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Politiche migratorie

Appunti delle lezioni del corso di Politiche migratorie di Ambrosini, anno 2018 basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. dell’università degli Studi di Milano - Unimi, facoltà di Scienze politiche. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Politiche migratorie docente Prof. M. Ambrosini

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ESTRATTO DOCUMENTO

• I familiari ricongiunti sono tutelati da convenzioni internazionali e corti di giustizia (ma anche

per l’integrazione sono un vantaggio) Il ricongiungimento famigliare è il terzo canale

d’ingresso, ma è difficile limitarlo perché ricalca un diritto fondamentale; è possibile invece

applicare restrizioni per i matrimoni. I ricongiungimenti hanno un grande effetto nel contenere

la devianza e altri comportamenti anti-sociali.

Immigrati e rifugiati portano malattie?

• “Effetto migrante sano”: le famiglie e le reti locali non investono su persone malate

• Il virus Ebola è presente in alcuni paesi dell’Africa Occidentale, da cui arrivano in pochissimi.

Ha un’incubazione di 21 giorni: i viaggi dei richiedenti asilo durano molto di più

• Sono sottoposti a visite mediche sulle navi e allo sbarco

• Alcuni immigrati e rifugiati si ammalano per le difficili condizioni di vita, l’alimentazione

diversa e inadeguata, la solitudine

• Ma chi è malato e sofferente, non avrebbe più diritto a essere accolto?

 È una paura antica quella dello straniero che porta le malattie e in parte nei secoli precedenti

può essere vero per quanto riguarda le pestilenze. Ma in epoche moderne, queste esperienze

sanitari all’ingresso. Inoltre, le migrazioni sono

non si ripetono grazie ai controlli medici e

selettive anche dal punto di vista della salute e dell’efficienza fisica; dietro ogni migrante ci

sono degli investimenti familiari: si punta su un maschio adulto sano e forte, che non abbia

vizi come l’alcolismo. Al massimo si ammalano per le condizioni in cui viaggiano e arrivano

con ferite, bruciatore, scabbia.

Gli unici che sono arrivati in Europa portando il virus ebola sono stati missionari o turisti

europei, perché i migranti manifestano la malattia durante il viaggio e non arrivano sulle

nostre coste; i viaggi dei richiedenti asilo durano molto di più del tempo di incubazione di

virus come l’ebola. Questo succede anche per altre malattie gravi. E per di più i rifugiati sono

anche i più controllati a livello medico sulle navi o agli sbarchi.

Allo sbarco non ci sono ricerche che abbiamo provato il fatto che arrivino portando malattie,

per lo più partono sani. Il problema è più di lungo periodo: alcuni si ammalano nel corpo e

soggiorno per l’alimentazione diversa, per un clima nuovo, per

nella psiche nel corso del

vestiti e alloggi inadeguati, per la solitudine. L’immigrato generalmente arriva con un capitale

di buona salute che tende a deteriorarsi, anche a causa dei lavori pesanti che trovano.

“Sindrome italiana”, ovvero una forma di

In Ucraina è stara rilevata una malattia denominata

depressione riscontrata nelle donne che lavorano come care workers in Italia e che devono

fare i conti con la malattia, la sofferenza e la morte dei loro pazienti.

Ad oggi, malattia e sofferenza possono essere un canale di accoglienza umanitaria.

Immigrati e rifugiati importano terrorismo?

• Ripetuti allarmi

• Caso del rifugiato iraniano in Australia

• Fin qui però gli attentati noti sono stati compiuti o da stranieri entrati per altre vie (affari,

studio, etc USA 2001), o da persone integrate dal punto di vista socio-economico (Londra

2005), o addirittura nate nel paese.

 Il terrorismo ha l’obiettivo di spargere terrore e quindi un senso di minaccia che va al di là

della sua reale portata. Gli incidenti stradali provocano molte più vittime del terrorismo. Però,

è intrinseco al terrorismo questa perversa volontà di spargere un terrore che vanno al di là

delle persone effettivamente colpite. In questa natura dimostrativa del terrorismo è rientrata

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la vicenda dell’immigrazione: alcuni terroristi hanno volutamente lasciato passaporti siriani

per aumentare la paura. Eppure il 94% degli attacchi in Europa sono stati perpetrati da persone

cresciute (o addirittura nate) in Europa, spesso immigrati di seconda generazione, coppie di

fratelli, persone passate dal carcere e da una sorta di fallimento esistenziale, che si sono

“ritrovate” con la scoperta di un estremismo di sfondo islamista. Incide molto più la

radicalizzazione via internet che la predica in Moschea; siti e video sono molto più efficaci di

un predicatore nella questione del radicalismo. In genere non vengono da famiglie molto

praticanti e la conversione verso versione rigide dell’Islam è una contestazione verso la

famiglia, magari sfasciate. Il background è fragile. Non si tratta di una radicalizzazione

dell’Islam, ma di un’islamizzazione del radicalismo: mentre prima il linguaggio per esprimere

il rifiuto della società e rabbia verso tutte le istituzioni era quello del marxismo interpretato in

modo radicale/estremista. Il modo oggi per esprimere il rifiuto radicale, per contrapporsi con

rabbia all’ordine, per identificarsi con un cambiamento completo della società è abbracciare

l’islamismo militante, estremista. Questo avviene spesso sulla base del fallimento personale:

molti si radicalizzano in carcere. Elementi: famiglie allo sfascio, isolamento e solitudine,

fallimento personale e caduta in droga/alcolismo, carcere, accesso all’internet. Nell’Islam non

c’è una gerarchia ed una figura che possa dire qual è l’interpretazione più corretta, qual è

l’ortodossia, quindi dal basso vengono molte interpretazioni diverse. L’Islam è diventato il

simbolo della risposta del Terzo mondo alla dominazione occidentale: il terrorismo di natura

islamica ha avuto un crescente sviluppo a partire dalle guerre americane contro Iraq e

Afghanistan. Islam come la bandiera degli oppressi, come prima poteva esserlo la figura di

Che Guevara. Oppure può essere un ciclo “naturale” a cui sono sottoposte le religioni,

scandito da periodi moderati e da periodi rigidi. All’interno del mondo musulmano, che vive

la frustrazione dell’esposizione alla modernità e la difficoltà ad accedere ai benefici della

modernità, la radicalizzazione è una sorta di tentativo di ricostruire una coesione sociale e di

reazione al colonialismo occidentale culturale (che cerca di imporre delle visioni del mondo

precise al mondo arabo senza concedergli i benefici della modernità). Ci sono varie

spiegazioni, ma il quadro è complesso.

Politiche possibili

• Il superamento di Dublino II: libertà di scelta di residenza per i rifugiati, con condivisione dei

 è da tempo in discussione il regolamento di Dublino; c’è l’idea vittimistica dell’Italia

costi

che non va lasciata sola. Le quote potrebbero essere una soluzione, ma non è abbastanza. Tutto

dovrebbe in realtà convergere sulla libertà di scelta dei rifugiati, che magari conoscono una

lingua in particolare, hanno parenti o amici in un Paese, hanno un obiettivo lavorativo in un

diritti umani dovrebbero spingere sulla libertà di scelta per favorire l’arduo

Paese particolare. I

processo di ricostruirsi una vita. Per bilanciare, bisognerebbe dividersi in costi.

• Protezione e verifica delle istanze il più vicino possibile ai luoghi di origine (canali umanitari)

 che la verifica delle istanze avvenga vicino ai luoghi d’origine per permettere

occorrerebbe

poi un viaggio in sicurezza

• 

Sviluppo delle politiche di reinsediamento, con sistemi di quote molti desiderano tornare

in patria, quindi sarebbe necessario dare sostegno e assistenza per il ritorno, aiutando a rendere

il Paese d’origine nuovamente vivibile; far ripartire una regione è un’operazione molto

complessa (campi minati, ricostruzione di infrastrutture). È inutile riportare le persone

indietro quando è finita la guerra se il villaggio è distrutto, con un’economia azzerata e attività

produttive distrutte. 34

• 

sull’asilo

Nel frattempo in Italia manca ancora una legge organica Ecco il perché della

gestione straordinaria ed emergenziale. Non c’è un sistema organizzato.

Politiche per i rifugiati

Nella parte precedente abbiamo parlato di politiche dell’immigrazione, che riguardano l’ingresso,

mentre ora parliamo di politiche per gli immigrati, quando sono già sul territorio; politiche nei

confronti dei rifugiati, gestione interna dell’immigrazione e dell’integrazione.

