con l’assimilazione, il soggetto cercherebbe di modificare il suo ambiente per renderlo più conforme ai suoi desideri e ridurre l’ansietà e l’intensità dei suoi sentimenti; con l’accomodamento il soggetto tenderebbe a modificarsi per rispondere alle pressioni e ai vincoli del suo ambiente.
La socializzazione politica in Pecheron:
- La socializzazione è un processo interattivo e multidirezionale: presuppone una transazione tra ciò che è socializzato e chi socializza; non è acquisita una volta per tutte, ma implica delle rinegoziazioni permanenti all’interno di tutti i sottosistemi di socializzazione; assume i tratti di un punto di incontro o di compromesso tra i bisogni ed i desideri dell’individuo e i valori dei diversi gruppi con i quali entra in relazione.
- La socializzazione è sviluppo di una certa rappresentazione del mondo e in particolare di mondi specializzati, nei quali è compreso il mondo politico. Ogni individuo compone lentamente la propria rappresentazione del mondo, riorganizzando ciò che proviene dall’esterno in base alle aspirazioni e esperienze individuali.
- La socializzazione non è il risultato di apprendimenti formalizzati, ma il prodotto, continuamente ristrutturato, delle influenze presenti o passate dei molteplici agenti di socializzazione. Questa socializzazione latente è spesso impersonale.
- La socializzazione è principalmente una costruzione, lenta e graduale, di un codice simbolico che non costituisce, come in Durkheim, un insieme di credenze e di valori ereditati dalla generazione precedente, ma un sistema di riferimenti e di valutazioni del reale.
- La socializzazione è un processo di identificazione, di costruzione di identità, cioè di appartenenza e di relazione. Socializzarsi è assumere la propria appartenenza a dei gruppi e orientare la propria condotta senza che neanche ci si renda conto di ciò.
Ogni approccio empirico all’identità è reso difficile dalla molteplicità di gruppi di appartenenza e di identificazione, ma anche dall’effetto dell’ambivalenza delle identificazioni: da una parte il desiderio di essere accettato dagli altri, dall’altra la contrapposizione a questi gruppi. Questa integrazione delle identificazioni dipende dal sistema relazionale del soggetto, che si manifesta attraverso la coerenza di un linguaggio, cioè della strutturazione dei segni e dei simboli. Pecheron pone l’accento sull’importanza del linguaggio, confermando un’ipotesi importante: la strutturazione del vocabolario politico dei bambini dipende tanto dalla loro età quanto dalle caratteristiche socio-politiche del loro ambiente.
Un approccio genetico e limitato alla socializzazione
La teoria della socializzazione infantile del bambino prevede una doppia rottura:
- Una rottura con una concezione di formazione in termini di regole, norme o valori inculcati da parte di istituzioni in individui passivi che vengono modellati progressivamente da schemi di pensiero e di azione;
- Una rottura con la rappresentazione della formazione in termini di accumulazione di conoscenze o di progressione continua delle competenze. Le nozioni di stadio e di processo di regolazione dell’equilibrio rinviano ad una concezione dinamica della socializzazione.
Il problema della teoria piagetiana si pone nel momento in cui egli sostiene che il processo di socializzazione possa ritenersi concluso con l’ingresso nell’età adulta-mondo del lavoro, per due motivi: lo stadio dell’intelligenza formale è considerato come raggiunto da una maggioranza di adolescenti al momento del loro inserimento nell’attività professionale; le caratteristiche socio-cognitive degli adolescenti al momento dell’ingresso nella vita attiva strutturano l’insieme del loro percorso professionale successivo.
La socializzazione in antropologia culturale e nel funzionalismo
Cultura e personalità: un approccio culturalista alla socializzazione
Presentando e comparando tre società molto diverse Ruth Benedict concludeva così il suo studio: la maggior parte degli individui si lasciano plasmare nella forma voluta dalla loro cultura perché sono, in partenza, straordinariamente malleabili, e la forza plasmatrice della cultura in cui sono nati li trova docili. Benedict precisava peraltro che non tutti gli individui si sentivano ugualmente a loro agio in ognuna di queste società e che soltanto coloro che lei chiamava privilegiati e fortunati possedevano le potenzialità che coincidono più da vicino con il tipo di comportamento scelto dalla loro società.
L’antropologia culturale si concentra su una tesi comune: la personalità degli individui è il prodotto della cultura nella quale sono nati. Le istituzioni con le quali l’individuo entra in contatto nel corso della sua formazione producono in lui un tipo di condizionamento che, alla lunga, finisce per creare un certo tipo di personalità. L’istituzione è un insieme di schemi di condotta, di modelli di comportamento fissati per effetto della ripetizione di azioni individuali, un modellamento del comportamento umano. L’insieme di queste istituzioni costituisce la cultura di una società che quindi è anche, secondo la celebre definizione di Linton, la configurazione generale dei comportamenti appresi e dei loro risultati in cui elementi sono adottati e trasmessi dai membri di una società data.
Applicata al neonato e al bambino, l’istituzione è data, secondo Kardiner, dall’insieme di discipline di base che forniscono i modelli di gestione del corpo del bambino stesso, cioè le risposte, estremamente variabili a seconda delle culture, alle questioni riguardanti:
- L’allattamento e il nutrimento del bambino;
- Le circostanze e le modalità dello svezzamento;
- Il rapporto con la nudità, con i vestiti, con la fasciatura;
- Il rapporto con la pulizia, con gli escrementi;
- Gli atteggiamenti verso la masturbazione infantile.
È questo insieme di discipline orali, anali e sessuali che Kardiner denomina istituzioni primarie e che l’antropologia deve impegnarsi ad osservare per comprendere le esperienze fondamentali a partire dalle quali l’individuo incorpora nella sua personalità la cultura del suo gruppo sociale. Kardiner non giunge a riconoscere alcun meccanismo universale di strutturazione dell’ego, ma osserva un’estrema variabilità delle discipline di base che producono i caratteri comuni a tutti gli individui in una società.
L'ipotesi della personalità di base
L’approccio dell’antropologia culturale consiste nel descrivere la formazione delle personalità individuali come una progressiva incorporazione della cultura della loro società di appartenenza. Come scrive Linton, la cultura è completamente esterna all’individuo al momento della nascita, ma nel corso del suo sviluppo diviene parte integrante della sua personalità. Ciò che rende un aggregato di individui una società o un gruppo sociale non è soltanto la sua organizzazione, ma anche il suo spirito di corpo, cioè la cultura-fatta-corpo nel duplice senso di interiorizzazione nel corpo biologico di gesti, posture, atteggiamenti costitutivi della cultura del gruppo e di esteriorizzazione dei suoi modi di essere insieme in un corpo di concrete regole di comportamento, che manifestano la comunanza di idee e di valori così come la capacità di una azione unitaria e spontanea.
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