Futurismo

Nei primi anni del 1900, opposta a quella dei crepuscolari c'è la voce dei futuristi: mentre i primi si ripiegano su se stessi e con linguaggio prosastico e dimesso invocano un ritorno ai buoni sentimenti del passato, i secondi reagiscono alla caduta degli ideali della loro epoca proponendo una fiducia fermissima nel futuro.
Fondatore del movimento futurista è Filippo Tommaso Marinetti che a Parigi, nel febbraio del 1909, pubblica il primo manifesto futurista: in esso si proclama la fede nel futuro e nella civiltà delle macchine; si affermano gli ideali della forza, del moto, della vitalità, del dinamismo e dello slancio; si spronano i letterati a comporre opere nuove, ispirate all'ottimismo e ad una gioia di vivere aggressiva e prepotente; si auspica una letteratura rivoluzionaria, liberata da tutte le regole, anche quelle della grammatica, dell'ortografia e della punteggiatura.
I futuristi sperimentano nuove forme di scrittura per dar vita ad una poesia tutta movimento e libertà: negano la sintassi tradizionale, modificano le parole, le dispongono sulla pagina in modo da suggerire l'immagine che descrivono.
La loro necessità di liberarsi del passato, e il loro desiderio di incendiare musei e biblioteche che lo proteggono, vengono proclamati con enfasi e violenza: dall'esaltazione del movimento e dello slancio vitale si passa all'esaltazione euforica della guerra, vista come espressione ammirabile di uomini forti e virili.
I futuristi sostengono le necessità dell'intervento nella Prima Guerra Mondiale, poi aderiscono all'impresa di Fiume e ai primi sviluppi del fascismo.
Fra i poeti che partecipano all'esperienza futurista, oltre che Marinetti, si ricordano Aldo Palazzeschi, Luciano Folgore, Ardengo Soffici, Corrado Govoni.

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