- Tolleranza passiva Non registrare la presenza di rifugiati, non prenderne atto

ufficialmente e a volte favorirne attivamente il transito verso altri Paesi (accompagnarli

alla stazione per farli partire); la tolleranza passiva è la premessa del transito ed è ciò che

è avvenuto per anni in Italia e che avviene anche in alcuni Paesi del Terzo come il

Kurdistan dove i rifugiati venivano lasciati entrare e lasciati alle cure delle loro reti

parentali, dalle chiese cristiane. Le autorità pubbliche cercavano di ridurre al minimo il

loro impegno. In Libano non esiste una legge sull’asilo e uno status di rifugiato: lo Stato

cerca di non farnese carico, in mondo che chi arriva si gestisca in modo privatistico (chi

ha più risorse cerca una sistemazione, chi ne ha meno si accampa). Lo Stato non ha una

vera e propria politica di accoglienza, anche se ha pressioni sul sistema educativo. Quella

della tolleranza passiva è una politica largamente utilizzata nei confronti dei rifugiati.

- Chiusura senza alternative È la politica che si sta imponendo su scala internazionale,

in modo particolare nei Paesi sviluppati. Tra le diverse versioni abbiamo quella dei

respingimenti (le azioni del governo italiano nel 2009/2010 hanno portato alla condanna

e a conflitti con l’ONU; Israele nei confronti dei rifugiati africani

dalla Corte di Strasburgo

che vengono forzati a tornare indietro anche non nel Paese d’origine, ma Rwanda). Anche

gli USA stanno andando verso una restrizione delle possibilità di accesso da parte dei

rifugiati, riducendo le politiche di reinserimento. In Australia la chiusura prende la forma

dell’obbligo di sbarcare in alcuni Paesi limitrofi che hanno accordo con lo Stato,

solitamente piccole isole con poche risorse che vengono usati come centri detentivi.

 è ciò che l’Italia ha fatto con i rifugiati delle guerre

- Integrazione senza accoglienza

balcaniche negli anni ’90 che sono stati oggetti di assistenza per un breve periodo e poi

abbandonati a sé stessi si sono impegnati per trovare lavoro, anche se inizialmente

nell’economia sommersa: le donne nel settore assistenziale e gli uomini nell’edilizia;

hanno sicuramente subito torti, ma con l’aiuto delle reti connazionali e delle

organizzazioni solidaristiche italiane si sono inseriti nel tessuto sociale. Successivamente

molti sono riusciti a mettersi in regola grazie alle sanatorie per i lavoratori e non alle

lunghe procedure che spettano ai rifugiati. Tolleranza all’ingresso, poi inserimento

economico, assistenza e aiuto nel caso italiano forniti da attori non governativi, successiva

formalizzazione. Si sono integrati meglio i rifugiati della ex Jugoslavia in Italia in questo

modo, rispetto a quelli che sono stati accolti in maniera più strutturata ma alla fine

emarginati come nel caso olandese.

 è il caso olandese degli anni ’90, ma non solo. Sono

- Accoglienza senza integrazione

le politiche umanitarie, specialmente in Europa, che accolgo e proteggono i rifugiati ma

non si preoccupano della loro integrazione sociale. In Italia dopo due mesi possono cercare

lavoro ed è il Paese che ha il tempo più breve di attesa; in vari Paesi, un richiedente asilo

non può cercare lavoro fino alla fine della procedura o comunque per tempi prolungati. A

volte non vengono nemmeno inviati a corsi di lingue (visto che non sanno se hanno il

diritto di rimanere). L’esame della richiesta dura a lungo e le persone nella lunga attesa si

deprimono, le loro abilità si deteriorano; anche in caso di risultato positivo, un sistema che

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blocca una persona per 2/3 anni è disumanizzante. La capacità di espellere quando la

richiesta è respinta non è alta, a volte è difficile avere la certezza della provenienza. Il

risultato è una popolazione sotto tutelata, sbandata e socialmente esclusa.

PARTE II Politiche per gli immigrati, gestione interna dell’immigrazione

La questione della stratificazione civica

• Oggi gli immigrati, e ancor più le minoranze di origine immigrata, hanno status legali sempre

più diversificati: dai naturalizzati, ai comunitari, fino agli immigrati in condizione irregolare

 Abbiamo diverse categorie di popolazione straniera che godono di diritti differenti. Gli

immigrati proveniente dall’UE hanno diritti molto vicini a quelli dei cittadini nazionali (uno

dei motivi che ha spinto gli inglesi verso la Brexit è l’idea di immigrati comunitari che

sfruttassero il loro generoso welfare). Gli immigrati con un permesso di soggiorno di lungo

periodo ha più tutele e diritti di chi ha un permesso di soggiorno temporaneo (anche se vanno

riducendosi). Poi ci sono i figli degli immigrati che nascono qui. Le categorie di immigrati

sono molte, è difficile addirittura incasellare tutti nella definizione “immigrati”. C’è una

stratificazione dei diritti di queste diverse categorie di popolazione. Un esempio è il diritto di

voto locale, che i cittadini europei hanno. Non è vero che non hanno diritti e non è vero che

ne hanno troppi: è vero che godono di diritti diversificati.

• 

Anche tra i rifugiati sta emergendo una stratificazione sempre più marcata ci sono diverse

forme di protezione.

La questione della cittadinanza

Significati della cittadinanza (Zincone)

L’istituto della cittadinanza ha diversi significati. Gli immigrati hanno un accesso a volte parziale.

• 

Appartenenza a uno Stato: cittadino contro straniero il cittadino è colui che appartiene

esistono addirittura delle convenzioni che rifiutano l’apolidia. È l’aspetto più antico

allo Stato; Uno Stato deve tutelare il suo cittadino all’estero attraverso il consolato e

della cittadinanza.

l’ambasciata. Un cittadino ha il diritto di uscire e rientrare, cosa che non sempre ha uno

straniero (un immigrato lungo residente può). Questa categoria è difficilmente riconducibile

alla tipologia di Marshall.

• 

Emancipazione: cittadino contro suddito Il fatto di essere trattati e considerati persone

adulte responsabili e capaci di scegliere per sé e per la collettività. La facoltà di poter decidere.

C’è per il cittadino il diritto di voto ed è il più difficile gradino da salire per gli immigrati. Il

voto politico nazionale rimane una prerogativa dei cittadini nazionali. Marshall parlerebbe di

diritti politici.

• 

Dotazione comune (benefici): cittadino contro escluso in concreto qui troviamo i diritti

sociali, in particolare quelli che derivano dallo Stato come la previdenza sociale, l’educazione,

l’assicurazione contro gli infortuni, l’assistenza sanitaria. Sono diritti più velocemente

concessi anche agli immigrati che lavorano regolarmente. Marshall direbbe diritti sociali.

• 

Standardizzazione (uguaglianza): cittadino contro membro di comunità particolari status

differenziati per categorie particolari nella società dell’ancien regime (nobili); la cittadinanza

uguaglianza, ma l’uguaglianza di tutti davanti alla legge entra in conflitto

democratica prevede

con la libertà di minoranze che godono di diritti specifici (l’Italia ha accordato alla comunità

ebraica particolari diritti). Gli Stati liberali sono più aperti alle minoranze storiche che a quelle

immigrate, ma in generale sono piuttosto contrari rispetto agli Stati dell’Ancien Règime che

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lasciavano autonomia ai diversi gruppi soprattutto sulle questioni più piccole e pratica

più sull’uguaglianza. Marshall

(matrimonio, eredità etc). Gli Stati moderni hanno puntato

direbbe diritti civili.

• 

Viene trascurata l’identificazione emotiva Vale per esempio per i figli di immigrati, che si

sentono più spesso cittadini dello Stato in cui sono nati o cresciuti. “Io mi sento italiano”, c’è

un senso di identificazione. L’istituto della cittadinanza è complesso, composito: ci sono

sociali, civili, ma anche psicologici ed emotivi. L’identificazione all’UE

elementi politici,

fatica ad attaccarsi perché appare un’istituzione fredda e distante. Il tifo per le squadre

nazionali, sembra banale, ma lo Stato investe nei suoi sportivi (capi di Stato che assistono agli

eventi, premiazioni, etc). Lo sport ha assunto un ruolo come veicolo dell’identificazione, del

senso di italianità. E qui anche le minoranze vengono fatte convergere nella nazione italiana.

Immigrazione e cittadinanza

L’immigrazione mette in difficoltà l’istituto della cittadinanza. Gli stranieri rompono l’omogeneità

faticosamente costruita dai governi nazionali. La lingua è un forte veicolo di identità nazionale.

