Introduzione: prospettive della lirica contemporanea
I poeti della prima metà del secolo, in particolare quelli degli anni '10, ovvero Sereni, Caproni, Bertolucci e Luzi, assumeranno il ruolo di maestri per le generazioni di poeti successive. Questi quattro poeti, però, assieme ad altri che operarono negli stessi anni, non possono essere ricondotti a un orientamento omogeneo e condiviso, in quanto il linguaggio ermetico comune, prevalente negli anni '30, subito dopo la guerra, si articolerà in molteplici tendenze.
In ogni caso, la poesia medio novecentesca raggiunge probabilmente la sua acme, il suo punto più alto e rappresentativo, nelle metafisiche opposte di Caproni e di Luzi, così come nelle prove di tutta quella generazione di autori la cui residenza o il cui principale polo di attrazione era costituito dalla Firenze degli anni '30: ad esempio, i toscani Fortini e Parronchi, il pugliese Bodini e il salernitano Gatto che insieme formano una particolare generazione di "ricercatori" della parola e del senso, elaborando una linea teorica e linguistica comune, il cosiddetto ermetismo, ma allo stesso tempo elaborando anche tendenze eterogenee come la commistione di realismo e surrealismo mediterraneo che si ha con Bodini o la tensione ideologica di Fortini.
Comune a questi poeti è invece la riscoperta della parola poetica intesa come pensiero, come gesto supremo della responsabilità intellettuale e morale. Sul piano stilistico e formale, gli anni che precedono la guerra sono caratterizzati, per quanto riguarda la poesia, da un rafforzarsi delle tendenze di lirica pura, interiorizzata e soggettiva. Le tragiche vicende del conflitto e i difficili momenti della ricostruzione pongono però anche ai poeti nuovi interrogativi, sollecitando una maggiore partecipazione nei confronti del reale.
Si tratta di un’esigenza avvertita, in generale, da tutti i poeti che avevano esordito negli anni '30 e che modificano progressivamente il loro modo di concepire la scrittura. Da soluzioni statiche e introspettive si passa a modi più discorsivi e dinamici. Si allenta, in particolare, la trama simbolica e analogica, puramente allusiva, del linguaggio, a favore di un dettato più comunicativo, in grado di coinvolgere tendenzialmente un pubblico più ampio.
Tendenze della poesia del secondo Novecento
A un livello generale, è possibile individuare tre aspetti caratterizzanti della poesia del secondo Novecento:
- Il mito dell'innocenza perduta,
- L'orfismo tragico,
- L'avanguardia.
Questi aspetti possono ricondurre ad altrettante tendenze dominanti in questa seconda metà del secolo, pur tenendo conto del fatto che le classificazioni storico-letterarie sono in realtà classificazioni di comodo, convenzionali, sono delle scelte puramente arbitrarie che hanno un valore non tassativo ma orientativo:
Poesia metafisica
Una prima linea teorica che emerge nell’immediato dopoguerra è quella della cosiddetta poesia metafisica, come forma di pensiero e a più alto tasso di speculazione, caratterizzata da una duplice matrice: una metafisica di tipo negativo, cioè infelice, disperata, di stampo tipicamente caproniano, e una metafisica esistenzialista come metafora del viaggio esistenziale, di stampo invece luziano.
L'intreccio fra questi due modelli, però, non permette una reale distinzione tra autori per così dire caproniani o luziani. Infatti, ad essere prevalente, soprattutto a partire dagli anni '80 fino ad oggi, è una poesia dell'ansia conoscitiva, della ricerca del senso dell'esistenza. Sarà proprio questa ricerca a definire l'orientamento teoretico e metafisico di tutta questa costellazione di autori, anche se, in realtà, la poesia sarà destinata, il più delle volte, a rimanere sospesa e ingabbiata in uno spazio intermedio, dove il dubbio e la domanda non trovano nessuna risposta.
Le modalità espressive di questo tipo di poesia metafisica non sono necessariamente uguali per tutti gli autori, ma possono anche essere diverse, presentare ad esempio la forma di una "poesia-discorso", in rimando ai classici toni novecenteschi e in particolare alle poesie di Montale, distanziandosi dall'ambito del mistero e della tradizione simbolista. Un altro tipo di metafisica per così dire "estrema" è invece costituita da quell'insieme di soluzioni che nel corso del Novecento sono state avanzate per risolvere il problema del rapporto fra simbolo e realtà.
