Età classica e la tragedia
Considerato il periodo delle più brillanti manifestazioni intellettuali del popolo greco, è anche il periodo delle grandi vittorie contro i Persiani (Maratona nel 490, Salamina nel 480). In questo periodo Pericle governa Atene e Atene diventa il più importante centro artistico-letterario, nonché politico, del mondo greco.
La nascita della tragedia
Sorge un genere letterario nuovo, la tragedia, la cui nascita (come ci dice Aristotele nella Poetica) è da connettere al culto campestre di Dioniso (nascendo dal ditirambo e sviluppandosi nel dramma satiresco per poi giungere alla tragedia). Ancora in età classica le opere teatrali venivano rappresentate durante le feste dionisiache (Piccole Dionisiache o Dionisiache rurali a dicembre; Lenee a gennaio; Antesterie tra metà febbraio e metà marzo; Grandi Dionisiache o Dionisiache cittadine fra marzo ed aprile).
La rappresentazione teatrale era per i greci un fatto pubblico, anzi statale: lo Stato delegava ai cittadini più ricchi l’allestimento della rappresentazione drammatica, attraverso un servizio pubblico, la liturgia; lo Stato designava anche un istruttore, il corego, per la preparazione del coro; e lo Stato infine indiceva i concorsi drammatici, gli agoni, in cui ogni poeta presentava una tetralogia di tre tragedie (che fino al tempo di Sofocle ebbero come tema un unico mito) e un dramma satiresco.
La tragedia era costituita da:
- Prologo (sezione corale che accompagna l’ingresso del coro)
- Parodo
- Quattro episodi (parte dialogata, corrispondono più o ai nostri atti)
- Quattro stasimi (canti sul posto, canti del coro che seguono ogni episodio)
- Esodo
Eschilo
Eulesi/Atene, inizio V sec., attico. È considerato il vero padre della tragedia attica classica. Databile agli inizi del V secolo, legato a Sofocle e Euripide da una coincidenza cronologica, raccontata dagli anziani: al momento della vittoria di Salamina (480), il 45enne Eschilo combatteva, il 17enne Sofocle guidava il peana (canto corale in onore di Apollo) e Euripide nasceva.
Nato a Eulesi verso il 525, di famiglia nobile, Eschilo fu testimone della fine della tirannide dei Pisistratidi (510) e dell’instaurazione della democrazia ad Atene; combatté contro i Persiani a Maratona (490), a Salamina (480) e a Platea (479). Fu spettatore dei grandi mutamenti politici e vide la piccola Atene resistere al più grande esercito del mondo: ne concluse che i popoli, le città, le famiglie e gli individui crollano solo se infrangono la giustizia di Zeus.
È animato da una fede incrollabile (e quasi monoteistica) nell’ordine di Zeus e da un ardente amore per Atene, le sue istituzioni e il suo destino. Al centro del teatro di Eschilo è il problema dell’azione, della colpa, del castigo e della responsabilità: l’uomo è responsabile d’ogni azione, però tutto avviene per volontà degli dèi (e il colpa da una macchia ereditaria). In questa ricerca, ha tradotto l’epica in azione teatrale [soleva dire che le sue tragedie erano briciole del grande banchetto omerico]. Si ispira costantemente all’etica arcaica [giustizia della misura, reciprocità, “chi agisce subisce”, l’apprendimento è connesso con la sofferenza secondo l’antico principio del “pàthos màthos”].
Era comunque convinto che la giustizia trionfa sempre [Fu il poeta di Dike]. Ogni sua tragedia è la rappresentazione della ricerca della verità (lui non conosce la verità: la cerca). Tutto avviene per volontà degli dèi, ma il male avviene per il nostro preciso errore: è la doppia prospettiva già chiara nell’Odissea (destino). Eschilo non è però un ideologo (non ha scoperto nuovi principi o un nuovo sistema, e non ha risolto le contraddizioni della trama dei miti), ma ha un’ideologia (uomo di fede e principi).
Eschilo è soprattutto poeta di situazioni, con al centro una colpa che genera altra colpa e altre situazioni omologhe. Non è invece un poeta di caratteri (solo Prometeo ha una figura complessa; solo Prometeo, Eteocle e Clitemnestra hanno la statura di veri personaggi, ma sono ancora monolitici). Eschilo è maestro nel creare atmosfere. Ha uno stile grandioso e solenne, e usa molto (ma in modo funzionale) le metafore [alcune volte promuove una metafora a simbolo dell’intera trilogia e la ripete come un motivo conduttore; spesso sono suggerite dalla campagna e dal mare].
