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CAPITOLO 1 – L’ORIENTAMENTO

Con il termine orientamento può essere definito il modo, l’atto e l’effetto dell’orientare e

dell’orientarsi. E’ il procedimento che permette di trovare la posizione di alcuni elementi di

riferimento in modo che,grazie alla loro rilevazione, sia possibile stabilire la corretta direzione verso

cui muovere. L’orientamento costituisce un processo educativo ampio, complesso, continuativo e non

direttivo (orientarsi) che, più per abitudine che per altro, viene distinto in:

• Orientamento scolastico attività finalizzata ad un aiuto nell’ambito sia della scelta che della

buona riuscita del processo scolastico;

• Orientamento professionale attività di aiuto ed assistenza al soggetto nella fase della ricerca

del lavoro e del suo espletamento, finalizzata al conseguimento di risultati professionali

maggiormente gratificanti.

Definizione del Congresso dell’Unesco: Orientare significa porre l’individuo in grado di prendere

coscienza di sé e di progredire, con i suoi studi e la professione, in relazione alle mutevoli esigenze

della vita, con il duplice scopo di contribuire al progresso della società e di raggiungere il pieno

sviluppo della persona umana.

N.B. La separazione tra le due forme di orientamento è arbitraria dato che non consente di

consapevolizzare il ruolo di primo piano che nell’orientamento ‘’scolastico’’ ha il collegamento con il

mondo professionale e viceversa. Le scelte scolastiche, infatti, non possono essere prive di

collegamenti con la conoscenza della realtà esterna e del mondo del lavoro, ed è necessario che si

basino su una progressiva costruzione e maturazione del senso di identità non solo personale ma

anche professionale. Allo stesso modo, poi, le scelte professionali spesso risentono di vincoli

formativi che è opportuno siano contemplati perché sia facilitato un miglior uso delle risorse

personali. L’unica accezione in cui si può accettare e mantenere la distinzione è a carattere

normativoistituzionale, dato che sono affidati a due Ministeri diversi.

Sviluppo e trasformazione del concetto di orientamento

Nel corso del tempo il concetto di orientamento ha avuto più possibilità di interpretazione.

Per le società primitive, dove la necessità di orientamento non viene avvertita poiché è sostituita

dalla trasmissione del sapere (modus vivendi) e gli anziani sono riconosciuti detentori di saggezza e

di modelli di comportamento da imitare, nell’ambito di un apprendimento di vita. Successivamente

sarà la famiglia a svolgere l’attività di orientamento, fino alla rivoluzione industriale, ed a

rivestire sia un ruolo formativo, per le nuove generazioni (acquisizione di competenze), sia un ruolo

di offerta di lavoro (il lavoro si tramanda di padre in figlio ). Su questa azione, però, svolge un ruolo

di primo piano il condizionamento di natura economica, indirizzando verso la scelta di attività più

accessibili sul mercato piuttosto che più congeniali al soggetto accettazione indiscriminata e precoce

di ogni attività professionale, a patto che risulti ben retribuita. In questo periodo si assiste anche al

fiorire di orientamento al lavoro svolto dai maestri artigiani attraverso l’addestramento e mediante

prove pratico-specifiche di mestiere. Il criterio dell’addestramento professionale si è rivelato capace

di controbilanciare gli squilibri di un orientamento familiare e per questo motivo è resistito per molto

tempo (fino a quando ha dovuto rispondere alle esigenze di strutture socioeconomiche di tipo

artigianale).

N.B. Anziani, famiglia e maestri artigiani rispecchiano un modello d’orientamento che si realizza

come intervento direttivo di chi ha l’autorità nei confronti di chi deve essere orientato (orientandi).