Il percorso poetico più esemplare che si pone in questa direzione è sicuramente quello di Giuseppe Conte, il quale ha fondato la propria poetica su due principi essenziali: la contrapposizione a qualsiasi forma di avanguardismo e il recupero del valore estetico nella poesia, fino ad arrivare a costituire un vero e proprio neo-orfismo che permetta al poeta di riacquistare la propria centralità nel mondo contemporaneo. Non si tratta, però, di un vero e proprio filone letterario, bensì di una problematica alla quale si sono affacciati poeti di diversa estrazione teorica e provenienza geografica, tra cui, oltre a Conte, Cucchi, De Angelis, Magrelli e Viviani.
Poesia della sperimentazione
Un altro tipo di poesia è quella che punta alla sperimentazione che si ha a partire dalla fine degli anni '50, ma che raggiunge il suo culmine negli anni '60-'70 con l’affermazione della neoavanguardia, caratterizzata dalla volontà di provocazione e di rifiuto, come rovesciamento delle poetiche correnti e contestazione a tutti i livelli di un linguaggio "mercificato", inteso come espressione dell'ideologia dominante: si pensi alle prove di Sanguineti, con cui giunge ad esiti vertiginosi lo sconvolgimento del linguaggio, come riflesso di un mondo degradato.
La data di inizio di questo movimento può essere individuata nel 1956, anno in cui viene pubblicato il Laborintus di Sanguineti e in cui viene fondata la rivista "Verri" da Luciano Anceschi. Un aspetto particolare dello sperimentalismo riguarda anche l'utilizzo dei dialetti che sin dai primi anni '40, a partire da Pasolini, darà luogo a una vasta produzione neodialettale, rappresentando un campo privilegiato per la formazione di una nuova lingua poetica, liberata dalla autoreferenzialità e caricata di suggestioni terragne e bucoliche.
Lo sperimentalismo dialettale determina una trasfigurazione espressionistica della realtà che permette di cogliere da una memoria antropologica stratificata all'interno della lingua contadina la consapevolezza di una tradizione vergine, naturale e intatta, non ancora contaminata dalla mercificazione della moderna società capitalistica. Il dialetto, infatti, non avendo una tradizione letteraria alle spalle, diventa paradossalmente una "lingua astratta" disponibile per la fantasia degli autori contemporanei. Una delle figure centrali che si colloca in questo quadro è quella di Lino Angiuli, un autore barese che dagli anni '60 a oggi ha alternato la sua produzione adoperando la scrittura in lingua e quella neovolgare, fino a giungere a una lingua "terza", ibrida, che rappresenta il risultato del connubio tra la tradizione lirica e la tradizione viscerale e terragna di un dialetto contadino. Questo equilibrio è reso possibile attraverso un atteggiamento ironico che diventa mezzo di analisi della realtà.
Poesia realista
Un terzo tipo di poesia è infine quella che segna tutta la sua pregnanza alla realtà, cioè la poesia realista. Secondo Ladolfi, per gran parte del tempo il Novecento è stato un secolo in cui la letteratura, in particolar modo la poesia, è stata lontana dalla realtà. Col passaggio al 2000 si avverte l'urgenza di chiudere questa parabola che allontana la poesia dal mondo fenomenico: nei giovani autori di questo periodo comincia quindi ad emergere il bisogno di riempire la poesia di realtà.
Quest'ultima può essere rappresentata in tre modi: come realtà storica (attraverso una poesia di argomento civile e contemporaneo); come realtà vista in una dimensione più quotidiana, domestica (quindi una realtà dell'orizzonte privato, quotidiano che si esprime tramite una poesia tipica delle autrici donne e che può essere definita anche "minimalista"); infine, il punto estremo di immersione nella realtà è rappresentato da una poesia di tipo materico, in cui al centro c'è proprio il mondo del corpo, quindi i temi della corporeità, fisicità individuale e dell’eros. Il corpo, in sostanza, viene visto come una sorta di "salvagente" al quale il poeta si aggrappa per non affondare (negli anni '90, non a caso, si parlerà, a tal proposito, di "gioventù cannibale", proprio per sottolineare il vorace rapporto che alcuni scrittori stabiliscono col corpo).
