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Quintiliano

Marco Fabio Quintiliano nacque nella Spagna Terragonese a Calagurris (oggi Camorra), fra il 35 e il 40 d.C. Fu condotto dal padre, anche egli maestro di retorica, a Roma dove fu allievo di Remmio Palemone e del retore Domizio Afro, i rappresentanti allora in voga dell’asianesimo. Tornò in patria, ma fu poi ricondotto a Roma da Galba nel 68. Strenuo ammiratore di Cicerone, e implacabile avversario dell’asianesimo, non poté trovare grande favore nella Roma di Vespasiano, che gli assegnò, per il suo insegnamento di retorica, uno stipendio statale annuo di centomila sesterzi. Alcuni suoi zelanti allievi pubblicarono senza la sua autorizzazione due Libri artis rhetoricae. Il trattato è perduto come perdute sono le sue orazioni, e come perduto è il De causis corruptae eloquentiae che egli stesso pubblicò.
Un’idea del De causis possiamo tuttavia farcela tramite i riferimenti contenuti nell’Institutio oratoria, la sua opera maggiore. Quintiliano vedeva le cause della decadenza dell’oratoria nel divario profondo tra la scuola e la vita, nel fatto che nelle aule venivano proposte declamazioni ed esercitazioni fittizie, irreali, del tutto avulse dalla realtà concreta. Questo, se da un lato sviluppava la fantasia, in direzione talora abnorme, dei discenti, dall’altro infiacchiva gli animi e l’oratoria stessa, privata del suo nerbo. Anche Petronio si era scagliato contro l’insegnamento impartito nelle scuole di retorica (non si dimentichi che, in età imperiale, l’oratoria abbandona le competizioni pubbliche del foro e dei tribunali, per chiudersi nelle aule, nelle quali si assiste a un macroscopico sviluppo di esercitazioni fine a se stesse, all’insegna del più sfrenato arianesimo). Pure il Dialogus de oratoribus, attribuito a Tacito, svilupperà il tema della decadenza oratoria, ma lo risolverà in maniera diversa rispetto a soluzione quintilianea: per l’autore del Dialogus, alla base della decadenza è la perdita della libertà politica. A Quintiliano sfugge la connessione col mutato ordine politico: per lui la decadenza è da imputare a una scuola che si è infiacchita nelle declamazioni e che, abbandonando i grandi modelli, si è posta sulle orme di Seneca e del suo stile.

Tra gli allievi Quintiliano ebbe Plinio il Giovane e forse pure Tacito. Dopo l'88 programmò la sua opera maggiore l’Institutio oratorio, morì probabilmente nell'87.

L’Institutio oratoria
A un personaggio di rilievo della Roma flavia è dedicata l’Institutio oratoria: a quel Vittorio Marcello cui Stazio dedicò il IV libro delle Silvae.

Nell’opera Quintiliano riprende e sviluppa la materia trattata in quei due libri De arte retorica messi insiemi dai suoi allievi e da lui non approvati.
Il primo libro tratta dell’insegnamento elementare, dell’educazione del fanciullino in casa e presso il grammaticus, insieme con altri problemi (se sia preferibile la scuola pubblica o quella fornita in casa da maestri privati sia opportuno impartire una preparazione generale o specializzata). Il libro è particolarmente importante per quanto ci trasmette sull’insegnamento della pronuncia e della grammatica.
Il secondo libro tratta dell’educazione presso il maestro di retorica. A questi libri “pedagogici” fa seguito, a partire dal terzo, la trattazione propriamente tecnica secondo un ordinamento che è comune a tutti i trattati retorici, che muove dalla inventio, attraverso la dispositivo l’elocutio e la memoria, perviene all’actio.
Il terzo libro, dunque, tratta i generi dell’oratoria, il quarto le parti in cui l’orazione viene divisa, il quinto e il sesto i modi dell’argomentazione, della perorazione, del contraddittorio, nel settimo è trattata la dispositio, nell’ottavo e nel nono si approfondisce l’elocutio, nel decimo il discorso sull’elocutio si apre agli autori che devono essere oggetto di lettura e di imitazione, con un celebre excursus di storia letteraria, l’undicesimo tratta memoria e actio mentre nel dodicesimo Quintiliano si sofferma sulla preparazione e sui requisiti necessari per realizzare l’ideale del perfetto oratore.

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