Ha una grande ispirazione poetica, e gli sono attribuite molte innovazioni importanti. Ha introdotto la “trilogia legata” per risolvere il problema di rappresentare la parabola di un destino che si manifesta nel corso di più generazioni in una sola tragedia (unità di tempo). Lega quindi le tre tragedie come fossero i tre atti di una sola tragedia [eccezione i Persiani che non hanno nessun legame con le altre].
Ha introdotto il secondo attore (e ha talvolta usato il terzo attore, inserito nel frattempo da Sofocle) per dare più spazio all’azione. I Persiani, Sette a Tebe e i Supplici sono drammi corali, l’azione è elementare, senza vera articolazione, e il coro unisce gli elementi. Nei suoi drammi (eccetto il Prometeo) il coro ha ancora largo spazio, ma lo spazio riservato all’azione è più largo di un tempo: l’orchestra è come attratta da ciò che succede sulla scena, il corifeo dialoga con i due o anche tre personaggi. Tra i grandi poeti classici è l’unico a prestare attenzione politica (oltre che morale e religiosa) nelle sue opere [nei Supplici parla per la prima volta del “potere del popolo”, nei Persiani e nei Sette contro Tebe delle vittorie militari].
Secondo le fonti antiche Eschilo avrebbe scritto tra 70 e 90 opere tra tragedie e drammi satireschi. Ci sono pervenute sette tragedie: Supplici, Persiani, Sette contro Tebe, Prometeo incatenato, Agamennone, Coefore, Eumenidi [Agamennone, Coefore e Eumenidi formavano una tetralogia con il dramma satiresco Proteo].
Sofocle
Atene, 497/6-406, attico. Nacque ad Atene nel 497-496 (nel demo di Colono Agoraios, tribù Egeide) e apparteneva all’alta borghesia artigiana. Prima vittoria a 28 anni su Eschilo. Fu il tragico prediletto dal pubblico ateniese, e nelle Rane è definito eukolos, “di buon carattere”. Fu anche un uomo politico, eletto alle più alte cariche dello Stato e stratego con Pericle; tuttavia non alluse mai alla politica nelle sue opere. Era rispettosissimo della religione tradizionale (che accettava senza pretendere di verificarne i principi come Eschilo o di discuterne i contenuti come Euripide).
Fu molto amico con il più giovane Erodoto. [Per il modo in cui l’altro concepiva il mondo: in Erodoto vi era un relativismo che poteva degenerare in scetticismo; Sofocle gli opponeva che al di là delle credenze, delle leggi e degli usi vi sono dei principi fondamentali ed eterni validi per tutti]
Morì nel dicembre del 406, a 92 anni (due anni dopo cadeva Atene). Scrisse moltissimo fino a 90 anni [Aristofane di Bisanzio conosceva di lui 130 drammi, di cui sette non autentici]. Rimangono solo sette tragedie e molti frammenti (più di 1100).
Per ragioni di contenuto e di forma, le Trachinie sembrano formare un gruppo più antico; l’Edipo re e l’Antigone un gruppo più recente; fra i due gruppi si trova l’Elettra. Le cause del dolore sembrano oscure a Sofocle [diversamente da Eschilo: uomo responsabile]: la sofferenza, anziché causa di apprendimento, gli pareva effetto dell’apprendimento (Aiace, Deianara e Edipo, appena apprendono la verità, precipitano nel dolore): il dolore è il momento della verità, il banco di prova che svela la natura dell’eroe sofocleo. A Sofocle interessa il comportamento dinnanzi alle situazioni: non ricerca le cause delle sofferenze (come Eschilo), ne ricerca e rappresenta gli effetti. Il pessimismo di Sofocle è radicale e immutabile: considera la sventura e il dolore caratteristici della natura umana (connaturati all’uomo).
Sofocle distingueva tre periodi nella sua arte: inizialmente influenzato da Eschilo; ha poi sviluppato una sua maniera ricercata di poetare; infine liberato da questa maniera, arrivò al suo stile definivo, a cui appartengono le sette tragedie superstiti, che presentano una struttura ideologica uniforme (vi ripete idee e spesso schemi compositivi). A fondamento di ogni tragedia è la convinzione che il male e il bene vengono dagli dèi e sono definitivi: il protagonista è vittima di una situazione indipendente dalla sua volontà [solo nell’Aiace e nell’Antigone vi è traccia dell’ereditarietà della colpa cara a Eschilo]. È l’antica concezione aristocratica: l’umanità è nobile o ignobile per natura, felice o infelice per destino; la tragedia è per Sofocle la rappresentazione di una natura nobile in una situazione infelice.
