Il secondo romanticismo e la scapigliatura
Il periodo tra la caduta di Napoleone e la proclamazione del Regno può essere considerato una fase unitaria, un'epoca. In quegli anni ebbero luogo eventi politici e sociali che modificarono il vivere e il sentire, nacquero e si diffusero correnti nuove di filosofia e di scienza; e con l'evoluzione culturale e psicologica si cambia anche la letteratura. Così gli scrittori delle generazioni nuove si trovano a scrivere nel pieno del moto risorgimentale e romantico, a contatto con idee e libri nuovi che venivano soprattutto dalla Francia liberale degli anni Trenta. Anche il pubblico era in trasformazione: leggeva moltissimo. Perciò, la nuova generazione di scrittori avvertì un suo distacco dalla precedente.
De Sanctis una nuova "Arcadia" poetica della natura e del cuore, inclinazione al patetico, prevalere delle mitologie e del gusto nordicheggiante.
Aleardo Aleardi
Aleardo Aleardi (1812-1878) prese parte ai moti risorgimentali; nel 1848 andò a Parigi a chiedere aiuti per la repubblica veneta e fu anche arrestato. Fu poi deputato, senatore, professore di estetica a Firenze. La sua lirica pare raccogliersi intorno ai temi della patria e della sua storia, tanto che egli fu detto "poeta della storia".
- Arcadia sentimentale intrecci tra patria, storia e amore
- Arcadia sociale accenni ai problemi di lavoro
Giovanni Prati
Giovanni Prati (1814-1884) ebbe una vita instabile e irrequieta, da poeta "romantico". I temi più frequenti delle sue liriche: matrimonio, affetto per la figlia, morte prematura della moglie. Ottenne un gran successo con il poemetto Edmenegarda. In Piemonte fu perseguitato, ma anche in altre città. Tornato in Piemonte, vi trovò pace e occupazione: deputato, senatore, direttore dell'Istituto superiore di magistero. Temi delle sue opere: patriottismo, paternalismo sociale, aspirazioni realistiche frenate da un moralismo piccolo-borghese e da un sentimentalismo tutto in superficie.
La scapigliatura
Dopo il '60 si delineò una corrente la cui importanza storica è notevole: la scapigliatura. Il termine fu adoperato per la prima volta da Cletto Arrighi (Carlo Righetti) che in un suo romanzo chiamò così quella "certa quantità di individui di ambo i sessi fra i venti e i trentacinque anni, pieni di ingegno quasi sempre, più avanzati del loro tempo". La scapigliatura traduceva il termine boheme – era un fenomeno di anarchismo borghese. Gli scapigliati sono intellettuali che rifiutano il progresso e il positivismo avanzante, rifiutano la scienza, non accettano le strutture borghesi, si ribellano. Perciò la Scapigliatura non era solo un fatto letterario, ma anche sociale. Questi scapigliati non poetarono solo, ma vissero da "scapigliati", mettendosi fuori dalla classe alla quale appartenevano per nascita, vivendo ai margini della società. Perciò si accostarono a Heine e ai "poeti maledetti" francesi – soprattutto Baudelaire, di cui sentirono vivissimo il fascino. Le loro opere sono autobiografiche, convulse, impressionistiche. Cinquant’ anni dopo questo fenomeno si sarebbe presentato come "avanguardia".
Ippolito Nievo
Ippolito Nievo (1831-1861) partecipò attivamente alle battaglie risorgimentali del '58 e alla spedizione dei Mille. Benché sia morto a soli 30 anni, ha lasciato una mole enorme di opere. Scritti politici: Venezia e la libertà d’Italia e Frammento sulla rivoluzione nazionale. Così, come Ferrari e Pisacane, dietro la questione nazionale scoprì la questione sociale, ma le diede una soluzione non rivoluzionaria bensì liberale e riformistica. Egli lasciò numerose raccolte di versi (Lucciole, Amori garibaldini). L’opera maggiore è il romanzo Confessioni di un italiano. Questo romanzo fu pubblicato postumo, senza che fosse stato sottoposto a un’attenta rielaborazione da parte dell’autore.
Giuseppe Rovani
Giuseppe Rovani (1818-1874) noto per il romanzo Cento anni, quadro della società lombarda e italiana dal 1750 al 1850.
La nuova Italia
Nel 1861 fu proclamato il Regno d’Italia.