• Inversione della sequenza marshalliana dei diritti (civili, politici, sociali): si rovescia lo

schema, vengono prima (alcuni) diritti sociali, ma senza una base di diritti politici La più

famosa classificazione dei diritti si deve a Marshall, che ha ben chiarito quali sono i diritti dei

i diritti civili (libertà d’espressione, di

cittadini e la loro successione; egli distingue 

associazione, di culto, di matrimonio, di protezione contro gli abusi dello Stato, etc forme

di protezione del cittadino contro le prepotenze delle istituzioni, che nascono con le

rivoluzioni “costituzionali” del ‘700), i diritti politici (diritto di voto, di formare partiti, di

competere liberamente per i potere, etc processo che si sviluppa faticosamente e termina

con il voto alle donne a cavallo della metà del ‘900) ed infine di diritti sociali (diritto alla

previdenza, all’istruzione, alla sanità, etc diritti novecenteschi, durante la Seconda guerra

mondiale: il governo inglese chiede il massimo sforzo bellico, ma promette un allargamento

degli investimenti dello Stato a copertura delle necessità della popolazione). La tradizionale

sequenza di Marshall va in affanno quando arrivano gli immigrati, perché si rovescia lo

schema: arrivano prima alcuni diritti sociali legali soprattutto al lavoro dipendente (parità di

trattamento salariale, assicurazione contro gli infortuni, pensione, etc) per non danneggiare i

lavoratori nazionali. Gli Stati moderni che hanno iniziato ad importare manodopera straniera,

su pressione dei sindacati, hanno seguito la strada dell’uguaglianza nei diritti sociali perché

consentire di discriminare gli immigrati avrebbe creato la possibilità di una competizione ai

danni dai lavoratori nazionali.

• 

Importanza del diritto di voto Il problema è che i diritti sociali non sono sostenuti dai diritti

politici, che vediamo emergere a livello locale quando ci sono condizioni di welfare

discrezionali che dipendono dalle deliberazioni delle autorità locali. La libertà di culto non

esiste senza la possibilità di organizzarsi, creare associazione e luoghi per le attività religiose:

anche alcuni diritti civili vengono compressi a causa della mancanza di quelli politici.

• 

Critiche a Marshall: società nazionali chiuse, senza immigrati La sequenza di Marshall

presupponeva società chiuse, senza immigrati, e per questo viene messa in discussione.

All’epoca di Marshall il problema era tutto interno: conquistare la lealtà della classe operaia

nazionale.

• 

Concetto di denizen: statuto intermedio tra straniero e cittadino a pieno titolo Gli immigrati

vivendo sul territorio mettono radici e acquistano anzianità di residenza (lungo-residenti) e di

diritti più soliti. “Denizen” definisce una categoria intermedia tra uno straniero

conseguenza 37

arrivato recentemente e un cittadino nazionale: si tratta dei lungo-residenti che possono

accedere ai diritti sociali propri dei cittadini, non possono essere facilmente espulsi, possono

votare a livello locale, etc. Il diritto inizia a riconoscere che non ci sono solo cittadini e

stranieri, ma che la popolazione è composita e i confini tra nazione e stranieri sono porosi.

Fattori di complicazione

• 

Scollamento tra l’ethnos, il demos, la popolazione residente (Benhabib) problema

dell’accesso dai diritti politici; l’ethnos riguarda la discendenza, la popolazione etnica

originaria. Ma il demos non è fatto soltanto di cittadini storici, ne fa parte anche il resto della

popolazione residente: quindi il demos è più ampio. L’ethnos è la parte più piccola, radicata

e tradizionale. Il demos è composta dagli italiani e dai naturalizzati che entrano a far parte

della comunità politica. C’è la popolazione residente che comprende anche chi vive in Italia

ma è straniero e non gode di diritti politici. Nessun Paese concede immediatamente diritto di

voto, richiede alcuni anni di residenza (solitamente si preferisce naturalizzare per dare diritti

politici pieni). Sono in molti a rimanere fuori dalla comunità politica pur avendo altri diritti

ed essendo residenti da tempo: viene definita come la più comune forma di tirannia da parte

dello Stato. È un indebolimento degli istituti democratici.

•  Un’altra complicazione derive da un

Cittadinanze sovrapposte (Unione europea)

progresso, da un esperimento, visto dal mondo con grande interesse: il processo di

unificazione europea. L’integrazione europea ha comportato dal punto di vista della

cittadinanza delle novità, un sistema di cittadinanze sovrapposte. Siamo italiani ed europei, e

quando ci spostiamo in Europa ci portiamo dietro dei diritti (alla sanità, al voto locale).

• Si forma, come già visto, una stratificazione civica, con residenti titolari di diritti diversificati

 Gli immigrati hanno pacchetti di diritti diversi.

• Si sviluppano forme di doppia cittadinanza, con un potenziale disallineamento tra

identificazione e diritti (indo-britannici, messicano-americani…) Altro fattore di

complicazione è la doppia cittadinanza, verso la quale crescono tendenze restrittive: sono

molti i Paesi a tollerare la doppia cittadinanza, con l’UE in prima fila. Questo perché vi sono

sempre più matrimoni misti: è difficile obbligare uno dei due a rinunciare alla propria

cittadinanza. Solitamente si tende ad andare verso i passaporti più forti, che permettono di

che cittadinanza diamo ai figli? C’è tolleranza,

viaggiare di più e avere più diritti. Inoltre,

anche se gli Stati non sono mai stati contenti di avere persone con due passaporti. L’abolizione

del servizio militare obbligatorio ha favorito la tolleranza verso la doppia cittadinanza (mentre

prima venivano visti con sospetto). Essa però complica la cittadinanza a causa del potenziale

disallineamento tra identificazione e diritti: una persona può sentirsi turco, ma chiedere di

presso lo Stato di residenza. C’è disallineamento politico,

usufruire di vari diritti psicologico.

Come se guardassero con nostalgia il Paese dei genitori, ma chiedessero diritti in un altro. In

realtà è meno vero di come si percepisce nella letteratura. Anche perché l’identificazione è

più complicata, c’è autocostruzione e pendolarismo in base ai diversi segmenti della vita. La

doppia cittadinanza richiama questa fluidità.

Cittadinanza nazionale e diritti umani

C’è un altro aspetto problematico del tema della cittadinanza.

• questa è stata nel ‘900 una forza

La cittadinanza mantiene una marcata dimensione nazionale:

d’inclusione, oggi invece è una ragione di esclusione Per lungo tempo la cittadinanza ha

avuto una dinamica inclusiva con l’allargamento dei diritti verso persone prima escluse o

marginali rispetto lo Stato nazionale. Quando accade una disgrazia nel mondo, ci

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concentriamo sui nostri connazionali all’estero anche se non abbiamo nessun legame con loro;

la cittadinanza con i nuovi mezzi di comunicazione di massa ha effettivamente ottenuto

risultati nel versante dell’identità nazionale. Ma ad oggi questo legame tra cittadinanza e

nazione comporta delle dinamiche di esclusione in cui si contrappongono diritti dei cittadini

nazionali, non solo ai diritti degli stranieri, ma anche ai diritti umani universali.

• La priorità della protezione dei cittadini viene usata contro i diritti umani universali (per es.

diritto di asilo o di culto) Alcuni diritti sono fondamentali e non dipendono dalla

provenienza, ma nella situazione politica attuale torna in auge l’idea della priorità dei diritti

dei cittadini rispetto a quelli umani in un contesto di reciprocità con gli altri Stati.

• Oppure si evocano norme di reciprocità che di primo acchito appaiono ragionevoli

Cittadinanza e identità

• 

Questione della doppia cittadinanza e delle appartenenze plurime degli immigrati La

doppia cittadinanza permette di mettere per iscritto le appartenenze plurime degli immigrati,

che si sentono cittadini di più Paesi.

• 

Il paese di residenza come fonte di diritti, quello di origine come risorsa identitaria Il Paese

di origine è visto come fonte di identità, mentre il Paese di residenza è visto come fonte di

diritti.

• Le domande di naturalizzazione in ogni caso crescono, come reazione all’irrigidimento di

confini e appartenenze Le domande di naturalizzazione continuano a crescere, anche in

Italia; gli acquisti di cittadinanza hanno raggiunto nel 2016 200mila unità (malgrado le norme

restrittive, l’Italia qui è primatista: ha concesso più naturalizzazioni in Europa). In totale si

stima che 1 mln di persone siano diventate italiane nei vent’anni di immigrazione. In Europa

i numeri sono simili. La crescita delle restrizioni nei confronti degli immigrati porta come

reazione la volontà di uscire da questa scomoda condizione per entrare nel pubblico dei

cittadini. La restrizione provoca una spinta verso la cittadinanza. Nel Regno Unito, molti

cittadini europei stanno cercando di acquistare la cittadinanza per evitare restrizioni e il rischio

di essere espulsi.