Sofocle fu pessimista, ma non scettico (esistenza di principi eterni, rappresentati nella sua tragedia). Le tre tragedie forse più antiche (Aiace, Antigone, Trachinie) terminano con la morte del protagonista; nelle ultime tre il protagonista trionfa: Sofocle introduce dunque la speranza. Nel mondo in rapido mutamento [in cui tutto era messo in discussione: tradizioni, regole, norme morali e giuridiche, generi letterari e musicali] Sofocle propone come modello l’eroe che resiste.
Per esaltare la figura del protagonista, Sofocle introdusse alcune innovazioni:
- Mise al centro di ogni dramma l’eroe (più personaggi secondari che per contrasto ne esaltano la personalità nobile) e sciolse il legame trilogico praticato da Eschilo
- Introdusse il terzo attore (all’inizio le tre persone sulla scena parlano ancora due a due, ma in seguito vi sono veri dialoghi di tre persone)
- Ridusse le parti corali, divise il coro in due semicori guidati ciascuno da un parastatès e portò da 12 a 15 il numero dei coreuti (aggiungendo un capocoro che talvolta fungeva da quarto personaggio) per articolare meglio fra loro scena e orchestra.
Usò anche nuovi mezzi stilistici [trasformando la struttura data da Eschilo]: costruì il prologo in forma dialogica, per introdurre lo spettatore in medias res. Si distinse da Eschilo anche per l’uso parsimonioso degli effetti scenici [solo nell’Edipo re scena di massa]; inventò però la scenografia (probabilmente un fondale fisso dipinto). [Sintetizza molti motivi della letteratura recente e arcaica; l’eroe sofocleo ha in Omero il suo primo modello; i suoi eroi non sono individui, ma figure rappresentative].
Sofocle conquistò presto il cuore degli Ateniesi, e riportò vittorie fino alla fine della sua carriera. Non ebbe però imitatori e dopo morte fu rappresentato meno di Euripide e Eschilo, anche dai tragici latini. Aristotele lo giudicò il tragico perfetto (Edipo re tragedia più esemplare). Da Sofocle deriva la centralità dell’eroe tragico (cf. tragedia moderna).
[Sofocle si attiene quasi sempre allo stesso schema: un personaggio entra in conflitto con gli altri in ossequio a un valore: tratta il rapporto tra individuo, valori e società].
Euripide
Salamina/Atene, 485-407 ca., dialetto attico. Nacque nel 485 a Salamina. Visse la vita dell’intellettuale disimpegnato, lontano dal mondo e ritirato in sé stesso: preferiva la cultura scritta a quella orale (possedeva una biblioteca). Era però aperto alla nuova cultura poetica e interessato alla politica del tempo.
Scrisse circa 90 drammi. Sono sopravvissute 17 tragedie e un dramma satiresco (il Ciclope). La poesia di Sofocle e Euripide è la geniale reinvenzione/reinterpretazione degli aspetti fondamentali della società ateniese. A Euripide interessa discutere i moventi del conflitto e gli effetti sull’animo dei personaggi: i suoi eroi/eroine sono persone concrete, dalla psicologia mobile, inseriti in schemi compositivi quasi sempre diversi (ricerca soluzioni nuove). I suoi contemporanei non capirono questo teatro sperimentale (lo ammirarono e imitarono i posteri e i tragici latini).
A parte l’Alcesti e la Medea, Euripide ha scritto tutte le tragedie superstite durante la guerra del Peloponneso. In quegli anni tutto era posto in discussione (religione, principi, tradizioni, costumi, leggi, mentalità), la città sembrava in permanente rivoluzione.
Euripide fu il poeta della donna (studia i rapporti interpersonali, nell’ambito privato, dove agiva la donna, e usa soprattutto le trame mitiche). Era convinto che la donna si attiene alla stessa scala di valori tradizionali a cui si attengono gli uomini: lealtà, reciprocità, onore, gloria. [Alcesti si sacrifica e dimostra che la famiglia non è solo l’uomo, capace di morire per la reciprocità, nelle Eraclidi la vergine Macaria si sacrifica per la salvezza di molti]. Tuttavia sottopone questi valori tradizionali a una critica severa (la fedeltà spinge Alcesti a morire per un egoista, la reciprocità spinge Medea a uccidere i figli, l’onore porta Fedra alla calunnia).
