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Psicologia dell'apprendimento e della memoria Appunti scolastici Premium

Appunti di Psicologia dell'apprendimento e della memoria. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Parte prima: Cosa ricordiamo, 1 Passato e presente, .1.1 Ricordare un numero di telefono, .1.2 Ricordare immagini, .1.3 Ricordare esperienze della propria vita, ecc.

Esame di Psicologia dell'apprendimento e della memoria docente Prof. E. Coluccia

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1) Fenomeni di oblio: transitorietà, distrazione, blocco mentale;

2) Fenomeni di distorsione: erronea attribuzione, suggestionabilità, bias;

3) Ricordi patologici: persistenza.

I fenomeni di oblio riflettono la riduzione dell’accessibilità al ricordo, l’inattenzione o

un’elaborazione superficiale che determina oblio (vuoti di memoria) e la temporanea inaccessibilità

ad informazioni della memoria a lungo termine (blocco).

Ebbinghaus, il padre della ricerca sperimentale sulla memoria, studiò su sé stesso le capacità di

ritenzione e oblio, arrivando a definire la “curva dell’oblio”, utilizzano i “punteggi di risparmio”

(il tempo necessario per giungere, tramite successive reiterazioni, alla “completa padronanza” del

materiale). Il decremento della percentuale di risparmio non è costante bens’ maggiore nel

brevissimo periodo e più lento nel lungo periodo.

Benché l’esperimento di Ebbinghaus fosse limitato ad un solo soggetto (lui stesso) e per questo sia

stato criticato, altri studi hanno mostrato che le curve dell’oblio rilevate in test successivi sono più o

meno simili a quella originaria di Ebbinghaus (Slamecka, McElree). Studi più recnei evidenziano

che il tasso di oblio viene descritto meglio con una funzione potenza: non è così rapido ma

diminuisce gradualmente nel tempo (Wixted, Ebbesen).

I fenomeni di distorsione riflettono in accuratezza del ricordo e sono riferiti a confusione della

fonte o del ricordo (erronea attribuzione), formazione di ricordi in seguito ad influenze esterne

(suggestionabilità) e alle influenze inconsce di credenze e conoscenze preesistenti (bias). Secondo

Bartlett, le trasformazioni cui è soggetta una traccia originaria riflettono ciò che avviene in

memoria. Il ricordo quindi non è una riattivazione di tracce isolate ma una “massa attiva di reazioni

passate organizzate”, ossia uno schema che guida il comportamento.

Negli ultimi vent’anni è nata la neuroscienza cognitiva che ha dato notevole ed influente impulso

alla ricerca sulla memoria.

2 Ricordare il futuro

Ricordare, comunemente, può significare sia richiamare il passato sia ricordare ciò che intendiamo

fare in futuro. In questi due casi si parla di memoria retrospettiva e di memoria prospettica.

Solo di recente si è iniziato a parlare di “intenzione” come concetto applicabile agli studi sulla

memoria oltre che negli altri campi della scienza psicologica.

.2.1 La multicomponenzialità della memoria prospettica

La multicomponenzialità della memoria prospettica implica l’ingresso in gioco di numerose

variabili: cognitive, emotive e motivazionali.

Il processo prospettico si compone di almeno 5 fasi:

1) Formazione dell’intenzione;

2) Intervallo di ritenzione;

3) Intervallo di prestazione;

4) Esecuzione dell’azione intenzionale;

5) Valutazione del risultato.

Formazione dell’intenzione: fa riferimento alla codifica del contenuto di un’azione futura

(“cosa”), dell’intenzione (“decisione”) e del contesto di recupero (“quando”). Il compito di

memoria prospettica ha sia una componente retrospettiva (contenuto e contesto) sia una prospettica

(recupero dell’intenzione: ricordarsi che si deve fare qualcosa).

L’intervallo di ritenzione si riferisce al lasso di tempo tra la codifica dell’intenzione e l’inizio

dell’intervallo potenziale di prestazione (da pochi minuti a diversi giorni). Una distinzione rispetto

al ricordo di azioni future (Baddeley, Wilkins) si riferisce alla memoria prospettica a breve

termine / memoria prospettica a lungo termine. La memoria prospettica a breve termine trattiene

in stato di “cosciente consapevolezza” il compito da svolgere per tutto l’intervallo di ritenzione.