- Massimo d’Azeglio: "L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani". Con la parola "fare" si intende amalgamare in una unità di interessi, di lingua, di sentimento, di sviluppo civile ed economico milioni di uomini che per secoli avevano avuto una storia separata e avevano parlato dialetti spesso incomprensibili tra loro.
Il compito si rivelò subito estremamente difficile a causa della arretratezza economica; dell’analfabetismo medio (78%) – soltanto il 12% sapeva leggere e scrivere, gli italofoni erano poco più di seicentomila; questione di geografia (questione meridionale).
Fatti positivi
- Unificazione del mercato con gli scambi conseguenti tra regione e regione; allargamento graduale dell’unità linguistica, scolastica, culturale; il costruirsi di una “società nazionale”, di carattere ormai decisamente “borghese”; strato di piccola borghesia.
La cultura
Il positivismo
Questi stati d’animo furono rafforzati e convalidati in un moto di pensiero che possiamo chiamare "Positivismo". Esso è caratterizzato dalla tendenza a rifiutare le varie forme di spiritualismo proprie della cultura della Restaurazione e del Romanticismo per una cultura laica e mondana, ancorata ai fatti “positivi”, mirante scoprire non le “essenze” delle cose ma i meccanismi con cui funzionano e le conseguenze che provocano: una cultura di carattere scientifico, attenta a conoscere il mondo per poterlo dominare.
I maestri: Auguste Comte (fondatore della sociologia), Charles Darwin (L’origine della specie e L’origine dell’uomo), Herbert Spencer, John Stuart Mill, Claude Bernard, Roberto Ardigò.
Questo complesso di teorie procedeva alla costruzione di una società sua, fondata sul capitalismo, sull’espansione limitata della produzione e dei consumi, sullo sfruttamento di tutti i beni naturali, sullo sviluppo del processo tecnologico. L’intellettuale non era solo “umanista”, ma anche scienziato, filosofo, storico, saggista divulgatore di cultura e di idee.
Per molti altri, invece, il Positivismo era considerato solo un metodo, poteva conciliarsi senza scontri con una visione “borghese” della vita sociale. L’altra concezione è quella di chi da Darwin e dal darvinismo traeva conseguenze pessimistiche.
Lo scrittore e la società
Sorgono case editrici, riviste, giornali e una miriade di iniziative locali pullula nelle città minori. Due riviste vanno ricordate: “La nuova antologia” e “Cronaca bizantina”. Ormai il “letterato”, lo “scrittore” è inserito in una società “borghese”, dove vige il diritto di autore, dove il suo lavoro è richiesto e pagato, dove è possibile collaborare a buone condizioni a giornali e riviste.
Letteratura, borghesia e “popolo”
Questa letteratura della nuova Italia fu sostanzialmente “borghese”, nel senso che gli scrittori appartenevano per la massima parte ai ceti borghesi. Sorse una nuova disciplina (il folclore/folklore) che studiava non solo più la poesia, ma tutte le tradizioni, gli usi e i costumi del “popolo”, tanto nel passato quanto nel presente.
La questione della lingua
Il compimento dell’unità pose in termini nuovi anche l’eterna questione della lingua che diventò ora soprattutto un problema di lingua parlata. Il problema della lingua fu l’assillo proprio di quegli scrittori che volevano essere “moderni” e che volendo presentare “il mondo com’è” avvertivano l’insufficienza della lingua letteraria, tanto più in quanto nello stesso tempo volevano essere scrittori: fare arte. È naturale perciò che al travaglio pratico si accompagnasse un dibattito teorico. La soluzione ufficiale fu quella “fiorentina”, sostenuta da Manzoni. Il punto più alto di questo dibattito fu raggiunto dal glottologo goriziano Graziadio Isaia Ascoli. Egli si opponeva decisamente alla tesi della fiorentinità. Secondo lui i parlanti dovrebbero spontaneamente accettare un termine o un costrutto.
La letteratura della nuova Italia
Una formula che definisce la nostra cultura di quegli anni in tutti i suoi aspetti è la “tendenza al reale”: la tendenza a fare dell’arte uno strumento in grado di analizzare, capire, rappresentare il reale – il mondo qual è. Perciò per letteratura “reale” o “vera” si intese il rappresentare “scientificamente” la società e l’uomo quali essi sono, anche nei loro aspetti ritenuti meno nobili e meno “poetici”. A questa tendenza generale possono ridursi gli scapigliati.