In Alcesti, Medea e Ippolito Euripide rappresenta ancora la donna nell’ambito privato. In altre tragedie (coeve o successive) rappresenta il destino della donna sullo sfondo del conflitto armato tra popoli [nel 431 era scoppiata la guerra del Peloponneso che mise in crisi il modello dell’ambito privato]. Il primo esempio è nelle Eraclidi: Macaria si sacrifica per la stirpe come Alcesti per il marito; al centro è sempre il destino della donna ma sullo sfondo della guerra e non della famiglia. Macaria è la prima di molte eroine euripidee a sacrificarsi per la salvezza di molti (Polissena, Ifigenia).
Rappresenta gli errori e i dolori degli uomini. Le sue tragedie hanno per argomento il destino dei protagonisti: l’aspetto individuale e soggettivo predomina anche nei drammi corali (Eraclidi, Troiane, Baccanti). La stessa religione è per lui la proiezione dei pensieri degli uomini. È una critica della concezione tradizionale della divinità, non della divinità stessa: intellettualizza la religione. Il destino dell’uomo non si gioca più tra cielo e terra, ma fra individuo e altri individui. I suoi personaggi sono nuovi, lontani dal modello della tradizione aristocratica (propensi alla riflessione e inclini al patetico). Intellettualismo, sentimentalismo e sperimentalismo sono tre caratteristiche del teatro euripideo. Euripide cerca nuove interpretazioni, nuove soluzioni, nuovi schemi compositivi.
Alcesti (438), Medea (431), Ippolito (428), Eraclidi (427?), Andromaca (426, 425?), Ecuba (424?), Supplici (422?), Elettra (421, 417?), Eracle (416?), Troiane (415), Ifigenia fra i tauri (414, 413?), Elena (412), Ione (411?), Fenicie (411, 409?), Oreste (408), Ifigenia in Aulide e Baccanti (scritte in Macedonia). Il Ciclope (dramma satiresco).
La commedia
Come per la tragedia, la fonte è la Poetica. Aristotele conosceva due etimologie del termine comoidia: a - canto del komos, l’allegro corteo delle feste religiose rurali in onore di Dioniso (è quella giusta) oppure b - canto nelle kome, cioè nei villaggi. Tragedia e commedia sono nate entrambe per improvvisazione: la tragedia da coloro che intonavano il ditirambo, la commedia da coloro che intonavano i canti fallici durante le falloforie (komoi, cortei in onore di Dioniso in cui si portava in processione il fallo e in cui il canto e uno scambio di battute spiritose ed oscene tra coro e spettatori). Il linguaggio volgare/osceno serviva in origine a tenere lontani i demoni e a propiziare la fecondità e la fertilità; tutto il teatro sarebbe nato da canti corali dionisiaci: la tragedia dal ditirambo, la commedia dai canti fallici. All'inizio c’era un corteo dionisiaco con canti fallici e scambio di battute.
Dopo aver cantato Dioniso, il coro della falloforia si rivolgeva direttamente agli spettatori e li beffeggiava: da questo aspetto derivano probabilmente due parti della commedia attica antica, la parabasi e l’agone. Nella parabasi il coro rompe l’illusione scenica, si rivolge agli spettatori e li sbeffeggia; è la parte centrale della commedia. La parabasi era di solito preceduta da un agone: due personaggi importanti hanno uno scontro verbale da cui dipende l’esito della commedia. L’agone presuppone l’esistenza di due attori, è dunque più recente della parabasi. Probabilmente anche l’agone deriva dalla falloforia: uno spettatore sbeffeggiato dal coro dei fallofori rispose agli insulti, elevandosi al rango di attore; quando gli attori divennero due, cominciarono ad altercare tra loro, come nella falloforia il coro altercava con il pubblico. La commedia si sarebbe formata attraverso tre stadi principali: primo il coro avanzava dietro il falloforo, inneggiando al dio e sbeffeggiando gli spettatori; poi qualcuno rispose agli insulti e nacque un dialogo di natura giambica accanto al coro; da questo contrasto sarebbe infine derivato l’agone tra due attori.
La commedia fiorì per tutto il V secolo, si trasformò nei primi decenni del IV e scomparve subito dopo. La commedia nuova di Menandro è del tutto diversa. Gli studiosi alessandrini hanno distinto tre tipologie/età nella storia della commedia:
- Commedia antica: con attacchi personali e riferimenti alla realtà contemporanea; Aristofane; finisce nel 388 (messa in scena del Ploutos).
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