Altri sostengono invece che avvenga un recupero dalla memoria prospettica a lungo termine solo al

momento in cui deve essere ricordata l’azione da svolgere. Si distingue anche tra memoria

prospettica e vigilanza: quando il soggetto monitora costantemente l’intenzione, si parla di

vigilanza. Resta memoria prospettica quando il soggetto attende solo il momento di compiere

l’azione.

L’intervallo di prestazione è il periodo di tempo in cui deve essere recuperata l’intenzione, legata

al “quando”. Deve verificarsi il matching tra il contesto di recupero e la situazione attuale,

sovrapponendo le caratteristiche codificate con quelle percepite (Mandler 1980). Ovviamente sarà

necessario ricordare non solo che bisogna fare qualcosa ma anche cosa fare.

L’esecuzione dell’azione intenzionale implica che si deve fare qualcosa, cosa si deve fare e la

decisione di farlo.

La valutazione del risultato confronta il risultato dell’azione con il contenuto retrospettivo. Una

eventuale cattiva prestazione prospettica può derivare anche da fattori esterni o dalla mancanza di

abilità o conoscenze necessarie per la prestazione. In questi casi è necessaria una ricodifica

dell’intenzione (Newell, Simon 1972).

Alcuni studiosi propongono di inserire anche una fase di cancellazione, che registra le azioni

compiute e quelle da compiere (Koriat, Ben-Zur, Sheffer 1988). Se questo processo di “output

monitoring” non funziona, capita di ripetere azioni già svolte o di non svolgere compiti previsti.

Di recente si è affermato un filone di ricerca che vede lo studio della memoria prospettica, per la

sua multidimensionalità, non solo come “memoria”, evidenziando la necessità di analizzare il

processo che la contraddistingue con un approccio interdisciplinare che comprende la psicologia dei

processi cognitivi, la psicologia delle emozioni e quella delle differenze individuali.

.2.2 Quanti tipi di “intenzione”?

Di solito per “intenzione” si intende la disposizione di una persona a mettere in atto un’azione

futura in un certo modo. Searle parla di prior intention (risultato della decisione cosciente di agire

in un certo modo – precedente all’azione) e intention-in-action (non associato alla formazione

dell’intenzione di compiere un’azione in futuro. Es: azioni spontanee, non ritardate da intervalli di

tempo). I meccanismi di memoria prospettica entrano in gioco nel primo tipo di intenzione.

Un compito di memoria prospettica dipende da come le intenzioni sono codificate, immagazzinate e

recuperate. Kvavilashvili ed Ellis hanno proposto una classificazione delle intenzioni in fase di

codifica:

 Intenzioni basate su decisioni facili / difficili, che richiedono tempi diversi per la codifica;

 Intenzioni intrinseche / estrinseche, che producono una prestazione migliore o peggiore

(perché generate dall’individuo piuttosto che da chi lo circonda);

 Intenzioni importanti / non importanti; alcuni studi (sporadici) hanno evidenziato una

correlazione positiva tra l’importanza percepita e il ricordo delle intenzioni;

 Intenzioni piacevoli / spiacevoli / neutre, che hanno come caratteristica l’aspetto emotivo;

intenzioni piacevoli e spiacevoli vengono ricordate con più facilità.

Esiste poi un gruppo di intenzioni per la fase di immagazzinamento; vengono valutate in base

all’intervallo di tempo tra la formazione dell’intenzione e i recupero necessario all’azione. Baddeley

e Wilkins distinguono tra intenzioni a breve termine e intenzioni a lungo termine. All’aumentare

dell’intervallo di tempo tra intenzione e azione aumenta la complessità del processo di

mantenimento.

Ulteriori distinzioni vengono fatte per i processi di recupero:

 Intenzioni basate sul tempo / sull’evento (Einstein, McDaniel 1990): nel primo caso, il

recupero avviene spontaneamente quando è necessario compiere l’azione (self-initiated),

mentre nel secondo caso sono necessari cues esterni. Nel quotidiano le due forme possono

comparire separatamente o in forma combinata. Secondo West (1988) la forma combinata

facilita il ricordo;

 Intenzioni episodiche / abituali: non frequenti o più frequenti e quindi ricordate con

maggiore o minore facilità;

 Intenzioni pulse / intermediate / step: la distinzione è basata sulla specificità temporale

(Ellis – Harris – Wilkins). Pulse sono le intenzioni ricordate in un tempo breve (es. fare una

cosa subito); step sono le intenzioni con tempi lunghi (es. fare una cosa domani);

intermediate hanno durata intermedia.

