P. Sandri, Per una integrazione di qualità, in “L’Integrazione scolastica e sociale”, settembre 2004, pp. 331- 344
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Per una integrazione scolastica di qualità
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Patrizia Sandri
Il lavoro di rete e le identità professionali: lo sfondo di riferimento
Uno dei presupposti indispensabili per un lavoro di qualità da parte di coloro che concorrono,
a seconda delle proprie specificità di ruoli e funzioni, al processo di integrazione, è
condividerne la finalità principale e cioè ricercare le interazioni migliori in grado di
permettere al soggetto disabile di connettere le sue esperienze, passate e presenti, e di
esprimere al massimo le sue potenzialità in funzione della realizzazione di un suo “progetto di
vita”.
Se si accetta questo punto di vista, l’interazione diventa l’elemento centrale, la caratteristica
che influisce sulla struttura e sulle politiche dell’integrazione. Responsabilità, allora, di tutti
gli operatori che concorrono in modi diversi al processo di integrazione del soggetto
diversamente abile nella società, è garantire la qualità delle interazioni.
L’integrazione è un processo che implica adattamenti reciproci e si fonda, oltre che sui diritti
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inviolabili di rispetto della dignità umana e delle pari opportunità , su una complessità di
riflessioni in merito ai bisogni “speciali” dei soggetti disabili e ai propri “limiti”, in qualità di
familiari, docenti di sostegno, curriculari o di tecnici e operatori extrascolastici, nell’offrire
risposte adeguate ad essi, soprattutto qualora si lavori in modo isolato e frammentato. Da tutto
ciò emerge la necessità del lavoro integrato di équipe e di rete.
I riferimenti teorici che sottostanno a queste considerazioni sono molteplici, ma si possono
ricondurre principalmente alla Pedagogia Istituzionale, intesa come Pedagogia
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dell’organizzazione complessa , e all’approccio sistemico relazionale .
Da questo punto di vista la scuola è vista come un sistema, a sua volta in relazione con altri
sistemi (la famiglia in primo luogo) costituito non dalla somma di elementi isolati: il
dirigente, gli insegnanti, gli educatori, i collaboratori scolastici, gli alunni, ecc., ma da una
totalità in cui ogni elemento è reciprocamente interdipendente con l’altro e co-costruisce le
interazioni, condividendone la responsabilità di ottimizzazione.
La qualità del lavoro a scuola passa attraverso una gestione progettuale del processo
formativo e ciò necessariamente implica il superamento dell’“individualismo” dei docenti,
grazie alla maturazione di una consapevolezza della parzialità di ogni singolo contributo e
della necessità di una dimensione organizzativa e di coordinamento.
Qualità dell’integrazione vuol dire assunzione di una mentalità dinamica che presti attenzione
costante ai “feed back” ricevuti, per riaggiustare sistematicamente le proposte, apprendendo
dall’esperienza svolta. Vuol dire anche disporre di strumenti capaci di valorizzare le
* Questo articolo è tratto da alcuni paragrafi scritti dall’autrice nel libro Bambini, imparate a fare le cose difficili,
(a cura dei CDH di Bologna e Modena), Erickson, Trento 2003, e riporta riflessioni in parte sollecitate dai dati
emersi da una ricerca promossa dalla Regione Emilia Romagna sulla “Qualità dell’integrazione scolastica”.
** Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”
1 Tali diritti sono ribaditi in molti documenti internazionali (Helios 2, Unione Europea) e nazionali, tra cui quelli
della Regione Emilia Romagna (legge regionale 12 marzo 2003, n. 2 Norme per la promozione della
cittadinanza sociale e per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali).
2 Per approfondimenti si veda: A. Canevaro (1999), Pedagogia speciale. La riduzione dell’handicap, Bruno
Mondadori, Milano.