• 

i dubbi sulla “lealtà” politica degli immigrati

I timori degli Stati riceventi: Quella della

doppia cittadinanza è una questione che crea problemi agli Stati ed evoca lo storico timore

della lealtà politica degli immigrati. Le preoccupazioni securitarie incidono sulla questione

cittadinanza/naturalizzazione: gli Stati cercano di esercitare criteri discrezionali, concedendo

la cittadinanza più facilmente ad immigrati provenienti da certi Paesi e più difficilmente ad

altri (trattamento differenziato: alcuni preferenziali, altri più rigidi). I cittadini europei

possono prendere la cittadinanza dopo 4 anni.

L’handicap della cittadinanza politica

• 

La mancanza del diritto di voto rende deboli gli immigrati nel mercato politico Gli

immigrati lungo-residenti riescono ad ottenere condizioni prossime a quelle dei cittadini

nazionali, a livello di diritti civili; ma il gap che rimane è quello della cittadinanza politica,

dei diritti politici, anche per i cittadini europei. Eppure la mancanza del diritto di voto ha

rilevanti conseguenze, nel mercato politico per esempio: è difficile che qualcuno rappresenti

le loro istanze, visto che non fanno parte dell’elettorato. Se un sindaco decide di fare

un’iniziativa pro-immigrati, sicuramente riceverà critiche dall’opposizione e gli immigrati

non saranno in grado di remunerarlo dal punto di vista del voto. È svantaggioso impegnarsi

in azioni pro-immigrati. La concessione del diritto di voto ha degli effetti sulla formulazione

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delle proposte politiche e sull’atteggiamento degli attori politici. Per questo è più difficile

eliminare forme di discriminazione politica come “prima gli italiani”.

• 

Rende più difficile rimuovere diverse forme di discriminazione istituzionale La

discriminazione istituzionale è attuata dalle istituzioni pubbliche e riguarda forme di

discriminazioni iscritte nelle leggi; per esempio, fino a qualche anno fa gli stranieri non

potevano partecipare a concorsi pubblici in Italia (legge del ventennio fascista).

➢ Convalida dei titoli di studio: è un esempio di discriminazione, visto che i titoli di studio

ottenuti all’estero, soprattutto al di fuori dei Paesi OCSE, per essere convalidati seguono un

processo lungo e complicato. Gli ordini professionali, come quello dei medici, dei giornalisti,

degli avvocati, per anni hanno tenuto chiuso l’accesso agli stranieri o previsto un albo a parte

per loro.

➢ Fruizione dei benefici del welfare locale: nel regime del welfare locale si annidano

discriminazioni diritte e indirette, esplicite e implicite. Borse di studio, benefici per le

famiglie, sussidi di disoccupazione, etc dati solo ai residenti con cittadinanza italiana. Le

forme locale di welfare sono spesso a discrezione delle autorità locali e per questo è facile

trovare discriminazioni; l’esempio più rilevante è quello dell’edilizia locale.

➢ in Italia l’associazionismo degli immigrati è

Sostegno alle associazioni degli immigrati:

debole, perché non hanno diritto di voto e non ricevono finanziamenti, per questo è difficile

che abbiano molto personale attivo. Le associazioni così rimangono deboli e non riescono ad

incidere sul piano politico.

Il rapporto paradossale tra immigrazione e sistema di welfare

• 

Gli immigrati sono perlopiù popolazione attiva, relativamente giovane Molti pensano che

gli immigrati portino via risorse di welfare ai cittadini italiani, che siano qui per scroccare.

Ma tutti gli studi ci dicono che molto più quello che versano da quello che prendono dal

sistema di welfare italiano, per ragioni demografiche: sono giovani adulti (pensionati 2%, per

lo più per infortuni sul lavoro o malattie professionali)

• 

è cresciuta, malgrado la crisi: oltre 10%

La loro incidenza sull’occupazione essendo

giovani adulti partecipano al mercato del lavoro, versano molti contribuiti e molte tasse allo

Stato italiano e all’INPS, da cui prelevano poco. Lo Stato italiano ha un saldo positivo tra ciò

che spende e ciò che recupera per/da gli immigrati. Sono una spesa sociale, ma il saldo alla

fine è favorevole allo Stato italiano. Il problema rimane agli enti locali che non hanno un

adeguato incremento delle risorse e dei trasferimenti dallo Stato a fronte dell’aumento degli

immigrati e dei servizi svolti (a partire dalla scuola). + impatto sui consumi

• 

Pochi pensionati, pochi bisognosi di cure pesano poco anche sulla sanità; molti immigrati

non hanno il medico di base e per questo si rivolgono al pronto soccorso anche solo per

un’influenza. C’è un problema di affollamento ai servizi del pronto soccorso, è vero, ma sul

l’età: gli immigrati complessivamente consumano poca spesa medica perché

totale incide

sono giovani, mentre chi ne consuma di più sono gli anziani. C’è un effetto migrante sano in

partenza.

• Molti sono fornitori di servizi di welfare, in primo luogo alle famiglie (0,8-1,6 milioni di

 Nell’ambito delle famiglie italiane, e nello specifico a vantaggio degli

occupati nel settore)

anziani, gli immigrati sono fornitori di welfare: sono collaboratori e assistenti familiari. Una

famiglia italiana su dieci riceve servizi da una collaboratrice italiana. Gli immigrati producono

servizi e sono più numerosi degli impiegati nazionali nel settore. È la questione del welfare

invisibile.

Complicazioni e sfondamenti 40

• Il caso degli immigrati mostra che la cittadinanza continua ad avere una forte dimensione

nazionale La cittadinanza mantiene una forte dimensione nazionale, ma allo stesso tempo

diventa più complicata perché genera diritti.

• verso l’alto,

Ma nello stesso tempo diventa più complessa: emergono forme di cittadinanza

sovrapposte (per es. nell’UE) e transnazionali (per es., verso i paesi di origine); verso il basso,

emerge la dimensione locale della cittadinanza Cittadinanza transnazionale: circa 100 Paesi

(come l’Italia) al mondo permettono agli immigrati di votare per candidati alle elezioni dei

Paesi di origine. Inoltre, l’Italia permette ai suoi emigranti di votare un proprio parlamentare:

un parlamentare nella Camera italiana può essere votato da suoi emigranti all’estero. Sono

e vivo all’estero ma voto per il parlamento del mio Paese. Verso il basso, c’è un tipo

all’estero

di cittadinanza sociale.

Criteri di attribuzione della cittadinanza

• Ius sanguinis (discendenza): ereditare la cittadinanza dai genitori, ma anche da antenati

emigrati; è il criterio più diffuso ed è tipico di Paesi di emigrazione che vogliono tenere i

legami coi loro emigranti. La cittadinanza italiana è difficile da perdere.

• Ius soli (nascita sul territorio): diritto di suolo, è cittadino chi nasce sul territorio; è tipico di

Paesi che hanno avuto nella loro storia bisogno di immigrazione (grandi territori e poca

popolazione: USA, Francia (dissanguata dalle guerre), Canada, Australia). Si aggiunge il

– –

senso di superiorità della loro forma repubblicana, a cui secondo loro gli altri aspirano.

Solo gli USA però lo conservano nella sua forma più pura; in Francia è francese chi nasce da

genitori nati in Italia

• Ius connubi: è una versione familistica della famiglia, si diventa cittadini per nascita o per

matrimonio con un cittadino. Per anni la maggior parte delle naturalizzazioni avveniva per

matrimonio, ma molti Paesi stanno stringendo il canale per via del sospetto del suo uso

strumentale. La Danimarca ha ristretto le possibilità di ingresso addirittura per i coniugi dei

propri cittadini.

• Ius domicili (residenza): diventa cittadino chi ha un tot di anni di residenza regolare sul

territorio; i Paesi UE sono diversificati rispetto a questo punto: vengono chiesti 4 anni. Per gli

extracomunitari vengono chiesti dai 5 anni in su (in Italia 10, in Germania 8). In generale,

queste norme di sono inasprite.

• Ius culturae (educazione nel Paese): l’acquisto della cittadinanza per un ragazzo nato

all’estero con genitori non lungo residenti passa anche per il completamento del ciclo di studi,

la frequenza a scuola e il successo scolastico. Vengono tenuti fuori i giovani più fragili.