Relativamente alla fase di prestazione, vengono distinte due classi di intenzioni:

 Intenzioni momentanee / brevi / lunghe, che dipendono dalla durata della prestazione

(rispettivamente: da pochi secondi a qualche minuto, alcuni minuti, ore). Le intenzioni

lunghe richiedono una riorganizzazione delle attività determinata dalla ricodifica del

contesto; quindi i processi coinvolti nel recupero dell’intenzione e nello svolgimento

dell’azione sono diversi;

 Intenzioni a uno stadio / a due stadi, riferite al numero di volte che un individuo deve

recuperare un’intenzione per completare il compito di memoria prospettica.

.2.3 Fattori che influenzano il recupero di un’intenzione

Il recupero è fondamentale per il compimento dell’azione prospettica. L’esito positivo dipende da

tre fattori interagenti:

1) Livello di attivazione sottostante la rappresentazione degli eventi (trace-dependent);

2) Caratteristiche dei cues che attivano l’azione intenzionale (cue-dependent);

3) Risorse attentive durante il compito e strategie autoattivate (capacity-dependent).

Secondo i ricercatori, intenzioni che prevedono target atipici vengono ricordate meglio così come

quelle che necessitano di attivazione di strategie infrequenti.

Caratteristica delle intenzioni è la persistenza. Lewin (1961) si ispirava al principio dell’omeostasi,

secondo cui due sistemi in tensione tendono verso l’equilibrio e considerava le intenzioni un

sistema di tensioni che si scaricano al compimento dell’azione. In vari esperimenti è stato

dimostrato che compiti interrotti da uno sperimentatore, anche se semplici, comportavano un

immediato recupero da parte del soggetto. Compiti interrotti inoltre si ricordavano più facilmente di

azioni portate a compimento. La tensione funge da stimolo interno in assenza di cues.

La rappresentazione delle intenzioni durante la fase di codifica o di intervallo di ritenzione ha

proprietà particolari e dinamiche. Goschke e Kuhl hanno dimostrato l’esistenza di un “effetto di

superiorità delle intenzioni”: particolari relativi ad azioni da compiere vengono ricordati meglio di

particolari relativi ad azioni da osservare.

Rispetto alle intenzioni basate sul tempo o sull’evento, è importante sottolineare il ruolo del

soggetto, superiore in compiti di memoria prospettica rispetto a compiti di memoria retrospettiva (in

cui il cue è fornito dallo sperimentatore).

Per il recupero delle intenzioni sono fondamentali anche le caratteristiche individuali. Persone con

profilo di “state-orientation” sono risultate più attivate rispetto ad un compito di persone orientate

all’azione (profilo di “action-orientation”).

Parte seconda: misure e paradigmi della memoria

3 Come si misura la memoria?

Nel 1885 Hermann Ebbinghaus pubblicò il primo saggio che conteneva la misurazione di una

prestazione mnestica. Fu importante perché:

a) Chiarì che la memoria può essere studiata sperimentalmente;

b) Presentava risultati nuovi, tuttora attuali, per la comprensione di alcune proprietà della

memoria;

c) Rispondeva alle critiche di coloro che affermavano che solo fenomeni osservabili

direttamente potevano essere misurati.

.3.1 Le variabili della memoria

Le variabili che influenzano le prestazioni mnestiche sono di tre ordini: organismiche, antecedenti

e relative al compito.

 Variabili organismiche: sono relative alle caratteristiche permanenti della persona

(attenzione, motivazione, intelligenza, salute fisica e psicologica);

 Variabili antecedenti: sono fattori che se presenti alterano lo stato dell’organismo (sonno,

droghe, medicinali o altri incentivi che modificano il livello di motivazione al compito);

 Variabili relative al compito: consistono nel tipo di istruzioni, nel modo e nel tempo di

presentazione degli stimoli, nella natura degli stimoli stessi e nel contesto in cui il compito

deve essere svolto.