Uno dei temi principali è la famiglia. Sulla famiglia, come entità economica e affettiva, poggiava tutta la civiltà borghese del tempo: la famiglia vista come un nucleo, una cellula sociale dotata di astronomia economica fondata sul lavoro del padre, il “capofamiglia” al quale spetta provvedere al mantenimento di essa, che perciò deve avere la supremazia giuridica e morale; mentre la donna è l’ “angelo del focolare”, la custode dell’intimità domestica, l’educatrice dei figli. E i figli sono gli eredi del padre, quelli a cui spetta godere dei frutti del suo lavoro, perpetuando la famiglia.
- Grande attenzione alla prostituzione.
- L’Italia non ha avuto allora romanzi come Madame Bovary (Flaubert) o Anna Karenina (Tolstoj).
- Nuove figure di eroi: lo scienziato, il medico, il maestro.
- Intanto iniziava ad affacciarsi il motivo del self-made man, l’uomo che si è fatto da sé: il borghese che a forza di lavoro è ammesso tra i nobili, il popolano che sale fino alla borghesia.
- Un altro tratto nuovo della letteratura dell’Ottocento è che sembra ignorare l’esistenza delle letterature classiche: la greca, la latina, la stessa italiana.
I generi e i livelli letterari: la narrativa
Il genere egemone fu sempre più la narrativa. La poetica dominante fu quella del Naturalismo: un movimento sorto in Francia, e di cui teorico e maestro fu Emile Zola (1840 – 1902). Secondo Zola la letteratura e il romanzo erano “una conseguenza dell’evoluzione scientifica del secolo”. Il romanzo, genericamente, non doveva tendere alla rappresentazione del reale, ma doveva essere una “tranche de vie”: una fetta di vita analizzata con i metodi delle scienze naturali e sociali, studiando la società in tutti i suoi aspetti e in tutti i suoi strati sociali, dai più bassi ai più alti. Il Realismo non ha per nulla il compito di descrivere solo ciò che è elevato, gioioso, buono, ma anche ciò che è brutto, triste, reale. Il romanzo naturalista è sempre di argomento contemporaneo e non molto lontano nel tempo.
- Capuana ha il merito di aver contribuito a far conoscere in Italia uno scrittore come Zola.
Il Naturalismo francese e i suoi adattamenti italiani furono oggetto di polemiche nelle quali da una parte si esaltava l’utilità sociale e la moralità di quest’analisi spregiudicata dalla realtà, dall’altra la si accusava di immortalità e di antipatriottismo. La diffusione in Italia del modello zoliano aiutò la nostra narrativa ad articolarsi in due gruppi: quello degli scrittori che si proponevano un’arte capace di captare il reale (tendenza al reale) e possono dirsi “naturalisti”. Alcuni però (sud Italia) pur non condividendo del tutto o in parte i presupposti ideologici di Zola, non solo ne accettarono la tesi di poetica ma le svilupparono teoricamente e le applicarono con il massimo del rigore, insistendo sulla “impersonalità”: sulla necessità per lo scrittore di rendere “invisibile la mano dell’artista”, in maniera che l’opera d’arte sembra essersi fatta da sé… senza serbare alcun punto di contatto con il suo autore.” Questi possono dirsi “veristi”.
Luigi Capuana
Luigi Capuana (1839-1915) era il teorico della scuola verista. Egli capì l’importanza di Zola, ne fece conoscere l’opera e ne diffuse la tesi. Fu tra i primi a capire la grandezza di Verga e ad analizzare l’opera con intelligenza e finezza. Il suo romanzo Giacinta fu il primo romanzo naturalista italiano. I personaggi di Capuana toccano tutti gli ambienti sociali e si muovono su piani e registri diversi, tanto tematici quanto stilistici.
Federico De Roberto
Federico De Roberto (1861-1929) appartiene alla generazione che si è formata nell’Italia ormai unita e nella cultura del positivismo e del Naturalismo. Cominciò a scrivere novelle che volevano rappresentare organicamente sia il mondo paesano sia quello aristocratico.
Matilde Serao e i napoletani
Accanto ai siciliani aderirono al verismo molti napoletani. Essa fu il rappresentante più vivace del verismo napoletano. I temi dei suoi libri: passione per il lotto, i “bassi”, il monastero, il pranzo dei poveri, il pittore di santi, la monaca smonacata. La Serao scrive male non perché intruda elementi dialettali, ma perché non gli intrude organicamente: solitamente narra in una scialba lingua usuale. Essa presenta un’incapacità di trovare un colorito linguistico e stilistico veramente suo.