• “Ius pecunie”: Malta (è nell’UE) per esempio dà la cittadinanza a chi investe una cifra

rilevante nell’economia nazionale; non ci sono criteri linguistici o di residenza.

Tendenze delle norme sulla cittadinanza

• Elevata sensibilità politica, cambiamenti più frequenti in funzione delle maggioranze al potere

• Maggiore tolleranza verso la doppia cittadinanza

• Maggiori diritti anche politici per i cittadini all’estero, anche dopo generazioni

• Più facili naturalizzazioni per i figli di immigrati

• Minore automatismo dello ius soli

Perché il tema è importante? 41

• 

l’apertura

Perché compromette la (presunta) omogeneità etnica dei paesi riceventi

Dobbiamo abituarci ad avere italiani neri, con il velo, con il turbante sikh, con gli occhi a

mandorla.

• fondamenti dell’identità nazionale

Perché pone in discussione i

• A. Manzoni, marzo 1821: la nazione italiana «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di

sangue e di cor» Manzoni descrive la nazione italiana così, è la tipica definizione romantica

della nazione, che segue una linea di sangue, una storia, una cultura e anche della religione.

Le nazioni europee sono storicamente mono-religiose; i casi che sfuggono sono quelle di

nazioni federali ricostituite, come in Germania in cui ci sono land cattolici e altri protestanti.

•  con l’arrivo degli

La concezione della nazione richiede rinegoziazioni e adattamenti

immigrati e la nascita di seconde generazioni, la concezione di nazione deve essere ridefinita

e questo destabilizza una parte non piccola della popolazione e di attori politici che

enfatizzano la questione dell’identità culturale.

La questione della cittadinanza transnazionale

Si sviluppano tra i migranti forme di partecipazione civica che travalicano le frontiere:

Voto dall’estero verso la madrepatria

-

- Manifestazioni, pubbliche o via internet, collegate a questioni politiche della madrepatria

Raccolte di fondi e partecipazione dall’estero a progetti di co-sviluppo

-

- Attività transnazionali collegate alla partecipazione religiosa

non è più un pacchetto di benefici concessi dall’autorità

In questo modo la cittadinanza si allarga e

pubblica, ma riguarda anche iniziative e forme di partecipazione che hanno lo scopo di incidere sulla

sfera pubblica.

Bosniak individua quattro profili di cittadinanza transnazionale, che formano una sorta di scala dal

livello più basso a quello più alto:

1. Legale Dal punto di vista legale la cittadinanza transnazionale è limitata e poco probabile

(si possono avere due passaporti, ma il riconoscimento legale in due Paesi è più difficile)

2. Dei diritti Da questo punto di vista sono stati fatti dei passi avanti, per esempio con i diritti

politici dei cittadini che vivono all’estero (voto dall’estero) e in Italia i cittadini all’estero

possono anche eleggere un proprio rappresentante in parlamento.

3. Della partecipazione attiva È una dimensione in cui è più probabile e agevole esercitare

forme di partecipazione transnazionale (manifestazioni in piazza per gli interessi del proprio

Paese o per protestare contro il governo del proprio Paese). Si può far parte di associazioni di

immigrati che cercano di avere una connotazione politica.

Dell’identificazione e solidarietà

4. È un ambito ancora più fluido e se per certi aspetti

debole, ma in cui è possibile sviluppare agevolmente forme di cittadinanza transnazionale; la

cittadinanza è vista come appartenenza soggettiva. Il rapporto tra identificazione e

cittadinanza non è sempre semplice e lineare, ma vede la creazione di forme miste e ibride di

appartenenza. Il terreno della solidarietà è molto fluido, inventato e reinventato

soggettivamente; ognuno vive l’esperienza di ritorno alle radici diversamente. Quella

dell’identificazione è una dimensione particolarmente aperta a forme transnazionali.

Cittadinanza dal basso?

• Una visione dinamica e micro-sociale della cittadinanza: che cosa vuol dire concretamente

essere cittadini? è più cittadino un adulto con tutti i diritti che si disinteressa della vita

42

pubblica o magari un ragazzo non ancora naturalizzato che non ha i diritti formali ma cerca

di esercitare delle forme concrete e pratiche della cittadinanza nel quotidiano, che si interessa

della vita pubblica? Si parla qui di cittadinanza attiva dal basso, come esperienza praticata

quotidianamente. Gli immigrati possono esercitare delle forme di cittadinanza politica.

• Ong: la “cittadinanza flessibile”, negoziata nell’interazione con gli attori della società

ricevente

•  Sono l’insieme delle attività e delle pratiche quotidiane,

Processi di cittadinizzazione

comprese quelle ripetute e routinarie, mediante le quali gli immigrati si inseriscono nei

contesti locali, accedono ai diversi servizi, sviluppano rapporti di vicinato, diventano

componenti accettati dell’ambiente in cui vivono.

Se parliamo di cittadinanza dal basso come pratica quotidiana, usciamo dalla logica binaria

della cittadinanza (ce l’ho o non ce l’ho) e possiamo identificare dei processi di

cittadinizzazione ovvero una dimensione fluida in cui gli immigrati si inseriscono nei contesti

locali, sviluppano certi diritti e rapporti di vicinato. Così riescono ad essere riconosciuti come

persone e non solo come immigrati. Cambiare il nome straniero in un nome italiano è un

esempio che si inserisce in questo processo.

Atti di cittadinanza

• Gli “atti di cittadinanza”: sono comportamenti intenzionali, spesso anche formalizzati

• Acquisire uno status regolare significa acquisire dei diritti; ricongiungere la famiglia o

mandare i figli a scuola, comportano altri diritti e obblighi

• L’ingresso nel lavoro regolare, l’adesione al sindacato o l’avvio di un’attività d’impresa

possono esser visti come atti di cittadinanza.

 I processi di cittadinizzazione sono attività routinarie e quotidiane (porta a scuola i bambini,

andare a fare la spesa in un determinato posto), mentre gli atti di cittadinanza sono forme di

comportamento intenzionali (e formalizzate). Nella concezione originaria sono

comportamenti di rottura carichi di tensione emotiva in cui le persone si costituiscono come

cittadini (scendere in piazza, occupazione di uno stabile pubblico per protesta, etc); mediante

gli atti di cittadinanza gli individui fanno un salto di qualità nella loro affermazione come

cittadini. Ambrosini invece si focalizza sugli aspetti formali, guardando agli atti di

cittadinanza in modo più ampio e meno enfatico: acquisire il permesso di soggiorno,

ricongiungere la famiglia (che è una pratica istituzionale che prelude ad insediamento stabile

sul territorio), mandare i figli a scuola (nel senso di prendere la decisione e consentire ai figli

di partecipare). Alcuni atti di cittadinanza hanno una valenza politica più spiccata, come

l’iscrizione al sindacato, che è una forma di partecipazione politica secondaria (in mancanza

del diritto di voto attivo e passivo); ma l’immigrato può votare dei rappresentanti che aprano

le trattative coi poteri pubblici locali, i datori di lavoro e i responsabili politici per sollecitare

L’avvio di un’attività di impresa

politiche più sensibili agli interessi dei lavoratori immigrati.

è un atto di cittadinanza in cui l’immigrato si afferma come attore economico.

Iscrivere i figli a scuola = atto di cittadinanza (comportamenti intenzionali, specifici, spesso

formalizzati, procedure in cui gli immigrati appongono una firma e fanno dei passi avanti

nell’affermarsi come cittadini)

Accompagnarli a scuola = processi di cittadinizzazione (attività e pratiche quotidiane,

routinarie, attraverso le quali gli immigrati diventano una componente accettata della società

locale)

Partecipazione oltre la cittadinanza formale 43

• 

La partecipazione sindacale come cittadinanza politica sussidiaria Forma secondaria di

esercizio di diritti politici; ci sono immigrati che hanno responsabilità sindacali a livello locale

e addirittura nazionale (se sono stati scelti come delegati dai colleghi).

• 

L’associazionismo come canale di espressione di istanze delle minoranze

L’associazionismo degli immigrati in Italia non è un attore politico molto incisivo, ma sta

crescendo come canale di espressione di istanze.

• 

Il volontariato come forma di partecipazione civile e integrazione dal basso È meno visibile

e connesso alla sfera politica, ma è una forma di partecipazione civile e di integrazione dal

basso; per esempio, facendo volontariato dimostrano di essere buoni cittadini e di essere parte

della comunità, perseguono l’integrazione sociale allacciando relazioni con altri volontari,

scardinano opinioni ostili. Il volontariato ha valenza sociale e culturale.