.3.2 Compiti tradizionali

Esistono due compiti tradizionali di memoria: rievocazione (libera, seriale o guidata) e

riconoscimento (a scelta multipla o sì/no); entrambi richiedono che il soggetto sia consapevole di

ricordare eventi avvenuti in un particolare contesto spazio-temporale.

In un compito di rievocazione (recall), ai soggetti è chiesto di ricordare, con o senza l’aiuto di

cues, una lista di item in maniera libera (ossia nell’ordine preferito). Il risultato è il cosiddetto

effetto di posizione seriale, per il quale gli item in cima o in fondo alla lista sono ricordati meglio

di quelli posizionati al centro.

Gli effetti di posizione seriale possono essere primacy effect (o effetto di priorità) e recency effect

(o effetto di recenza).

La richiesta di rievocare gli item nell’ordine di presentazione è invece detta rievocazione seriale e

serve a misurare la capacità della memoria a breve termine attraverso lo span di memoria, ossia la

sequenza più lunga che il soggetto è in grado di ripetere in ordine esatto man mano che la lista di

item presentata si allunga.

La rievocazione guidata (cues recall) fa uso di suggerimenti di natura semantica o fonologica.

Produce una prestazione migliore rispetto alla rievocazione libera.

In compiti di riconoscimento a scelta multipla, il soggetto deve scegliere tra più stimoli

contemporaneamente quelli che gli sono stati presentati nella fase di apprendimento.

In compiti di riconoscimento sì/no, il soggetto deve identificare se l’item presentato nella fase di

test era presente o meno nella fase di studio.

.3.3 Nuovi compiti di memoria

Ai compiti tradizionali, i ricercatori affiancano altre prove che tendono a verificare misure

soggettive, del ricordo prospettico o misure implicite.

3.3.1 Compiti di memoria prospettica

In genere sono composti da un compito primario, che ingloba quello prospettico (memorizzare una

lista di parole), ed uno secondario (ricordarsi di compiere un’azione ad un certo momento). Nota

del redattore: secondo me il libro contiene un errore di battitura ed è il compito secondario ad

inglobare il compito prospettico.

In generale, un compito di memoria prospettica deve sempre possedere tre caratteristiche:

 Ritardo tra formazione dell’intenzione e opportunità di eseguirla;

 Assenza di un promemoria per eseguire l’intenzione al momento opportuno;

 Necessità di interrompere l’attività corrente per realizzare l’intenzione.

Contengono sempre una componente retrospettiva (contenuto dell’azione e contesto di recupero) e

una componente prospettica (ricordarsi che si deve fare qualcosa) derivata da cues generati

internamente.

3.3.2 Compiti di memoria implicita

Non comportano riferimenti ad eventi della vita del soggetto ma hanno effetti sul comportamento.

Sono classificati come impliciti, indiretti o incidentali. Ad esempio si richiede al soggetto di

completare parole cui mancano frammenti dopo avergli presentato una lista di parole; quindi due

compiti distinti. La prestazione è migliore nel completamento delle parole che erano presenti nella

lista.

Questa metodologia è risultata molto utile per analizzare i processi mentali umani.

.3.4 Misure dirette e indirette di memoria

Questa distinzione fa riferimento agli stati mentali che si attivano durante i test di memoria. I testi

“diretti” si riferiscono ad uno o più eventi della vita del soggetto, mentre i test “indiretti”

consistono in attività cognitive o motorie e sono divisi in due categorie:

 Test concettuali / lessicali / percettivi;

 Test sulla conoscenza procedurale (problem solving, abilità motoria).

.3.5 Misure primarie e secondarie

Sono relative a due differenti modalità di misurazione: le misure primarie riguardano

l’accuratezza, ossia l’ammontare (quantità) di informazione ricordata. Poiché in questo tipo di

misure può accadere che si totalizzino zero risposte corrette, questo farebbe pensare a uno “zero”

anche nell’apprendimento.

Poiché queste misure sono fuorvianti, si usa accoppiarle a misure secondarie, relative ad un

accertamento della qualità dell’informazione ricordata.

Per questa misurazione si utilizza (Sternberg) il tempo di reazione (cronometria mentale); al

soggetto viene data una lista di item, non superiore allo span di memoria, detta set di memoria, che

cambia ad ogni prova. Dopo la presentazione del set, viene proposta al soggetto un altro item detto

probe; il soggetto deve dire se il probe è parte o meno del set di memoria. Poiché la quantità di

errori è bassa, è importante il tempo di reazione. Questo test permette di evidenziare processi

mentali che non possono essere colti da misure come l’accuratezza.

