Dipartimento di culture, politica e società
Scienze politiche e sociali
Corso di laurea in
Il futuro dell'Antropocene
Crisi ecologica e forme di ingiustizia
Laureando: Emilio Toscani
Relatore: Prof. Vittorio Martone
Matricola: 942561
Anno Accademico 2023-2024
Indice
- Introduzione …
- Capitolo 1: Antropocene e dintorni
- Le origini dell'Antropocene
- Le cause dell'Antropocene
- Il futuro dell'Antropocene
- Capitolo 2: Ingiustizie varie
- L'ingiustizia storica dell'Antropocene
- L'ingiustizia nelle politiche dell'Antropocene
- L'ingiustizia sociale e ambientale dell'Antropocene
Introduzione
1Forse Eugene F. Stoermer non immaginava la portata comunicativa che avrebbe avuto il termine «Antropocene» quando negli anni '80 del '900 aveva iniziato a usarlo, in modo informale, con studenti e colleghi. Non era un concetto nuovo: già Antonio Stoppani, nel 1873 aveva scritto di un’attività umana molto intensa e aveva proposto, per definirla, il termine inconsueto di «Era antropozoica». Nel 1992 Andrew Revkin ipotizzò la creazione di una nuova epoca geologica chiamata «Anthropocene».
Nel 2000, in un convegno dell’International Geosphere Biosphere Programme (IGPB), il Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, frustrato dal fatto che tanti suoi colleghi si ostinassero a parlare di Olocene, affermò: «Noi siamo entrati nell’Antropocene!». Da quel momento la curva che rappresenta l’utilizzo nei media del termine «Antropocene» è costantemente in crescita esponenziale.
La causa dell’interesse della scienza e dei media per questo fenomeno è prevalentemente il riscaldamento globale, ovvero il cambiamento del clima terrestre sviluppatosi dalla fine del XIX e la sua percezione sempre più diffusa. Questo ha prodotto l’aumento della temperatura media globale e dei fenomeni a esso correlati, come alluvioni, siccità, desertificazione, scioglimento dei ghiacci, innalzamento del livello degli oceani, ondate di freddo, fenomeni ciclonici più intensi.
Le ragioni di questi fatti sono legate all’attività umana, per le emissioni nell'atmosfera terrestre di gas serra e relativo «effetto serra». Sin dagli anni '70 gli sforzi internazionali per una regolazione globale degli inquinanti hanno segnato importanti accordi e convenzioni, sebbene tutt’oggi non se ne vedano i risultati. Ad esempio, per lo specifico dei «gas serra», il protocollo di Kyoto, sottoscritto nel 1997 e che al novembre 2009 conta l'adesione di 187 Stati, voleva ottenere una riduzione dei gas prodotti dall'uomo. Più recentemente, l'Accordo di Parigi, del novembre 2015, conteneva l’impegno a mantenere la temperatura globale "ben al di sotto di 2 °C", rispetto ai livelli pre-industriali.
In assenza di contromisure sufficienti, sembra inevitabile un aumento costante di CO2 in atmosfera, con un effetto serra sempre in aumento e una futura e peggiore qualità della vita, con disastri naturali, migrazioni di massa, diminuzione dell'incremento demografico. È da mettere in conto la sopravvivenza di molte specie viventi, compreso l'uomo, arrivando a dover ipotizzare estinzioni di massa.
2In questo quadro, gli obiettivi della tesi sono la definizione della contingenza geologica attuale in chiave sociologica e l’approfondimento delle questioni di carattere etico, delle responsabilità, delle forme di ingiustizia nell’Antropocene. Questa tesi si basa sulla rassegna della letteratura sul tema e sull’analisi di alcune fonti documentali. I testi di riferimento, pur dando chiavi di lettura differenti, si compongono in una disamina unitaria, coerente con gli scopi della tesi che sono l’analisi di come si è giunti nella situazione odierna e di come si possa ipotizzare un futuro.
La tesi si suddivide in due capitoli. Nel primo si descrive il percorso dell’Antropocene, dalle origini, transitando nell’attualità, per evolversi nel futuro. Nel secondo capitolo si descrivono i tipi di ingiustizie e incoerenze che permeano l’Antropocene, in tutti gli ambiti del vivere planetario.