• Fase diagnostico-attitudinale

Lo sviluppo tecnologico industriale determina una svolta sostanziale nel panorama dell’orientamento

perché la diversificazione e la complessità dei ruoli, conseguenti all’avvento dell’era industriale,

causano lo sconvolgimento della vecchia impostazione L’istituzione familiare si rivela inadeguata

all’orientamento a causa dei repentini mutamenti del sistema produttivo che richiedono un’opportuna

preparazione professionale dei giovani. Agli inizi del secolo assistiamo, allora, in Inghilterra, Francia e

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Stati Uniti, ad una prima fase dell’orientamento professionale (fase diagnostico-attidudinale) che

risponde al principio dell’uomo giusto al posto giusto, perseguendo finalità di maggiori profitti e non

certo di autorealizzazione dell’individuo orientare qualcuno. Gli studi supportano questa fase

evidenziando l’esistenza di capacità e di disposizioni congenite, oltre che affermare la possibilità di

determinarle con prove oggettive. Il concetto di attitudine appare, infatti, una disposizione naturale

ereditaria basata sulle componenti psicosensoriali delle prestazioni individuali, che appaiono

misurabili attraverso prove e reattivi della psicotecnica. L’orientamento, in questa fase, ha lo scopo di

determinare la concordanza tra le attitudini individuali ed i requisiti richiesti da una particolare

posizione professionale.

(N.B. Successivamente subentrano teorie riferite all’esistenza di tratti della personalità e basati

sull’analisi fattoriale per determinarli).

Questa concezione psicologico-attitudinale dell’orientamento, ponendo l’accento sulle diverse

attitudini dei soggetti e sulle possibilità di evidenziarle attraverso la psicodiagnostica, garantiva la

possibilità di instaurare un rapporto proficuo tra il soggetto e le attitudini richieste dalle diverse

professioni, con dirette ricadute sul piano produttivo-sociale. In seguito, mettere in evidenza

l’esistenza di fisionomie di carattere che potevano essere raccolte in tipologie di personalità aprirono

la strada alla fase successiva.

• Fase caratterologica-affettiva

Negli anni ’30 al concetto di profitto inizia a contrapporsi il concetto di interesse al lavoro, da parte

dell’individuo e questo ha portato all’elaborazione della teoria caratterologica centrata sugli

interessi professionali dei soggetti, per cercare di rintracciare una corrispondenza tra i tipi

caratterologici e le famiglie professionali La valutazione delle semplici attitudini psicofisiologiche è

considerata insufficiente se non è integrata dalla conoscenza del carattere del soggetto, ritenuto

responsabile della dinamica dell’adattamento allo studio ed al lavoro Non può essere definito adatto

ad una determinata professione un soggetto che è in grado di fare grazie alla sue specifiche

attitudini, ma piuttosto il soggetto che svolge quelle mansioni con piacere, perché sostenuto dai suoi

interessi. Questa fase dell’orientamento si protrarrà fino agli anni ’50 e si manifesta come

prettamente psicometria, poiché le caratteristiche del soggetto, i suoi interessi (visti come indizi del

suo tipo psichico ), vengono studiati tramite i test l’interesse si centra soprattutto sul periodo

adolescenziale visto come il vivaio degli interessi del soggetto.

Dallo studio delle attitudini, riconducibili ad una dimensione esterna di indagine, ci si rivolge alla

dimensione interna dell’individuo, per ciò che attiene alla sua disponibilità verso una determinata

attività professionale si pone attenzione anche alla sua partecipazione emotivo-affettiva, che

implica interesse,attenzione e curiosità.

• Fase clinico-dinamica

Questa fase ha inizio con lo sviluppo della teoria motivazionale, fondata sul presupposto che sulla

scelta professionale dell’individuo agiscano, prima di tutto, le influenze socioculturali ambientali

(esperienze personali ed informazioni ricevute) in rapporto con gli elementi profondi della

personalità, quali motivazioni e inclinazioni. Questa fase si colloca a partire dal 1945 fino al 1960 e si

avvale degli apporti della psicoanalisi (acquistano importanza il vissuto del soggetto, il suo passato e

le sue motivazioni inconsce), del colloquio clinico ed i test proiettivi. L’approccio amplia il concetto di

orientamento focalizzandosi sui bisogni profondi dell’individuo (es.bisogno di conoscenza) e

relegando, in una posizione marginale, le necessità del mercato del lavoro. La convinzione è che il

soggetto, una volta conosciute le sue tendenze profonde e le sue motivazioni, possa aumentare il suo

il lavoro è

adattamento emotivo ed il suo benessere rapportandosi ad attività professionali congrue

concepito come fonte di soddisfazione. Gemelli, poi, si sofferma sulla definizione di due termini

spesso confusi:

- inclinazione legata a meccanismi inconsci e, quindi, interni al soggetto;

- interesse legata a fattori esterni ( es. famiglia, ambiente ).