.3.6 Lesioni cerebrali e memoria

Le lesioni provocano spesso deficit di memoria. Possono verificarsi disturbi di gravità minore o

maggiore; in questo caso si parla di sindrome amnesica, difficoltà ad acquisire e ritenere nuove

informazioni o a ricordare eventi recenti, mentre altre funzioni restano inalterate (intelligenza,

funzioni percettive, comprensione, produzione del linguaggio). Resta intatta anche la memoria di

lavoro, anche se dopo qualche tempo i pazienti amnesici non ricordano nulla di ciò che è stato

appreso durante le prove.

Normalmente la sindrome amnesica coinvolge i lobi temporali mediali (ippocampo / amigdala) o le

aree della regione di encefalica (corpi mammillari e nucleo talamico dorsomediale). Più

precisamente, le lesioni che provocano sindrome amnesica sembrano essere a danno del circuito

che connette lobi temporali, ippocampo, corpi mammillari e lobi frontali. Questo provoca deficit

gravissimi, anche se altre funzioni, come la memoria implicita, sembrano essere salvaguardate.

.3.7 Tecniche di neuroimmagine funzionale

È estremamente difficile, dallo studio del comportamento dei pazienti amnesici, risalire al tipo di

lesioni che hanno provocato l’amnesia. Inoltre altre lesioni di tipo naturale possono distruggere

connessioni tra aree diverse del cervello, non permettendo di comprendere quali aree del cervello

siano preposte a specifiche funzioni.

Le tecniche di neuroimmagine funzionale permettono di visualizzare un cervello nel momento in

cui svolge un compito cognitivo. Queste tecniche sono:

 PET – Tomografia a Emissione di Positroni;

 fMRI – RIsonanza Magnetica Funzionale.

Entrambe misurano variazioni nel sangue: la PET nel flusso e la fMRI nelle proprietà magnetiche

successive all’ossigenazione. Il principio di fondo è che zone del cervello impegnate in determinate

attività necessitino di un maggiore afflusso di sangue. Queste tecniche hanno permesso di separare i

processi di codifica dai processi di recupero dalla memoria.

Tuttavia anche queste tecniche hanno limiti; per esempio, un maggiore flusso ematico può

dipendere sia da processi eccitatori che da processi inibitori.

.3.8 Misure elettrofisiologiche

Tramite l’EEG, ElettroEncefaloGramma, è possibile rilevare le onde elettriche generate dal

cervello, in particolare le onde generate da stimoli specifici o ERP – Event-Related Potentials.

L’onda emessa dal cervello è nota come P300 e si presenta circa 1/3 di secondo dopo che il

soggetto ha ricevuto lo stimolo esterno. L’ERP permette di misurare efficacemente alcuni processi

di memoria; si è visto, ad esempio, che P300 più ampie in fase di codifica sono associate ad un

ricordo migliore.

L’ERP è stato utilizzato anche per studi sulla memoria prospettica, dai quali è emerso che onde

diverse corrispondono ad azioni diverse. L’onda N300, onda di negatività prospettica, sembra

essere associata alla rilevazone di un cue che attiva il ricordo dell’intenzione; la normale onda P300

sembra essere invece alla base del meccanismo di recupero dell’intenzione dalla memoria.

.3.9 La memoria fuori dal laboratorio

Neisser (1978) lamentava che gli studi sulla memoria fossero stati sempre condotti in laboratorio,

senza tener conto della complessità della memoria nella vita quotidiana. Nacque il dibattito sulla

“everyday memory”, teso a restituire validità ecologica agli studi sulla memoria, oggi condotti

secondo entrambi gli approcci (sperimentale ed ecologico appunto).

Notevole importanza hanno avuto gli studi sulla memoria infantile, i cambiamenti nell’arco della

vita (life-span), il ricordo di informazioni studiate a scuola, la memoria delle intenzioni.

I fenomeni della vita quotidiana, infatti, possono fornire informazioni non ottenibili in altro modo,

così come alcuni processi mentali possono essere studiati solo in determinate condizioni ambientali.