• 

La partecipazione a comunità religiose: significati e potenzialità civiche e politiche

Storicamente, la partecipazione religiosa è una scuola di formazione sociale e politica (USA

in particolare), perché sono luoghi in cui le persone imparano a prendersi responsabilità, a

organizzare attività, si sviluppano talenti di leadership. È una scuola di partecipazione pre-

politica.

• 

I movimenti sociali e le azioni di protesta promosse da immigrati, anche irregolari Cresce

l’attenzione verso queste azioni e alle istanze che vengono portate avanti. È un fenomeno di

partecipazione che può coinvolgere immigrati con uno status legale dubbio.

La dimensione locale della cittadinanza

• Il tradizionale legame tra cittadinanza e appartenenza nazionale tende a essere arricchito di

nuove dimensioni, verso il basso e verso l’alto

• Verso il basso: varie forme di accesso ai diritti sociali, di partecipazione civica, di protesta

politica, di vita associativa, avvengono a livello locale

• Sono favorite oppure frenate da decisioni e risorse dipendenti da istituzioni locali

 Tutti questi processi avvengono a livello locale, quindi le pratiche di cittadinanza sono

sensibili alle decisioni delle autorità locali. La dimensione locale è necessaria nella

partecipazione, che viene appunto influenzata dalle decisioni delle istituzioni pubbliche del

territorio. Ma non si tratta di un gioco a due tra immigrati e autorità locali: come per gli

immigrati irregolari, gli attori sono molteplici e ci sono vari tipi di intermediari. Il ruolo della

terza parte rientra in gioco quando parliamo di immigrazione e cittadinanza: parliamo di

advocacy coalition.

Cittadinanza e advocacy coalition

• Un aspetto importante delle opportunità disponibili agli immigrati dipende dall’attivazione di

attori interni alle società riceventi: sindacati, associazioni, movimenti, organizzazioni

religiose, etc In Italia molto dipende agli attori autoctoni: sindacati, associazioni di

promozione sociale, centri sociali, chiese, etc.

• In Italia queste forze hanno svolto un ruolo particolarmente rilevante, ma anche altrove sono

protagoniste di battaglie politiche e culturali, soprattutto sulle questioni più scomode:

immigrati in condizione irregolare, richiedenti asilo, minoranze rom Gli immigrati hanno

poca voce, pochi diritti politici diretti (pur con le precisazioni che abbiamo fatto): finché non

votano pesano poco; per questo sono molto importanti gli attori italiani e sono queste forze

che parlano per conto o a favore degli immigrati. La critica che viene mossa è quella del

paternalismo; si dice che in questo modo gli attori deboli non si emancipano e rimangono in

una situazione di subalternità. 44

Le politiche locali

Retoriche e realtà

Le nostre società stanno diventando nei fatti sempre più multietniche: nelle scuole, nei mercati, negli

affetti, etc. Potremmo dire che forme di multiculturalismo quotidiano avanzano, ma questo

cambiamento incontra però un’accresciuta resistenza culturale e politica: l’immigrazione è vista come

una minaccia della sicurezza, dell’ordine sociale, dell’assetto della società, delle premesse culturali e

simboliche. Il cambiamento sociale indotto dall’immigrazione incontra una resistenza culturale e

politica (il binomio immigrazione-sicurezza è un tema al centro della campagna elettorale).

Manca una sufficiente attenzione per la dimensione strutturale: gli immigrati diventano colpevoli

non le politiche urbane e dell’edilizia pubblica. Sembra che gli immigrati

della formazione dei ghetti,

siano contenti di vivere ammassati in quartieri poveri.

Il livello urbano c’è una perdita di

Abbiamo visto che in ambito nazionale il multiculturalismo è oggi sotto attacco:

consenso dei confronti di questo approccio e le politiche nazionali hanno preso le distanze. Ma che

cosa accade a livello urbano? Le politiche locali seguono quelle nazionali, oppure tendono ad

adeguarsi alla realtà multietnica delle città contemporanee? Di solito fin qui le politiche urbane sono

state viste come più aperte e inclusive di quelle nazionali. È ancora vero oggi?

Cinque tendenze in Europa

Grazie ad una ricerca abbiamo individuato cinque tendenze, aspetti delle politiche urbane, che

accomunano le esperienze europee considerate: ha sempre meno senso parlare di “immigrati”

1. La prima è quella della stratificazione civica:

visto la loro eterogeneità per via dello status legale (lungo-residente, seconde generazioni,

senza permesso di soggiorno, con una richiesta di asilo, cittadino europeo, etc); hanno benefici

e diritti differenziati. È difficile discriminare: non si può escludere un francese o un rumeno

dai concorsi pubblici, altrimenti si finisce davanti alla Corte di Strasburgo. È difficile

escludere alcune categorie dai benefici sociali. Ci sono categorie che godono di diritti più

solidi, come gli studenti e i professionisti. Si intersecano elementi di carattere politico, come

il passaporto, ed elementi che riguardano lo status socio-economico. Le coppie miste e i loro

figli esprimono al meglio le trasformazioni multietniche e rappresentavano una popolazione

difficile da collocare in una demarcazione tra “noi” e “loro”. Come facciamo a mettere prima

gli italiani? Le burocrazie non amano le discriminazioni e gestire queste complessità

Affrontare una crescente eterogeneità delle popolazioni “immigrate” o di origine immigrata:

problema della “stratificazione civica”. dell’uso del termine “immigrazione”,

2. La seconda tendenza è quella della riduzione soprattutto

il termine “coesione

quando si parla di politiche a favore: si cerca di usare comunitaria”;

impostare politiche all’insegna della coesione, per esempio per migliorare la proposta

qualitativa delle scuole dei quartieri difficili o per migliorare le condizioni abitative degli

immigrati nei quartieri periferici, è più facile perché sembrano impostate verso un

miglioramento di carattere generale. Migliorare l’istruzione significa assumere più insegnanti

e quindi avere più costi, eppure nessuno si lamenta perché non si fa cenno ad aiutare gli

immigrati, ma solo a migliorare la coesione sociale. Le politiche a favore prima erano

presentate sotto l’insegna del multiculturalismo, ora sotto quella di coesione comunitaria, con

la spesa e l’impegno verso la popolazione immigrata.

lo scopo di rendere meno visibili 45

Coesione sociale è mantenere la società stabile, impedire che si frammenti: è utile per ottenere

il consenso per provvedimenti che prima sarebbero stati definiti di solidarietà o di riforma

sociale a favore delle classi subalterne. Interventi di tipo ridistribuito vengono oggi etichettati

come interventi e politiche per la coesione sociale Riformulare le politiche per gli

immigrati in termini di “coesione comunitaria”.

3. Il terzo aspetto riguarda il ruolo crescente degli attori non governativi, anche nel campo delle

politiche per gli immigrati e a livello urbano si nota di più; i governi urbani cercano di

coinvolgere la società civile per interventi a favore della popolazione immigrata, affidando

loro la responsabilità di alcuni servizi, tollerando/agevolano il loro intervento nel portare

dall’accesso ai

assistenza a persone che in termini legale dovrebbero essere escluse servizi

pubblici. Corsa di lingua, dopo-scuola, assistenza medica di base, etc sono gestiste da

operatori non pubblici. Le politiche pubbliche indurendosi creano spazio per operatori non

pubblici. Questi attori fanno da cuscinetto verso le reazioni ostili della società pubblica

(pochissimi si mettono contro i frati che gestiscono la mensa dei poveri, è un’azione

politicamente e culturalmente difficile). Sono motivi di risparmio sulla spesa pubblica.

Collaborare con gli attori della società civile (triangolando, delegando, favorendo, etc).

4. Vengono valorizzate feste e aspetti tradizionali delle culture delle minoranze immigrate

(capodanno cinese, festival latino-americano, musei delle culture, cucine etniche, etc). Si

cerca di far vedere che l’apporto culturale degli stranieri è un arricchimento per tutti. Si

celebrano gli immigrati come portatori di culture, ma si dimentica della loro integrazione

reale, dei loro “corpi”. Ci sono città con quartieri etnicamente connotati che sono diventati

attrazioni turistiche e le autorità pubbliche posizionano simboli, abbelliscono gli edifici. È

un’attrattiva che rendere più interessante il panorama della città, è una forma di marketing

urbano. Si dà risalto alle manifestazioni più popolari e facilmente accettabili della diversità

urbana. Si rischia però di banalizzare e semplificare le culture Celebrare il volto multietnico

l’estetica del multiculturalismo.

delle città:

L’ultimo aspetto è quello del ruolo delle religioni; a livello locale troviamo la promozione del

5. dialogo interreligioso: vengono favoriti e finanziati scambi, convegni, dibattiti. La città

diventa un attore che promuove e favorisce lo scambio tra diverse entità religiose,

valorizzando anche la connotazione storia della religione. La consultazione dei responsabili

religiosi ha un ruolo essenzialmente simbolico: puntano a diffondere un messaggio di

tolleranza e dialogo Riconoscere il ruolo pubblico delle religioni e favorire il dialogo

interreligioso.