Ecco, allora, che mentre prima gli sforzi erano rivolti a trovare possibilità di concordanza tra struttura

psicologica e struttura lavorativa, adesso, una volta rintracciate le strutture profonde della

personalità dell’orientando, si va alla ricerca degli elementi dinamici in grado di soddisfare le sue

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esigenze, all’interno del vasto panorama delle professioni. L’operatore dell’orientamento diventa lo

psicologo clinico, deputato ad indagare la personalità globale dell’individuo.

A questa impostazione vengono, però, mosse alcune critiche:

- Sociologia critica il fatto che non venga considerato il pesante ruolo svolto dall’ambiente e dai

fattori economici e sociali sull’individuo, sulle sue scelte e sui suoi interessi. L’orientamento viene

considerato nella sua valenza di utilità pubblica e necessita di una programmazione di interventi

su scala nazionale, con apposito personale, in ambito di servizio pubblico.

- Pedagogia sottolinea l’importanza di un orientamento che si configuri come azione educativa.

Leon sostiene che l’individuo, dal momento che attraverso la sua scelta in campo professionale

opera un adattamento alla realtà, deve essere educato a compierla secondo gli interessi e gli

scopi della collettività (N.B. questa impostazione permette la riscossione dell’autonomia

decisionale).

Le critiche, poi, si ricolgono anche all’utilizzo dei test ed il rifiuto di questi strumenti ha simboleggiato

il rifiuto dell’impostazione e della pratica psicologica. L’utilizzo dei test è stato ricondotto ad un

orientamento inteso come pratica psicologica sostanzialmente diagnostica, mentre l’orientamento

inteso come pratica pedagogico-educativa ha preso le distanze in un’ottica di formazione

permanente.

• Fase dello sviluppo vocazionale

Questa fase comprende impostazioni teoriche volte a identificare: i fattori che influenzano

direttamente o indirettamente la scelta professionale, i processi decisionali implicati nelle scelte, i

rapporti tra personalità e scelta connessi all’ambiente di vita, gli stadi e di compiti relativi di un

processo di sviluppo vocazionale. Nasce negli anni ’70 e si basa sulla convinzione che la scelta

professionale raggiunge la sua maturazione attraverso varie tappe evolutive che devono essere

affrontate e superate adeguatamente,tenendo conto che la scelta professionale può rappresentare

una trasposizione ed un’attuazione dell’immagine di sé. L’orientamento è visto come un problema

importante per la cui risoluzione sono necessari gli apporti dell’individuo, poi della famiglia, della

scuola e della società.

La sequenza vocazionale di questo modello comprende:

1. esplorazione;

2. cristallizzazione o complessità dell’informazione;

3. specificazione;

4. realizzazione.

N.B. Le tappe dell’evoluzione della scelta professionale si basano sull’esplorazione, da parte del

soggetto, di tutte le sue possibilità per poter formulare un progetto personale e poterlo

successivamente

realizzare praticamente.

• Fase centrata sulla persona o maturativi-personale

Prevede il totale spostamento dell’ottica di riferimento sulla centralità della persona. Il protagonista

principale del processo di orientamento è il soggetto, non più l’esperto, che ricerca e richiede questo

l’aiuto e che risulta in grado di orientarsi autonomamente, se facilitato nella comprensione della sua

problematica Gli operatori hanno, pertanto, il compito di facilitare la consapevolezza e di abilitare il

soggetto a prendere decisioni riguardo a scelte di carattere personale proprio fornendo l’opportunità

di esplorare, scoprire e chiarire, schemi di pensiero e di azione.

N.B. Il soggetto è considerato attivo e capace di autodeterminarsi, quindi l’orientamento serve solo

per facilitare il processo.

