Pag. 253 - 514 V. Massimo – Astuto consiglio di Alcibiade allo zio Pericle - Latine

Versione originale in latino


Alcibiades ille, cuius nescio utrum bona an vitia patriae perniciosiora fuerint (illis enim cives suos decepit, his adflixit), adhuc puer ad Periclem, avunculum suum, venisset eumque secreto tristem sedentem videt. Tum interrogavit quid ita tantam in vultu confusionem gereret.
Pericles respondit se civitatis mandatu Propylaea Minervae(1) aedificavisse, consumptaque in id opus ingenti pecunia, non invenire quo pacto ministerii rationem redderet atque ob ea rem conflictari.
Ergo - inquit Alcibiades - quaere potius quemadmodum rationem non reddas".
Itaque vir amplissimus et prudentissimus, puerili consilio usus est atque id egit ut Athenienses, finitimo implicati bello, rationibus non exigendis non vacarent.
da Valerio Massimo
(1) – Si tratta delle porte dell’Acropoli di Atene

Traduzione all'italiano


Il celebre Alcibiade, di cui ignoro se i pregi o i vizi siano stati più dannosi per la patria (infatti con quelli ingannò i suoi cittadini, con questi li afflisse), ancora bambino, si recò da Pericle, zio materno, e lo vide triste, seduto in disparte. Allora gli chiese che cosa (gli) producesse in volto tanto turbamento. Pericle rispose che aveva edificato le porte dell’Acropoli su commissione della cittadinanza e, avendo utilizzato un’ingente somma di denaro per questa opera, non sapeva come rendere conto del suo operato e per questo motivo era afflitto.
“Dunque, - disse Alcibiade – cerca piuttosto come non renderne conto.
Così l’uomo autorevole e molto saggio adottò un consiglio dato da un bambino e fece in modo che gli Ateniesi, coinvolti in una guerra di confine, non avessero la possibilità di chiedergli in resoconto.