4 Paradigmi della memoria umana

Rispetto alla psicologia della memoria, si utilizza la parola “paradigma” nell’accezione di

complesso di regole metodologiche, criteri e strumenti che caratterizzano un periodo

dell’evoluzione di una scienza.

.4.1 Paradigmi della memoria esplicita

La distinzione memoria esplicita / memoria implicita riflette la distinzione conscia / inconscia.

Nei test espliciti, la memoria è oggetto (in quanto le istruzioni si riferiscono al recupero cosciente

dell’informazione: conscious recollection); nei test impliciti, la memoria è strumento (per lo

svolgimento di un compito non connesso al recupero cosciente di un’informazione). Jacoby (1988)

li definiva modo riflessivo e modo operativo (processi intenzionali / processi automatici).

4.1.1 Paradigma di rievocazione libera ed effetti di posizione seriale

Si parla di rievocazione libera quando il soggetto sperimentale è lasciato libero di ricordare una

lista di item nell’ordine che preferisce. L’effetto di posizione seriale è la conseguenza di una

rievocazione libera, in cui i primi e gli ultimi item di una lista si ricordano meglio di quelli al

centro: effetto di priorità ed effetto di recenza.

Questi effetti si verificano se la rievocazione libera è immediata. Dopo un breve tempo si mantiene

l’effetto di priorità e scompare l’effetto di recenza. Si pensa che questo sia dovuto al sistema a

lungo termine, responsabile del primacy effect, e al sistema a breve termine, responsabile del

recency effect.

La spiegazione plausibile è che i primi item vengono ripetutti successivamente più volte anche

durante l’allungarsi della lista; questo però comporta un decadimento delle prestazioni dei processi

attentivi via via che la lista si allunga. Il ricordo degli ultimi item riflette invece l’esistenza di un

magazzino a breve termine, di limitata capacità, di recupero semplice. Se l’informazione si trova in

questo magazzino, può essere recuperata e se ripetuta finisce nella memoria a lungo termine,

altrimenti decade.

L’effetto di recenza può essere eliminato con l’introduzione di un compito distraente; ma alcuni

studi sull’effetto di recenza hanno dimostrato che la memoria a breve termine non ha capacità

limitata e che questo effetto interviene anche in compiti di memoria a lungo termine.

I detrattori della visione dicotomica memoria a breve termine – memoria a lungo termine

sostenevano l’importanza del contesto di recupero dell’informazione, che più è simile al contesto di

apprendimento, più renderebbe facile il recupero; suggerivano inoltre la distintività di un item

rispetto ad un altro, ritenuta maggiore per gli item in fondo alla lista rispetto a quelli al centro.

Queste teorie sono state confutate dagli studi su pazienti amnesici, in cui il recency effect era

presente mentre risultava assente il primacy effect.

4.1.2 Distrazione e oblio: il paradigma Brown – Peterson

Un’attività distraente causa dimenticanza anche di piccole quantità di informazione. Brown e i

Peterson, separatamente in UK e USA, dimostrarono che un compito distraente causa perdita

dell’informazione primaria. I Peterson attribuirono la dimenticanza al decadimento della traccia per

lo scorrere del tempo; definirono così due sistemi di memoria: memoria a breve termine fragile,

che dimentica per decadimento della traccia dovuta al tempo; memoria a breve termine durevole,

che dimentica per interferenze.

Thorndike (1914) e Bjork (1992) formularono la teoria del disuso e la teoria del decadimento

della traccia, entrambe a sostegno dell’ipotesi che un’informazione in memoria fosse destinata a

scomparire definitivamente se non riutilizzata.

Keppel e Underwood (1962) dimostrarono il ruolo dell’interferenza come elemento che interviene

nell’intervallo tra apprendimento e recupero dell’informazione. Due i tipi di interferenza:

 Interferenza retroattiva: la nuova informazione inibisce il recupero di vecchie

informazioni;

 Interferenza proattiva: la vecchia informazione inibisce il recupero di materiale appreso di

recente e il locus di questa interferenza è la memoria a lungo termine.

Secondo Keppel e Underwood si verifica anche un meccanismo di recupero spontaneo di

materiale “disappreso” (unlearned) perché non più utile. Ma questo è stato contraddetto da altri


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Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'apprendimento e della memoria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Coluccia Emanuele.

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