Le politiche locali di fronte ai discorsi nazionali

Ogni città, pur attuando le cinque tendenze prima definite, presenta delle peculiarità.

• un’aperta presa di distanza dalle posizioni del governo

Francoforte: nazionale, una conferma

esplicita del discorso multiculturalista Ha un ufficio per gli affari multiculturali, intrattiene

rapporti con svariate associazioni di immigrati, prende le distanze dal governo nazionale sul

discorso della difesa; il riconoscimento delle minoranze è esplicito, vengono coinvolto

rappresentanze immigrate. L’idea che ci siano dei conflitti locali legate alle differenze

culturali dà vita ad un’attività di mediazione. L’attivismo locale cerca di compensare le

facendo da contrappeso contro l’integrazione civica cercata

carenze delle politiche nazionali,

a livello nazionale. A livello locale le istituzioni portano avanti il vessillo multiculturalista,

rimediando alla deriva discriminatoria.

• retorica nazionale dell’eguaglianza e della laicità, in

Marsiglia: una ricodifica implicita della 

direzione di un multiculturalismo di fatto Si tratta di un multiculturalismo di fatto, non

46

riconosciuto in senso pubblico, anche se si tratta di un fenomeno accentuato e visibile grazie

anche all’apertura di un ufficio per le questioni delle minoranze immigrate (il primo in

Francia). La Repubblica tende a negare gli effetti degli immigrati sulla società, non si

raccolgono statistiche etniche, non si dà importanza alla religione; ma di fatto a livello locale

le diversità, le istituzioni delle minoranze e le religioni ci sono e i sindaci devono farci i conti.

L’ufficio etnico è stato concepito come un servizio per mediare e mantenere i rapporti con le

popolazioni giovanili delle banlieu; a Marsiglia non ci sono state più rivolte negli anni 2000

perché si è lavorato bene sul contenimento di tensioni e conflitti tra minoranze e autoctoni

“siamo tutti marsigliesi”, identificazione locale come fattore di integrazione e unificazione.

Qui le banlieu sono ben collegate con i servizi della città

• Bruxelles: una continuità nelle politiche, con qualche adattamento ai concetti neo-

assimilazionistici Ci sono due governi urbani e due comunità linguistiche, francese e

fiammingo. Ulteriore elemento di complessità: la presenza di istituzioni europee e quindi di

migliaia di professionisti espatriati; l’inglese è la terza lingua della città. È difficile definire

quali siano gli immigrati e c’è una stratificazione civica impressionante. Le mescolanze sono

l’effetto a lungo delle trasformazioni economiche e politiche e dell’insediamento

termine

stabile della popolazione immigrata. Le politiche locali sono divise tra quelle dei fiamminghi

e quelle dei valloni: agli stranieri è chiesto di integrarsi con una delle due comunità; in

generale, c’è una continuità delle politiche di immigrazione. Si nota la concentrazione urbana

degli immigrati in determinati quartieri: la segmentazione urbana è molto evidente ed è

l’effetto di politiche pubbliche ben intenzionate. Si nota la formazione di quartieri difficili

come quello che è origine di alcuni autori di attentanti sia in Belgio che in Francia. La

direzione è quella del neo-assimilazionismo: i belgi denunciano la difficoltà di risolvere

problemi che hanno profonde radici strutturali come quello della segmentazione urbana e

dell’insuccesso delle minoranze più povere e svantaggiate come quella musulmana.

• 

una pluralità di iniziative senza un’esplicita etichetta multiculturalista

Madrid: Non si

parla di multiculturalismo, ma più di convivenza; ci sono state svariate iniziative negli anni

spesso legate alla volontà di attivismo delle singole comunità. La municipalità si è sforzata di

valorizzare l’associazionismo degli immigrati, di individuare dei mediatori attribuendo anche

incarichi professionali. Si è cercato di professionalizzare delle figure di leader e di mediatori.

Ma la crisi economia ha provocano una diminuzione al sostegno delle minoranze. C’è una

scarsa distinzione delle competenze nazionali, regionali o locali.

• l’adozione formale del nuovo linguaggio della coesione comunitaria, un

Manchester: 

“multiculturalismo senza culturalismo” è la città in cui l’adeguamento ai nuovi codici

dell’integrazione civica è stato più evidente; il multiculturalismo è sparito dalla vetrina

pubblica, dei programmi del governo locale che ha fatto mostra di accettare il nuovo

linguaggio della gestione comunitaria. Ma Manchester è il caso esemplare della continuità

sotto altre etichette di pratiche multiculturalistiche. Si coinvolgono le associazioni immigrate

nella formazione delle politiche locali, si istituiscono di figure di mediatori. Si continua a

implementare alcuni elementi delle politiche precedenti, sotto le spoglie della coesione

comunitaria. dell’immigrazione

Il ruolo della società civile e la governance locale

• Il gap tra discorsi nazionali e problemi locali viene spesso gestito mediante la collaborazione

di vari attori delle società civili (sindacati, istituzioni religiose, associazioni, etc) Un conto

è parlare di integrazione o esclusione degli immigrati a livello nazionale, un conto è farlo a

livello locale dove la questione dell’immigrazione è più viva e dove si incontrano

47

concretamente i problemi e le istanze della popolazione. La collaborazione di attori della

società civile diventa rilevante in questo frangente.

• Il loro contributo è particolarmente rilevante nella gestione delle questioni politicamente più

difficili: richiedenti asilo, immigrati irregolari, dialogo con le minoranze religiose, etc

•  L’azione della

Tolleranza e triangolazione società civile avviene in due modi.

- Triangolazione: il governo locale demanda la gestione di alcuni questioni pratiche ad attori

non pubblici (non è facile mandare via persone senza documenti, una delle soluzioni

pragmatiche è quella di chiedere agli operatori privati che gestiscono strutture ed erogano

servizi di prendersi carico di queste persone); parliamo di mense dei poveri, centri medici, etc.

- Tolleranza: le autorità pubbliche locali fanno finta di non vedere.

Gli attori della società civile: una tipologia

- ONG e attori dedicati organizzazioni strutturate con professionisti e capacità di

gestione di progetti complessi e di raccolta fondi.

 nella ragione sociale l’accoglienza

- Altri attori della società civile attori che non hanno

degli immigrati o l’emissione di servizi per richiedenti asilo, ma che comunque lo fanno.

Rientrano qui i sindacati dei lavoratori e le chiese cattoliche, che sono attori molti radicati

sul territorio e che nel rispettivo ambito hanno operatori e servizi che rispondono alle

domande provenienti della popolazione immigrata, tra cui i richiedenti asilo.

 categoria particolarmente attiva sul tema dell’asilo; agiscono

- Movimenti sociali

all’insegna della lotta contro i confini e delle ingiustizie legate alla difesa dei confini. I

movimenti sociali promuovono occupazioni di edifici pubblici anche a vantaggio di

popolazioni immigrate e richiedenti asilo con vari statuti. Alcuni organizzano corsi di

italiano, assistenza medica, ricerca di opportunità di lavoro, mense. Pur avendo la priorità

dell’azione politica, alcuni movimenti sociali organizzano anche attività di assistenza alle

persone. 

- Gruppi spontanei Si tratta di attori che si formano in modo spontaneo in nome della

solidarietà verso i richiedenti asilo; gruppi di volontariato che assistono queste persone

nei bisogni primari. Sono aggregazioni con un obiettivo limitato e di assistenza immediata

alle persone.  Mentre l’opinione pubblica è contraria all’immigrazione in termini

- Singoli cittadini

astratti, quando si tratta di persone con un volto e un nome, famiglie con bambini, la

Danno l’elemosina, comprano dai venditori ambulanti, intrecciano un

situazione cambia.

minimo di dialogo e conoscenza, danno un aiuto concreto nella quotidianità.

La capacità di azione autonoma degli immigrati in Italia è bassa.

