pexolo di pexolo
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I LIBRO METAFISICA ARISTOTELICA

«La maggior parte di coloro che per primi filosofarono pensarono che i princìpi di tutte le cose fossero solo quelli materiali». In questo passaggio Aristotele risponde in maniera univoca e diretta a due questioni: egli ci dice quando comincia (Talete) e che cos’è la filosofia (ricerca delle cause e dei princìpi primi). Costituisce il primo dei resoconti sui Presocratici e sulla filosofia da Talete a Platone (quest’ultimo, attraverso degli excursus, li aveva trattati e definiti sophòi, in quanto i primi filosofi saranno Eraclìto e Parmenide), si tratta di un’esposizione sistematica che configura, insieme a una successione cronologica, anche un’implicazione di idee: il discorso filosofico sugli inizi (su quei filosofi che si sono occupati del princìpio di tutte le cose fermandosi alla dimensione materiale, non sufficiente) è un discorso fondativo oltre che storico. Il tema del libro è precisamente la filosofia, la sua possibilità, la sua natura; l’argomentazione sembra avere una duplice articolazione: da una parte tenta di mostrare come il desiderio di sapere sia qualcosa di connaturato all’uomo (essere razionale) e quindi che l’organizzazione del sapere impone necessariamente un sapere superiore (la filosofia), dall’altra cerca di mostrare la possibilità di tale sapere e quindi di indicarne lo statuto epistemologico. Aristotele individua diversi gradi del sapere (percezione, memoria, esperienza, scienza), secondo l’induttivismo aristotelico (dal particolare verso l’universale: l’epistéme avviene quando comprendiamo il tutto partendo dalle piccole parti) opposto a quello platonico (parte dall’universale, l’Idea, per cogliere il particolare); per questo motivo Aristotele fa rientrare tutte le scienze particolari nella filosofia, hanno una propria dignità, poiché in qualsiasi elemento particolare è racchiuso l’universale.


Nesso tra dottrina delle cause e modello storiografico aristotelico

Dottrina delle cause: con causa si intendeva qualsiasi tipo di spiegazione; per spiegare un oggetto, ci si chiedeva di cosa è fatto, c. materiale, perché è fatto in un certo modo, c. formale, chi lo ha fatto, c. efficiente e a che cosa serve, c. finale (per un evento, allo stesso modo, ci si chiede perché è accaduto, cosa lo ha provocato, perché si è presentato in quel modo, quali conseguenze può avere e a quasi fini può essere rivolto); provare meraviglia significa porsi queste domande, compito oggi affidato allo scienziato. Aristotele ricerca, nella metafisica, il fondamento della dottrina delle cause che aveva articolato e che avrebbe potuto spiegare qualsiasi fenomeno; per fare questo si confronta con chi, prima di lui, ha filosofato (cioè, si è occupato delle cause e dei princìpi primi); dal confronto può vedere se la teoria è valida, se manca qualcosa e se, chi prima di lui ha fatto quel tipo di filosofia, ha sbagliato o tralasciato qualcosa. Perciò stabilisce dei modelli, delle “scatole” in cui inserire i Presocratici, che sono inclusivi ed esclusivi: da una parte include quegli autori che hanno usato un modo di fare filosofia (come ricerca delle cause prime), dall’altra esclude almeno nel I libro quegli altri modi (trattati poi nel IV libro).

Archè

Il princìpio, la parola degli inizi, ricercato dai Presocratici che non è quell’inizio che la tradizione precedente ricercava in esseri divini e meno che mai l’inizio in senso cronologico, ma il princìpio da cui e per cui le cose sono (da cui hanno origine, verso cui tendono e la loro sostanza). Nei primi filosofi la realtà è soltanto sensibile e pertanto l’archè si identifica con un princìpio materiale, che viene usato sotto tre diverse prospettive o significati (strettamente collegati): il primo princìpio, all’origine del tutto quale elemento alla base di ogni ente (Eraclìto: il princìpio è il lògos, identificato con il fuoco); l’elemento materiale presente come fondamento delle cose (Talete: l’acqua, Anassimene: l’aria, Anassimandro: l’Àpeiron, Democrito: l’atomo); la legge dell’intero, che regola la nascita e la morte di tutte le cose (Pitagorici: identità tra visione scientifica e visione del cosmo, i quali forse per primi utilizzarono questa parola e non l’individuarono in un princìpio naturale). «Essi affermano che ciò di cui tutti gli esseri sono costituiti, ciò da cui derivano originariamente e in qualche modo si risolvono, è elemento ed è princìpio degli esseri. Per questa ragione essi credono che nulla si generi e nulla di distrugga, deve esserci qualche realtà naturale, o una o più di una, dalla quale derivano tutte le altre, mentre essa continua ad esistere immutata».

Modelli di princìpio

I Presocratici non concordano né sul numero, né sulla specie dell’archè; dal testo aristotelico possono desumersi quattro differenti modelli di princìpio:
1 Talete, iniziatore di questo tipo di filosofia ed espressione del primo modello, dice che quel princìpio è l’acqua: c’è una causa unica, materiale;
2 Esistono più princìpi (Anassagora: quasi tutte le cose formate da parti simili nascono e periscono per aggregazione e disgregazione di più elementi);
3 Anassagora, fa riferimento ad un ulteriore princìpio, un Nous (intelligenza, intelletto, causa finale) che, a parere di Aristotele, è una sorta di deus ex machina, in quanto Anassagora introduce questo elemento ma ancora non pensa a questa intelligenza che sta a fondamento;
4 Pitagorici, vedono nei numeri la causa efficiente/formale (o gli elementi attraverso i quali strutturo e leggo la realtà, o la forma di questo mondo); secondo Aristotele ancora essi non individuavano una causa formale, come poi è evidente in Platone (accusato dall’allievo di non risolvere il problema del divenire, cioè di risolverlo sdoppiando il problema, con l’introduzione del mondo delle Idee).

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