La narrativa per l'infanzia
Edmondo de Amicis Cuore diario di un anno in una scuola elementare torinese, folta di ritratti di maestri, genitori, ragazzi, articolata in pagine di diario, novelle, bozzetti: una piccola Italia, nella quale sono presenti tutti i ceti sociali e tutte le regioni.
Carlo Collodi (Carlo Lorenzini) Le avventure di Pinocchio è la storia di un burattino di legno, che dopo varie avventure diventa un ragazzo in carne e ossa. Ma già da burattino Pinocchio è un ragazzo, ha l’intelligenza, i sentimenti, i pregi e i difetti; ed è anche questa una delle ragioni del fascino che esercita sui ragazzi, che si ritrovano interi in chi, benché burattino di legno, è tanto simile a essi. La morale del libro è quella borghese del tempo. Pinocchio è uno scapestrato di buon cuore, che commette varie marachelle, ma ha un fondo buono e generoso, e alla fine si sobbarca al sacrificio e al lavoro per mantenere il padre vecchio.
Giovanni Verga
(Catania, 1840-1922) Già i contemporanei riconobbero la statura di Verga. Il gran pubblico lesse e apprezzò i suoi primi romanzi, alcuni dei quali furono, come diciamo oggi, dei veri best seller. Egli è stato uno scrittore difficile: in lui si incontrano tante ragioni e tanti motivi di quella età, il che significa che fu uomo ricco di umori, e che le trasformazioni che la società italiana viveva provocavano in lui reazioni molteplici, qualche volta contrastanti. Nacque da una famiglia di proprietari terrieri (benestante). Ebbe vent'anni quando Garibaldi guidò in Sicilia l'impresa dei Mille. Per un giovane educato ai valori romantico-risorgimentali, quest’evento segnò una data memorabile: Verga resterà sempre fedele ai valori dell’unità nazionale e al culto del Risorgimento. Egli ebbe buoni maestri, conobbe scrittori di una certa rinomanza, e decise di lasciare gli studi di legge ai quali il padre lo aveva avviato per darsi tutto alla letteratura.
Prime prove narrative: Amore e patria, I carbonari della montagna, Sulle lagune, Una peccatrice. Nel 1865 lasciò la Sicilia per stabilirsi a Firenze che stava per diventare la capitale d’Italia (1867 – 1870). Compone: Storia di una capinera e inizia a scrivere Eva. Successivamente passò a Milano: la “capitale morale”, la capitale del capitalismo nascente, il centro anche dell’attività letteraria, la città della Scapigliatura e poi del verismo. Qui frequenta i salotti letterari e i caffè dove si ritrovano gli artisti e diventa amico di diversi scrittori scapigliati. Seguì così il processo di quella letteratura francese che era allora la letteratura guida di tanta parte d’Europa; del resto Luigi Capuana fu il profeta in Italia del naturalismo di Zola. Capuana arriva nel 1877 a Milano e contribuisce alla formazione di un gruppo di narratori e di critici che si propone di creare il “romanzo moderno” attraverso l’adesione al programma del Naturalismo sostenuto in Francia da Emile Zola. Il primo racconto naturalista di Verga è Rosso Malpelo. A Torino Verga mette in scena il dramma rusticano Cavalleria rusticana, con grande successo. La prima attrice è la Duse. Poco dopo incontra Zola per la prima volta.
Pubblica: Eva, Tigre reale, Eros, Nedda, Primavera e altri racconti (raccolta di novelle), Rosso Malpelo, Vita dei campi (racconti), I Malavoglia, Il marito di Elena (romanzo), Novelle rusticane (novelle siciliane), Per le vie (novelle milanesi), Mastrodon Gesualdo, I ricordi del capitano d’Arce.
Sul piano politico Verga appare vicino alla Destra storica, che proponeva un’alternativa agraria al predominio del grande capitale industriale del Nord. Dal 1893 Verga torna a risiedere in Catania, dove cerca di lavorare per il teatro. Nel 1920 è nominato senatore e assiste a Catania alle celebrazioni in suo onore, per i suoi ottant’anni, in cui Pirandello tiene un famoso discorso in cui lo contrappone a d’Annunzio. Proprio quando comincia un momento più favorevole per la sua fortuna di scrittore, Verga muore.
Il teatro
Un genere che allora riassunse rilievo fu il teatro. Il teatro era allora, meglio e più di giornali…
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