Modelli paradigmatici di riferimento

Il piano teorico e pratico dell’orientamento si presenta ancora oggi frastagliato ma i tentativi di fare

chiarezza non sono certo mancati. Di Fabio propone la seguente organizzazione del materiale:

• Il modello informativo Ritiene fondamentale e sufficiente l’erogazione del maggior numero

possibile di informazioni al soggetto, affinché possa provvedere a fare le sue scelte. Il piano

informativo spazia dai percorsi scolastici e professionali (dati relativi a successo, insuccesso ed

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abbandono) ad una panoramica delle opportunità offerte dagli Enti locali in termini di servizi,

occupazioni, conoscenza del territorio, ecc. I limiti di questo modello risiedono nel perpetuare

dell’orientamento informativo invece che formativo. Senza disconoscere il ruolo rivestito dalle

informazioni, come momento conoscitivo del soggetto, appare importante sottolineare il loro uso

maturo e ciò implica rendere le persone effettivamente consapevoli delle limitazioni della mente

umana e dei meccanismi di pensiero che portano ad una decisione ragionata.

• Il modello psicodiagnostica A questo modello si rifanno le azioni di orientamento indirizzate a

rintracciare le caratteristiche dell’individuo (attitudini, personalità ed interessi, problem solving,

organizzazione dello studio, ecc.). Ciò che contraddistingue il modello è l’accertamento delle

caratteristiche psicologiche di un individuo mediante speciali strumenti finalizzati non a definire una

situazione momentanea, ma tratti di permanenti. I mezzi utilizzati sono essenzialmente test (di

rendimento, di personalità, ecc.). Le due direttrici di riferimento per ciò che concerne la metodologia

sono quella psicometria e quella clinica (o intuitiva) anche se è sostanzialmente il primo a dare un

fondamento alla psicodiagnostica. In questo metodo i risultati dipendono dalla validità e

dall’attendibilità dei procedimenti usati e dalla qualità dell’elaborazione dei dati acquisiti. Se l’ottica

diagnostica non è fine a se stessa e non pretende di diagnosticare in modo insindacabile, può dare

comunque l’impulso a stimolazioni ulteriori che l’individuo può compiere all’interno di un percorso più

ampio di elaborazione dei risultati, mediante una sua personale attribuzione di significato. Non deve

essere sottovalutato, inoltre, il ruolo che svolge l’imposizione tecnica dell’esperto rispetto al soggetto

da orientare dato che può innescare meccanismi di rifiuto delle rilevazioni o agire come profezia che

si autoavvera Se viene abbandonata una posizione rigidamente diagnostica si evidenzia un

arricchimento delle potenzialità di un intervento di orientamento poliedrico, sia sul piano

interindividuale che intraindividuale.

• Il modello educativo in questa prospettiva le condizioni socioculturali sono considerate

determinanti nelle scelte formative e/o professionali dell’individuo. Il modello evidenzia, infatti, come

l’orientamento non costituisca un atto episodico nella vita di un soggetto ma al contrario si realizzi

lungo un continuum, che attualmente può coincidere con tutto l’arco della sua vita lavorativa.

Sottolinea l’esigenza di seguire l’individuo nelle fasi di scelta almeno per tutto l’arco evolutivo,

prendendolo in considerazione non solo un aspetto o determinati aspetti della personalità del

soggetto, ma l’individuo nella sua globalità sviluppo continuo della persona. Rientra all’interno di

questo modello l’approccio dello sviluppo delle carriere (career development)

sostenuto da Super. Qui non è centrale il problema della scelta ma la modalità ed i passaggi

attraverso cui avviene la costruzione della carriera del soggetto. La classificazione della vita evolutiva

in cinque stadi (stadio della crescita, dell’esplorazione, della stabilizzazione, del mantenimento e del

declino) ciascuno dei quali è caratterizzato da sequenze di compiti di sviluppo e di carriere lavorative.

Si pone l’accento, infatti, sulla relazione e sull’immagine di sé che ha il soggetto ed il tipo di scelta

professionale a cui aspira. Un altro aspetto, su cui il modello in questione si è soffermato, è quello

della competenza nell’ambito del giudizio

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/06 Psicologia del lavoro e delle organizzazioni

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeriadeltreste di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'orientamento scolastico e professionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Di Fabio Annamaria.
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