Capitolo I
1.1 Le origini dell'Antropocene
Non è facile individuare un inizio dell’Antropocene in quanto gli esseri umani hanno da sempre interagito con il contesto in cui si trovavano e anche sull’esatto significato del termine «Antropocene» ci sono molte diverse interpretazioni. Possiamo comunque delineare alcuni sintetici tratti che contraddistinguono la storia sociale e la storia naturale. Gli umani hanno utilizzato strumenti di pietra, usato il fuoco e vissuto come i loro progenitori e i loro cugini, i Neanderthal, per molte migliaia di anni. L’Australopithecus ha realizzato il primo manufatto di pietra più di 3,3 milioni di anni fa. Le asce del genere Homo hanno almeno 1,6 milioni di anni mentre il fuoco è stato forse utilizzato da più di 2 milioni di anni e sicuramente da 400.000 anni. Gli umani iniziarono a produrre strumenti più efficaci e complessi prima di 100.000 anni fa. Con queste innovative abilità sociali, gli umani emigrarono dall’Africa e già 14.000 anni fa si erano già stabiliti in tutti i continenti, prima che iniziasse l’Olocene (Ellis 2020).
Nel Paleolitico gli uomini utilizzavano le risorse della natura, raccogliendo vegetali e cacciando gli animali. Intorno al 10.000 a.C., dopo l’ultima glaciazione, alcuni gruppi umani iniziarono a produrre alimenti in forma stabile e nacque l’agricoltura. I primi a essere coltivati furono i terreni inondati dal Nilo, Tigri ed Eufrate. I terreni inondati dalle piene erano livellati, fertilizzati dal limo e quindi pronti per essere seminati.
Si vide in quel periodo anche la domesticazione di specie animali e vegetali, rese domestiche dalla convivenza e dal controllo umano. Sembra che il primo animale reso domestico sia stato il lupo, divenuto poi cane, circa nel 14.000 a.C. in Europa settentrionale presso cacciatori-raccoglitori. Pitture murali evidenziano l’utilizzo di api attorno al 13.000 a.C., mentre pecora, capra, mucca e maiale furono addomesticati tra il 10.000 e l’8.000 a.C.. Seguirono il gatto nel 7.500 a.C., il pollo nel 6.000 a.C. e il cavallo nel 4.000 a.C. (ibidem).
Le civiltà del Mediterraneo disboscarono e ararono i campi, modificando profondamente la vegetazione e il clima. Questo dimostra che fin dall’antichità l’uomo rappresentò una vera e propria forza distruttiva in grado di cambiare la Terra in modo irreversibile. 4Esistevano insediamenti stanziali anche precedenti all'avvio delle coltivazioni, ma fu l’agricoltura a favorire comunità sedentarie sempre più grandi.
L’Egitto era fondato sull’agricoltura e gli egiziani furono tra i primi popoli a utilizzare l'aratro in legno e la zappa. Nel Medio Oriente e del Mediterraneo, gli uomini abbandonarono la vita nomade e si insediarono in un unico territorio. I primi agglomerati urbani sorsero a Gerico, Çatalhöyük e Mehrgarh, a partire dall’8.000 a.C. Successivamente, a partire dal 3.000 a.C. sorsero le prime città, di almeno 50.000 abitanti, nella valle dell’Indo, che divennero centri di commercio e di potere.
Vale la pena ricordare che i primi ominidi vivevano in piccoli gruppi e si procuravano i mezzi di sussistenza con la raccolta dei vegetali spontanei e cacciando gli animali sul territorio. Erano sostanzialmente nomadi ed erano legati da rapporti parentali paritari. Questo non rendeva necessario il determinare ruoli specifici e istituzioni di governo. Gli ominidi si spostavano alla costante ricerca di nuovi territori che fornissero cibo più facilmente e con un clima più adatto alla sopravvivenza. Quando il numero di ominidi cominciò ad aumentare, crebbero progressivamente le distanze da percorrere per trovare nuovi habitat e si ingrandirono i rischi di conflitto con altri gruppi per conflitti territoriali.
Divenne quindi meno faticoso utilizzare l’agricoltura e l’allevamento rispetto al nomadismo e si favorì quindi la costituzione di nuclei stanziali. Questo portò a comunità più numerose, con la necessità di suddividere il lavoro, determinare mansioni specifiche e creare ruoli differenti all’interno delle collettività. Si rese necessario determinare istituzioni di governo con uno o più capi e relative strutture di comando.