3 Per approfondimenti si veda Bateson G. (1972), Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976; G.
Bateson (1979), Mente e natura, Adelphi, Milano 1984; Bronfenbrenner U. (1979), Ecologia dello sviluppo
umano, Il Mulino, Bologna 1986, Maturana H.R. e Varela F.J. (1980), Autopoiesi e cognizione, Marsilio Editori,
Venezia 1985. 1
esperienze compiute dal personale suo interno per far sì che si trasformino in procedure
istituzionali stabili. Comporta altresì la creazione di una sorta di “archivio della memoria” che
permetta sia di mantenere traccia di quanto appreso da un punto di vista organizzativo sia di
trasmetterlo alle persone che si avvicendano nello stesso ruolo, cercando di limitare così la
perdita di ricchezza professionale che può avvenire in caso di trasferimento di parte del
personale.
Come si può capire anche solo da questi pochi accenni, l’integrazione, e particolarmente
nell’ottica dell’autonomia scolastica, mette profondamente in discussione un modo
tradizionale di operare, di concepire l’allievo e il docente stesso e richiede innanzitutto di
interrogarsi rispetto a quale tipo di scuola ci si intende impegnare con consapevolezza e
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responsabilità .
Un’elevata qualità dell’integrazione presuppone l’individuazione di procedimenti stabili,
strutturali, flessibili in grado di rispondere efficacemente ai molteplici “bisogni educativi
speciali” che si possono presentare. A tal fine è indispensabile che ogni figura coinvolta nel
processo (docenti curriculari e di sostegno, educatori, assistenti, tutor, tecnici e operatori
dell’Azienda Sanitaria Locale,…) abbia una specificità di ruolo e di funzioni, che deve essere
riconosciuta e legittimata reciprocamente, in un’ottica di corresponsabilità, nella costruzione
di un’azione coordinata e di una comunità integrante. Si tratta di sollecitare più connessioni
istituzionali e relazioni efficaci tra membri di istituzioni diverse, con professionalità o
competenze diverse, per promuovere il benessere singolo e collettivo.
Necessaria è una riflessione sui profili delle figure che maggiormente concorrono al processo
di integrazione, poiché avere chiarezza sugli apporti specifici che ognuno può portare è
fondamentale per organizzare e valorizzare nel miglior modo le risorse.
Ogni figura, rappresentando un punto di vista particolare attraverso cui poter interpretare la
complessità delle situazioni vissute dall’allievo con bisogni educativi speciali, costituisce una
risorsa fondamentale per contribuire a elaborare una visione il più possibile globale della
realtà del soggetto disabile. Il punto di vista è dato dalla particolare professionalità (funzioni,
competenze, attitudini,…), dal ruolo che, istituzionalmente o meno, è chiamata a ricoprire e
dal particolare rapporto che instaura con la persona disabile. Il rapporto tra il docente di
sostegno e l’alunno disabile non può e non deve essere analogo a quello che si instaura tra
l’educatore e l’alunno o tra le altre figure che lavorano a scuola o in ambito terapeutico-
riabilitativo. Allo stesso modo, la conoscenza dell’alunno che ne deriva è differente e
contribuisce ad arricchirne il profilo e la storia.
Dal punto di vista metodologico e operativo si tratta di passare dalla logica del sostegno
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individuale a quella delle rete dei sostegni , costituita sia dagli apporti delle figure presenti
dentro alla scuola (che è importante siano differenti, per rispondere ai diversi bisogni, ma che
devono essere integrati nel progetto educativo e didattico), sia dalle risorse esterne (dal
raccordo con altre scuole alla costruzione di percorsi integrati tra scuola ed extrascuola) in
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base alle opportunità offerte dalla normativa .
Il percorso di condivisione nella scuola e la partecipazione al progetto educativo
individualizzato
4 Utile a questa riflessione è il contributo offerto da M. Gelati (2004), Il disabile a rischio di dispersione, in I
percorsi dei dispersi, Franco Angeli, Milano.
5 Per approfondimenti si veda Stainback W., Stainback S. (1993), La gestione avanzata dell’integrazione
scolastica. Nuove reti organizzative per il sostegno, Erickson, Trento.
6 Si fa riferimento al Regolamento dell’autonomia, al Testo Unico, alla Legge 104, a tutta la normativa relativa ai
percorsi integrati scuola e formazione professionale. 2
Una fase matura dell’integrazione comporta collaborazioni efficaci, fondate sulla
condivisione dei principi di fondo (assunti nel Piano dell’Offerta Formativa) e sulla
consapevolezza da parte di ogni membro di quanto sia importante la corresponsabilità, nella
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costruzione di una comunità integrante .