Parte II - La metafisica
Cap. 1 - Melaconia e musicalità in Giorgio Caproni
Giorgio Caproni, nato a Livorno nel 1912 e morto a Roma nel 1990, rappresenta uno dei maestri per gran parte della poesia contemporanea. L'esordio avviene nel 1936 con la breve raccolta Come un'allegoria, dedicata alla memoria di una ragazza amata e perduta disperatamente e caratterizzata da versi brevi. La tematica del libro è poi in parte ripresa in Ballo a Fontanigorda (1938).
La raccolta successiva Finzioni (1941) segna invece un ripensamento dell'esperienza precedente alla luce dei suggerimenti ermetici, evidenti nei complicati rapporti simbolici fra la parola, che ora si fa più ambigua e indeterminata, e i referenti dell'espressione. Nello stesso tempo Caproni persegue una misura di disciplina formale più rigorosa, nella severa compostezza e compattezza delle strutture metriche, come la ricerca dell'isosillabismo, l'accentuazione delle assonanze e la cadenza delle rime.
Caproni concentra la sua attenzione sui paesaggi bucolici e campestri e sui suoi elementi costitutivi più semplici e quotidiani, interpretati però senza alcuna chiave retorica ma con una capacità ancestrale di scoprirli come per la prima volta. Le sue poesie sono cariche di immagini quotidiane e amori giovanili, senza che per questo cadano nell'arcaismo crepuscolare. Il suo amore per la letteratura si è accompagnato inoltre a quello per la musica, con lo studio giovanile del violino. Questa sua formazione musicale si ripercuote anche nella sua produzione poetica, dove viene data costante attenzione al ritmo e alla melodia intrinseca alla tessitura verbale; questa attenzione giustificherà peraltro la scelta frequente da parte del poeta di utilizzare titoli che rivelano la sua conoscenza musicale.
In Cronistoria (1943), Caproni si posiziona in linea con l'evoluzione stilistica dell'ermetismo fiorentino verso l'oscurità; le poesie sono disposte come in una sequenza diaristica, senza indicazioni di titoli. Nel libro viene associato il ricordo della giovane amata e scomparsa prematuramente con le violenze della guerra. L'assimilazione di storia privata e storia collettiva trasforma quindi gli emblemi di vitalità in segni di sofferenza e d'angoscia; contro l’evidenza delle cose non servono le "finzioni" né tantomeno può salvare la memoria.
Il passaggio d'Enea, che comprende e rielabora anche composizioni già pubblicate in precedenza, conclude questa fase dell'attività poetica. Anche per Caproni gli anni della guerra mondiale e civile determinano un'adesione alla realtà umana contingente, in particolare quella cittadina, fatta di bar, tram, giornali, automobili ecc. che animano lo spazio reale, come risulta evidente proprio in questo libro.
In questa raccolta, inoltre, Caproni fa per la prima volta riferimento a un tema autobiografico al quale ricorrerà sempre più spesso, ovvero la nostalgia per la città di Genova, nella quale era vissuto fino al 1939 e che assurgerà a simbolo di un paradiso privato e intimistico perduto ormai per sempre. Il suo trasferimento nella capitale, Roma, in cui trascorrerà tutto il resto della sua vita, rappresenterà al contrario per lui una profonda lacerazione, diventando metafora e allegoria del trionfo della volgarità e dell'indifferenza sulla semplicità e spontaneità delle abitudini.
Il titolo della raccolta è ispirato a una statua che vedeva nel centro storico di Genova, raffigurante appunto Enea che porta sulle spalle il padre. Enea rimanda quindi alla figura dell’esule che si porta dietro tutte le tre generazioni. Tramite questo ricordo Caproni trasfigura se stesso nell'immagine dell'esule, costretto a trasferirsi dall’amata Genova a Firenze, alla ricerca disperata di un futuro, di una nuova terra, all'interno della quale preservare la memoria della sua giovinezza perduta.
In L’Alba. Si tratta di un sonetto, composto da 14 versi endecasillabi. Caproni, in particolare, sarà uno dei più sofisticati riformatori del sonetto nel Novecento, utilizzando rime imperfette e variando liberamente lo schema tradizionale, un atteggiamento che, in realtà, caratterizza in senso più lato tutto il novecento e in particolare la tendenza post moderna del nostro secolo. Il testo in questione si tratta ancora una volta di una poesia d'amore, dove è raccontata l’attesa della moglie in un bar.