Nacquero in questo modo i primi grandi insediamenti nei quali gli abitanti non sidedicavano solo alla coltivazione delle terre circostanti ma avevano occupazioni specializzate, come il commercio, l’immagazzinamento del cibo e la gestione del potere. È l’embrione degli elementi costitutivi delle civiltà urbane. La diversificazione produttiva è la risposta a varie esigenze, come la caccia, l’allevamento, il commercio e l’agricoltura. Nascono attività specializzate, come quella dei pittori, e la costruzione di edifici si adegua a esigenze differenti come il nucleo abitativo, i magazzini e il santuario.
Tipicamente nei palazzi dei re si svolgevano le attività direttive dove funzionari e scribi si occupavano del traffico delle merci, dell’attività produttiva e dei commerci. Il palazzo serviva anche a mostrare la ricchezza e la forza del gruppo dirigente.
5Divenne quindi fondamentale il rapporto tra proprietà della terra e ruolo sociale. Già in questa prima fase del percorso umano si evidenziano forti trasformazioni dell’ambiente terrestre da parte degli esseri umani. I cacciatori-raccoglitori del tardo Pleistocene e dell’inizio dell’Olocene produssero l’estinzione di buona parte dei mammiferi di grandi dimensioni e dei grandi uccelli dell’Australia. Anche le Americhe persero la maggior parte delle specie della megafauna di mammiferi, mentre un danno più contenuto fu quello dell’Eurasia e dell’Africa. È possibile che queste differenze territoriali riflettano la diversa evoluzione umana nei vari continenti.Di fatto una solida base di prove conferma che negli ultimi 50.000 anni gli esseri umani hanno modificato drasticamente la struttura della flora e della fauna presenti sulla Terra (ibidem). La perdita di megafauna e l’uso del fuoco hanno alterato la vegetazione in modo da trasformare significativamente il clima terrestre.
Una tappa fondamentale per comprendere le evoluzioni dell’essere umano è la cosiddetta “scoperta” delle Americhe, che produsse cambiamenti sociali e ambientali di portata globale. Da quando Cristoforo Colombo si imbatté nell’isola di Guanahani (poi San Salvador), nel 1492, il Vecchio e il Nuovo Mondo si fusero insieme. Come richiamerò dopo, questo fenomeno è stato definito «scambio colombiano» ed è considerato una delle ipotesi di inizio dell’Antropocene per come lo intendiamo oggi (Crosby 1992, cit. in Lewis e Maslin 2019).
Dal punto di vista biologico, questa fusione produsse la globalizzazione del cibo poiché patate e mais furono introdotte in Europa, Asia e Africa mentre canna da zucchero e grano vennero esportate nelle Americhe. Anche gli animali domestici, maiali, capre, vacche e cavalli furono importate dall’Europa. La riorganizzazione della vita geologica terrestre fu radicale. Gli Europei portarono nelle Americhe, con la loro colonizzazione, malattie, guerre, schiavitù e carestie che decimarono la popolazione nativa dai 60 milioni nel 1492 a circa 6 milioni nel 1650.
Questo genocidio portò alla scomparsa quasi totale dell’agricoltura e dell’uso del fuoco. Questa variazione produsse la rigenerazione di circa 50 milioni di ettari di foreste, praterie e savane boscose, con un gigantesco assorbimento di anidride carbonica e un notevolissimo abbassamento delle emissioni in atmosfera (con minimo storico registrato nell’anno 1610) (Ibidem).
6Nonostante tali trasformazioni nel Sistema Terra, effetto di processi di antropizzazione su scala “geologica”, nell’idea di Paul Crutzen, padre nobile del concetto di Antropocene per come lo intendiamo oggi, l’inizio di questo periodo geologico andrebbe fatto risalire alla rivoluzione industriale in Inghilterra (Crutzen 2005, cit. in Missiroli 2022). L’invenzione di James Watt della macchina a vapore nel 1784 consentì di produrre energia meccanica che rese possibile la sostituzione del lavoro di uomini e animali con macchine, per favorire l’industria.
Dobbiamo essere d’accordo con Andreas Malm e Alf Hornborg nel mettere in evidenza come la transizione ai combustibili fossili nell’Inghilterra del XIX secolo, sia il fattore più rilevante nel cambiamento climatico antropogenico. Questo processo globale fu sicuramente ingiusto e ineguale fin dal principio (Malm e Hornborg 2015).
Il contesto più generale del periodo in questione ci porta a riflettere su come le tecnologie del vapore richiedessero, per essere remunerative, alcune condizioni: vaste porzioni di territorio americano molto sottopopolate, la schiavitù degli afro-americani, lo sfruttamento del lavoro in Inghilterra, la richiesta di cotone a buon mercato sul mercato mondiale. Solo i proprietari dei mezzi di produzione, minuscola porzione in rapporto alla popolazione totale, poterono utilizzare le macchine a vapore. Questo sparuto manipolo di capitalisti investì nel vapore e pose la prima pietra dell’economia fossile, senza condividere questa iniziativa con la collettività.