Molteplici sono le azioni e le procedure da attivare per realizzare un’elevata qualità
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dell’integrazione e, fra queste, possiamo citare a titolo esemplificativo le seguenti:
- l’individuazione di una figura con compiti di coordinamento per l’integrazione;
- l’individuazione da parte del collegio dei docenti di un’aula adeguata a ricevere l’alunno
disabile a seconda del tipo di deficit;
- la scelta da parte del dirigente scolastico, coadiuvato dal collegio dei docenti, di un
consiglio di classe i cui membri siano preparati ad accogliere e a lavorare insieme in
funzione dell’integrazione;
- la nomina tempestiva dell’insegnante specializzato, l’eventuale incarico ai collaboratori
scolastici per l’assistenza negli spostamenti o per l’igiene personale dell’allievo disabile,
ecc.
La continuità rappresenta un altro elemento importante per il successo dell'integrazione; essa
si realizza attraverso la promozione di una collaborazione, già in fase progettuale, con i
servizi sanitari e locali, in modo da garantire un organico funzionale non solo al lavoro
interno alla scuola, ma in proiezione futura, oltre ad essa. Attenzione particolare dovrebbe
essere rivolta alla continuità del processo educativo nella scuola, nel passaggio a una scuola
di grado diverso e dalla scuola al mondo del lavoro, garanzia per una valorizzazione dei
crediti formativi.
Anche l’elaborazione della documentazione specifica (Diagnosi Funzionale, Profilo
Dinamico Funzionale e Piano Educativo Individualizzato), finalizzata al successo formativo
dell’allievo disabile, è frutto di una stretta collaborazione interprofessionale che richiede di
essere specificata e valorizzata.
La Diagnosi Funzionale, per esempio, risente inevitabilmente di una visione sanitaria del
bambino o ragazzo e rischia spesso di non essere “funzionale” all’elaborazione degli
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interventi educativi e didattici . Una maggior condivisione di linguaggio e una fruibilità di
tale importante documento da parte di coloro che operano nella scuola risultano
imprescindibili. In questo senso, in alcune realtà, come si rileva nella ricerca promossa dalla
Regione Emilia Romagna sulla “Qualità dell’integrazione scolastica”, si prevedono incontri
tra neuropsichiatri o tecnici dell’ASL e docenti del consiglio di classe, in cui sarà inserito il
bambino/ragazzo nuovo iscritto, proprio per permettere agli operatori sanitari di presentare la
situazione, trasmettere informazioni sul deficit o sollecitare riflessioni per approntare al
meglio i futuri interventi educativi e didattici.
Si tratta di porre le basi per cercare di comprendere insieme che cosa comporti il deficit del
bambino, per confrontarsi sulle osservazioni in merito alle sue incapacità, abilità, potenzialità,
interessi e comportamenti problematici. Per analizzare quali siano gli handicap legati ai
contesti sociale e materiale (persone, organizzazione del lavoro, spazi, tempi, barriere
architettoniche, culturali, tecnologie,…) che ostacolano il processo di integrazione e quali
azioni, procedimenti, percorsi predisporre per ridurli. Quali siano le risorse del bambino e
7 Per approfondimenti si veda P. Gaspari (2000), Speciale, innanzitutto. Autonomia, “handicap” e scuola
dell’infanzia, Anicia, Roma.
8 Per approfondimenti si veda S. Nocera (2001), Il diritto all’integrazione nella scuola dell’autonomia. Gli
alunni in situazione di handicap nella normativa scolastica italiana, Erickson, Trento.
9 Si rimanda a D. Ianes, La diagnosi funzionale secondo l'ICF. Il modello OMS, le aree e gli strumenti, Erickson,
Trento e, per approfondire il discorso sulle difficoltà relative a un’elaborazione condivisa del Profilo Dinamico
Funzionale, a S. Nocera (2001), op.cit., p.105. 3
dell’ambiente, sia riferite alle professionalità (conoscenze, competenze, …) sia riferite
all’organizzazione, alle strutture, alle procedure di collaborazione con altre agenzie formative
che si possono attivare.
L’integrazione delle diverse prof