Questa condizione di attesa però è caratterizzata da elementi di tipo angoscioso, come ad esempio il bar non accogliente, povero e misero. Viene quindi rappresentata una condizione di deserto e atmosfera inquieta. L'attesa della moglie che non arriva diventa peraltro il segnale di una condizione esistenziale dell'uomo che non aspetta più nulla nel presente, l'immagine della inquietudine che si avverte quando l'esistenza appare di fatto bloccata.
Dall’idea classica della donna che porta, annuncia un messaggio positivo, salvezza, da questa idea di speranza che la poesia suggerisce all’inizio, si passa invece, nel finale, a un’idea di poesia che annuncia il presentimento della morte. Il poeta comincia infatti a temere che il mancato incontro con la sua donna possa essere già un indizio, una profezia della morte.
Caproni si separa poi definitivamente dalla tendenza ermetica a partire dal libro Il seme del piangere (1959). Il libro si presenta piuttosto sotto forma di un canzoniere neo stilnovistico dove la donna amata assume le sembianze della madre del poeta, Anna Picchi. In questa raccolta il motivo degli affetti, che sopravvivono al crollo delle certezze circostanti, è intriso dunque di una dolcezza ambigua, nella figura del figlio innamorato di una madre-fanciulla.
Nella sezione della raccolta intitolata Versi livornesi, infatti, la figura centrale è proprio quella di "Annina", la madre del poeta scomparsa da poco, che diventa espressione di giovinezza e amore, al punto tale che il poeta finisce col provare uno strano senso di colpa per non essere vissuto prima della sua stessa nascita, negli anni in cui avrebbe potuto amare colei che sarebbe poi diventata sua madre.
Tramite una inversione temporale cronologica, Caproni immagina di essere contemporaneo di sua madre, figurandola come una donna giovane e bella che vive Livorno (peraltro sua città natale) come una figura stilnovistica. Immagina di essere giovane e di poter corteggiare lui stesso la madre. Questa sezione lirica, in particolare, da un lato si tratta di una testimonianza senz'altro originale di un amore filiale descritto attraverso toni espressivi semplici, ma con uno stile elegante e con un ritmo classico, dall'altro rappresenta la trasfigurazione simbolica della nostalgia delle origini centrale ne Il passaggio d'Enea.
La madre perduta, come la stessa Genova, rappresenta l'indice, il segno di una promessa di felicità non mantenuta, a cui il poeta si appella per cercare una consolazione alla memoria e giovinezza perduta. Il titolo del libro riprende peraltro una citazione dantesca del Purgatorio, quando Beatrice rimprovera Dante per gelosia al punto da farlo piangere. Il titolo sottende quindi una situazione di smarrimento e paura, indica pertanto il libro del lutto, della scomparsa della madre, e non il suo superamento.
Le poesie composte tra il 1960 e il 1964 sono riunite nella raccolta Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee (1965), un insieme di lunghi componimenti le cui figure centrali sono costituite, essenzialmente, da personaggi monologanti, come ad esempio il "viaggiatore" da cui deriva il titolo della raccolta. In questa raccolta, il motivo del viaggio e della fuga è quello della solitudine e della consapevolezza della fine.
Sul piano della scrittura, invece, il libro è caratterizzato da un discorso più riflessivo rispetto al passato, che presenta toni colloquiali e ironici al tempo stesso. Il "congedo" di cui si parla nel titolo assurge in quest'opera quasi a un nuovo genere lirico, dove il personaggio fa un resoconto della propria esistenza consegnando ai vicini una sorta di testamento spirituale. Il poeta annuncia il suo addio a coloro che hanno condiviso con lui ideali ed esperienze, ritirandosi in uno spazio finalmente libero dalle polemiche e dalle contese storiche.
L'ultima stagione poetica di Caproni, quella che va dal 1964 al 1986, si caratterizza per una frammentazione del verso in segmenti, ricercando un particolare ritmo e una diversa intensità, quasi come se il testo poetico si trasformasse in una partitura musicale. Il paradosso che mostra la contraddittorietà dell'esistenza e della condizione di poeta, già emerso nelle Prosopopee, diverrà un artificio retorico costante nelle ultime tre raccolte di Caproni, dove è centrale il tema del naufragio dell’io in un paesaggio senza più certezze e significati definiti.
Il nichilismo che anima l'ultimo Caproni, però, è meno aspro e minimalista rispetto a quello delle ultime raccolte di Montale. In queste poesie, infatti, a definire un mondo reso informe e insensato dalla "morte di Dio" è un entusiasmo felice di impronta fantastica: Caproni avverte che il relativismo filosofico...
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