Come vedremo, queste critiche alla narrazione dell’Antropocene porteranno alla proliferazione di etichette alternative, allo scopo di indicare come non si tratti di un’epoca «umana», ma di una contingenza sociale e storica che ha preso forma attraverso precise forze sociali, politiche e geopolitiche.
Nel 2004 venne pubblicato un rapporto dell’IGBP (International Geosphere-Biosphere Programme), dal titolo «Global Change and the Earth System. A Planet Under Pressure». Questo documento rivelò che non c’era stato un aumento significativo dei cambiamenti della Terra, contemporaneamente alla Rivoluzione industriale. I dati evidenziavano invece un considerevole mutamento umano e ambientale dopo il 1950. Era un forte messaggio della Terra che affermava che l’uomo aveva iniziato a modificare il sistema Terra in un modo nuovo e senza precedenti (Ellis 2020, p. 62).
7Secondo IGBP l’Antropocene non era iniziato con l’agricoltura e nemmeno con la Rivoluzione industriale, ma dopo il 1945, con l’esplosione delle società industriali, a causa del ritmo accelerato delle loro capacità di alterazione dell’ambiente. La stratigrafia, sorta alla fine del ‘700 in Inghilterra si è molto evoluta nel corso dell’ultimo secolo. Ampi dibattiti si sono sviluppati sui GSSP (Global Stratigraphic Section and Point), per determinare il limite tra due età geologiche. È diventato usuale il termine «chiodo d'oro» (Golden Spike) derivato dall'uso dei geologi di segnare gli strati con dei chiodi, per cui quello tra due età geologiche veniva chiamato "d'oro" (Barry e Maslin 2016 cit. in Moore 2017).
Anche AWG (Anthropocene Working Group) si è molto occupato di determinare periodi e limiti in cui collocare l’Antropocene e anche se il dibattito scientifico è aperto e in fieri, possiamo però accennare alcuni dati, sui quali torneremo più avanti. Nel corso dell’ultimo secolo, l’anidride carbonica, il metano e il protossido di azoto sono cresciuti vertiginosamente raggiungendo livelli mai visti. ₂I livelli attuali di CO (>400 ppm) sono i più alti degli ultimi 4 milioni di anni, così come sono aumentate la temperatura atmosferica e le emissioni di gas serra.
I materiali di plastica sono molto superiori della biomassa umana e sono passati dai 2 milioni di tonnellate nel 1950 ai 300 milioni nel 2015. La produzione totale di plastica è oltre 5 miliardi di tonnellate, sufficiente per avvolgere tutta la terra con uno strato di pellicola trasparente. Molte previsioni sono incerte ma una cosa è sicura: sarà più caldo e il livello del mare si alzerà.
1.2 Le cause dell'Antropocene
Il concetto di «Homo» e quello di «Anthropos» meritano di essere analizzati nel loro essere diversi, anche se strettamente correlati. Homo rappresenta l’umanità intesa come soggetto politico diviso, mentre Anthropos è una forma di esistenza collettiva, una forza geologica non intenzionale, una specie e una parte del pianeta. Abbandonando, con cautela e non in toto, l’ipotesi di Descartes degli uomini come “signori e possessori della natura”, Barbero A. e Leonardi E. (2017), dobbiamo prendere atto che non è tutta l’umanità ad aver causato il disastro nell’ambiente nel quale viviamo, considerando che la maggior parte degli esseri umani non ha contribuito alle emissioni di gas e all’effetto serra.
Facendo un passo indietro, dobbiamo ricordare che gli esseri umani hanno sempre migrato ed esplorato il pianeta. La stessa civiltà europea o comunque occidentale è il risultato di un movimento di ominidi dall’Africa. Venendo a tempi a noi più prossimi, le prime esplorazioni geografiche dell’antichità sono state quelle di Creta, in cui i minoici hanno perlustrato tutto il Mediterraneo, già dal 3.000 a.C. (Ellis 2020).
Dovendo necessariamente saltare amplissime parti della storia umana, si ricorda come la caduta di Costantinopoli nel 1453, portò al controllo turco del transito mercantile dall’India e dalla Cina. Gli europei furono quindi obbl...
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