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Due filosofi a confronto sull'etica: Aristotele e Martha C. Nussbaum

Aristotele e la sua vita

Aristotele nacque, probabilmente, nel 384 a.C. a Stagira, in Tracia. Suo padre aveva ereditato la posizione di medico di famiglia del re di Macedonia. A diciott’anni circa Aristotele venne ad Atene e divenne allievo di Platone; rimase all’Accademia per circa vent’anni, fino alla morte di Platone nel 348-347 a.C. Quindi viaggiò per un certo tempo, e sposò o la sorella o la nipote d’un tiranno di nome Ermia. Nel 343 a.C. divenne tutore di Alessandro, allora tredicenne e conservò questo posto finché a sedici anni, Alessandro fu dichiarato maggiorenne da suo padre e fu designato come reggente durante l’assenza di Filippo. Non è possibile accertare ciò che si desidererebbe sapere intorno ai rapporti di Aristotele con Alessandro, tanto più che ben presto si crearono sull’argomento delle leggende. I contatti tra questi due grandi uomini sembrano esser stati così infruttuosi, come se avessero vissuto in pianeti differenti. Dal 335 al 323 a.C. (anno in cui morì Alessandro) Aristotele visse ad Atene. Fu durante questi dodici anni che fondò la sua scuola e scrisse la maggior parte dei suoi libri. Alla morte di Alessandro, gli Ateniesi si ribellarono e si volsero contro gli amici di lui, Aristotele compreso, che fu accusato di empietà. Ma egli, a differenza di Socrate, fuggì per evitare la pena. Nell’anno successivo (322) morì.

Le opere e il pensiero etico di Aristotele

Nel corpo delle opere di Aristotele si trovano tre trattati sull’etica, ma ora si ritiene che due di essi siano opera dei discepoli. Il terzo, l’Etica a Nicomaco, è per lo più indiscusso quanto ad autenticità, ma anche in quest’opera c’è una parte (libri 5, 6 e 7) che molti sostengono sia tratta da uno dei lavori dei discepoli. Le opinioni di Aristotele intorno all’etica rappresentano, per lo più, le opinioni prevalenti tra gli uomini educati e d’esperienza dei suoi tempi.

Ogni arte, ogni azione è svolta in vista di un fine che appare buono e desiderabile solo se il fine stesso e il bene coincidono. Il fine in questione deve essere voluto indipendentemente dagli altri effetti: Il bene sommo. L’unico bene sommo è la felicità, che è un’attività dell’anima. L’uomo giunge alla felicità solo se vive secondo ragione e questa è la virtù. Alla vita secondo virtù, come vedremo, è legato il piacere. Platone aveva ragione a dividere l’anima in due parti, una razionale e l’altra irrazionale. La parte irrazionale si divide in vegetativa (che si trova anche nelle piante) e appetitiva (che si trova in tutti gli animali). L’appetito può, entro certi limiti, essere razionale, quando i beni che cerca sono tali da ricevere l’approvazione della ragione. Questo è essenziale per la virtù, perché in Aristotele solo la ragione è puramente contemplativa e non porta, senza l’aiuto dell’appetito, all’attività pratica.

Le virtù secondo Aristotele

Vi sono due tipi di virtù, per Aristotele: intellettuale e morale, corrispondenti alle due parti dell’anima. Le virtù intellettuali si traggono dall’insegnamento, le virtù morali, dall’abitudine. È compito del legislatore creare dei buoni cittadini incoraggiando i buoni costumi. Diveniamo giusti compiendo azioni giuste, e lo stesso può dirsi per le altre virtù. Essendo costretti a prendere delle buone abitudini, pensa Aristotele, entro un certo tempo finiremo col trovar piacere nel compiere buone azioni. Ci si richiama al discorso di Amleto a sua madre: Simulate una virtù, se non l’avete. Quel mostro, il costume, che ogni sentimento mangia, diavolo delle abitudini, pure in questo è un angelo, che alla pratica delle azioni belle e buone esso egualmente dà una veste o livrea, che agevolmente s’indossa.

La virtù per il filosofo è uno stato di eccellenza. All’anima sensitiva assegna le virtù etiche che sono abitudini di comportamento acquisite allenando la ragione a dominare sugli impulsi, mediante la ricerca del giusto mezzo. La principale virtù etica è la giustizia (distributiva o commutativa), alla quale Aristotele dedica l’etica per l’appunto. L’uomo che rispetta le leggi è un uomo virtuoso. Le virtù dianoetiche, invece, riguardano l’intelletto e non la vita pratica. La virtù dell’intelletto, dunque la parte scientifica dell’anima, ha per oggetto le cose immutabili, stabili, certe, quindi non soggette al cambiamento.

La dottrina del giusto mezzo

Veniamo ora alla famosa dottrina del giusto mezzo. La virtù è sempre una via di mezzo tra due estremi, ciascuno dei quali è un vizio. Ciò si dimostra attraverso un esame delle varie virtù. Il coraggio sta tra la codardia e la temerarietà; la liberalità, tra la prodigalità e l’avarizia; l’amor proprio, tra la vanità e l’umiltà; la prontezza di spirito, tra la buffoneria e la grossolanità; la modestia, tra la ritrosia e la sfrontatezza. Alcune virtù non sembrano però rientrare in questo schema: per esempio, la sincerità. Aristotele dice che questa è una via di mezzo tra la millanteria e la falsa modestia, ma questo può applicarsi solo alla sincerità intorno a se stessi.

Giustizia e uguaglianza secondo Aristotele

Aristotele, nelle questioni morali, si mantiene sempre sulla linea di quelle che ai suoi tempi erano le opinioni convenzionali. Noi pensiamo che gli esseri umani, almeno in linea etica, abbiano tutti uguali diritti, e che la giustizia implichi l’uguaglianza. Aristotele pensa che la giustizia implichi non l’uguaglianza, ma una giusta proporzione, che solo qualche volta è uguaglianza.

La giustizia d’un padrone e d’un padre è cosa differente da quella d’un concittadino, perché un figlio o uno schiavo sono di proprietà, e non può esserci ingiustizia verso ciò che si possiede. Per quanto riguarda gli schiavi, però, va fatta una piccola correzione a questa dottrina: è possibile per un uomo essere amico del proprio schiavo? «Non c’è nulla di comune tra le due parti; lo schiavo è un utensile vivente... In quanto schiavo, quindi, non gli si può essere amici. Ma in quanto uomo sì; perché può sempre esistere un rapporto tra un uomo e un altro, rapporto che può derivare dalle leggi o da un accordo: si può avere quindi anche dell’amicizia verso di lui, in quanto uomo».

Un padre può ripudiare suo figlio se è cattivo, ma un figlio non può ripudiare suo padre, perché gli deve più di quanto non sia in grado di pagargli e in particolare gli deve l’esistenza.

Nei rapporti diseguali, dato che ciascuno deve essere amato in proporzione al suo valore, è giusto che l’inferiore debba amare il superiore più di quanto il superiore non ami l’inferiore: mogli, figli, soggetti, devono amare di più mariti, genitori e monarchi, di quanto questi non amino i primi. In un buon matrimonio, «l’uomo governa secondo il suo valore, in quei campi in cui l’uomo deve governare, ma i campi che si convengono alla donna, egli li affida a...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

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