Le politiche locali di esclusione (Nord Italia, Arizona)

• Le politiche locali di esclusione mirano a impedire l’accesso degli immigrati a determinati

benefici e diritti, a stigmatizzarli come responsabili dell’insicurezza urbana, a ridurre la loro

visibilità negli spazi pubblici.

• In tal modo tendono a marcare i confini della comunità legittima, separando e contrapponendo

(“noi, i cittadini di serie a, residenti storici” e “loro, gli

cittadini nazionali e immigrati

immigrati”). 48

• Nello stesso tempo, puntano a rassicurare i cittadini-elettori, segnalando: 1) che sussiste una

legittima priorità del loro status e delle loro esigenze; 2) che sono attivamente difesi

dall’ingombrante invasione degli estranei Queste politiche sono spesso rivolte ai cittadini

elettori per sottolineare che sussiste la loro priorità (bonus bebè e case popolari solo per

cittadini italiani, etc); lo slogan è “prima gli italiani”. Si cerca di convincere i cittadini che la

dagli stranieri, dall’invasione.

municipalità li difende

• In modo circolare, attivano una domanda di protezione dello spazio fisico e simbolico,

presentandosi come difensori della sicurezza, del decoro e dell’ordine sociale È una politica

che rende più aggressivi i cittadini, che organizzano delle ronde. Le autorità si presentano

come i difensori del decoro urbano, dell’ordine pubblico.

Forme di esclusione sociale

Le possibilità di intervento da parte dei sindaci e dalle istituzioni locali sono molto articolate. Una

norma del 2008 (pacchetto sicurezza) ha dato ai sindaci più capacità di intervento sul tema della

sicurezza urbana e così si è assistito ad un ampliamento di questi interventi.

I. Esclusione civile Esclusione o limitazione di diritti civili (iscrizione anagrafica,

limitazione delle libertà individuali, limitazione del diritto di residenza) provvedimenti

locali che limitano la possibilità di ottenere la residenza in un determinato luogo. Quindi

sono state introdotti dei requisisti, delle condizioni (certificato medico, attestato di

occupazione, dichiarazione dei redditi, etc) per concedere la residenza che spesso

prendevano di mira gli immigrati poveri. Altra limitazione: divieto di mendicare (anche a

Milano qualche anno fa) → problema è la difficoltà di abolire la povertà → Popolazioni

povere continuano a “infrangere” le regole nonostante i divieti → contrasto tra volontà

politica e soluzione di bisogno, provvedimenti che minano dei diritti civili per questo si

definisce esclusione civile.

II. Esclusione sociale Ordinanze che escludono gli immigrati dalla fruizione di

determinati benefici sociali (contributi economici per i nuovi nati “bonus bebè”,

limitazioni riferibili alle politiche abitative e dell’edilizia sociale, erogazione di contributi

economici da parte dei Comuni) gli immigrati ottengono i diritti sociale subito se

lavorano → si inverte la teoria marshalliana, prima diritti sociali e per ultimi i diritti

politici. I diritti sociali concessi subito sono legati al lavoro dipendente (pensione,

non sono mancate delle proteste → chi rientra nel proprio paese

malattia, previdenza, etc),

perde i diritti → volontà di trattenerli qui. Ma ci si riferisce alle politiche locali in

particolar modo contributi per i disoccupati, per studenti meritevoli, per i trasporti, i più

noti sono i bonus bebè = sotto condizione del possesso della cittadinanza italiana.

Interessante il caso di Brescia: bonus bebè per i cittadini italiani ma ricorso

dell’associazione Avvocati per niente e giudizio favorevole per cui bonus bebè per

nessuno poiché i soldi non bastano, nuovo ricorso dell’associazione e nuova vittoria che

ha previsto l’estensione a tutti del bonus bebè. Caso di Milano: esclusione bambini figli

irregolari da asili nido e scuole materne, ricorso dell’associazione e vittoria

di immigrati

in giudizio: non si possono discriminare i minori anche se i loro genitori non hanno i

documenti in regola. Il minore non è mai irregolare per la legge italiana. Altro caso di

Milano: concessione appartamenti ad una ditta perché li ristrutturasse e poi li affittasse a

famiglie rom, amministrazione comunale all’inizio approva, un candidato di centrosinistra

disapprova e l’amministrazione comunale si tira indietro → ricorso in giudizio e si apre

una procedura per discriminazione nei confronti del comune di Milano. Terreno diritti

sociali è ugualitario se si tratta di diritti automatici conseguenti al lavoro, mentre i prezzi

49

di welfare sono sensibili a tendenze discriminatorie. Edilizia sociale = campo importante

in termini di discriminazione, si discrimina sulla base della residenza.

 Contrasto del pluralismo culturale (limitazioni nell’uso delle

III. Esclusione culturale

altre lingue, contrasto della libertà di culto, divieto di indossare velature che nascondano

opposizione all’erezione di luoghi di culto per religioni

il viso in luoghi pubblici,

minoritarie) alcuni piccoli comuni hanno introdotto norme contro la possibilità di

sul loro territorio o no → ci

indossare velature indipendentemente dal fatto che ci fossero

si appella a norme sulla protezione, sicurezza ordinanze che vietano di girare col volto

coperto anche con i caschi, implicitamente si mira a colpire le donne velate; norme che

lingua diversa dall’italiano; stessa cosa per

vietano di utilizzare in luoghi pubblici una

erezione luoghi di culto non cristiani → alle volte sono ordinanze riproposte, alle volte

sono ordinanze di fantasia dei sindaci.

IV. Esclusione securitaria Disposizioni che richiamano alla tutela della sicurezza e

dell’ordine pubblico (repressione dell’immigrazione irregolare, contrasto

all’insediamento spontaneo dei gruppi rom, ordinanze relative all’uso dei parchi e degli

campagne contro l’immigrazione

spazi pubblici, irregolare) idea che ci siano degli

immigrati che si nascondono → sindaci che danno compensi alla polizia in caso di arresto

di immigrati senza documenti; sindaci che incitano la popolazione a denunciare la

presenza di immigrati irregolari; sindaci che danno ordine ai controllori di multare e

chiamare la polizia per fare arrestare gli immigrati irregolari; varie misure anche contro la

– “lotta anti –

possibilità di aggregarsi in luoghi pubblici, di dormire sulle panchine, etc

degrado”, non si parla di sicurezza.

V. Esclusione economica Misure che incidono sulla libertà di iniziativa economica

(richiesta di maggiori requisiti e/o maggiori controlli rispetto alla norma, restrizioni su

limitazioni all’apertura di negozi

orari, divieti di aprire nuove attività o rilocalizzazione,

 norme che vietano l’apertura di negozi e ristoranti

e ristoranti etnici, come i kebab)

soprattutto nei centri storici (per esempio in centro a Milano si vieta ciò; in alcuni paesi si

vietano queste aperture per salvaguardare la tradizione eno-gastronomica locale) oppure

divieto di applicare per le strade delle insegne in lingue diverse ci possono essere degli

interessi in gioco a riguardo, ci si muove più sul piano simbolico, no motivazioni razionali,

senso di possesso del territorio, si rimarcano i confini tra noi e loro, tra chi è il vero

cittadino e che non lo è, giustificate dalla necessità di proteggere il territorio, di tutelare le

tradizioni e la storia del territorio e ancora con la questione della sicurezza.

Le politiche di esclusione come terreno conteso

• Le politiche di esclusione sono state contrastate da diversi attori della società civile, poco

dagli immigrati.

• Molte sono state bocciate dai tribunali, ma talvolta sono state riproposte da altri comuni dopo

che era già state bocciate perché l’obbiettivo politico non è importante, l’unica cosa

importante è il fatto di mettere in contrapposizione noi e loro.

• Hanno però mantenuto il loro richiamo retorico e simbolico.

L’attuale polemica contro i richiedenti asilo

• Rifiuto degli SPRAR e polemica contro i CAS = l’istituzione di un centro SPRAR richiede

un ruolo attivo del governo locale, il sindaco con la sua giunta deve sottoscrivere un accordo

col Ministero degli Interni per poterlo aprire, solitamente gestito da enti esterni ma in

collaborazione col comune, oggi accolti soprattutto una parte dei rifugiati riconosciuti →

50

solitamente i sindaci si guardano bene dal chiedere l’istituzione di questo centro, solo una

parte vengono accolti gli altri no. Il ministero dispone quindi dei CAS = il ministero dispone

le disposizioni sul territorio e incarica i prefetti di trovare delle strutture per accoglierli, i

prefetti fanno dei bandi e i privati che dispongono di strutture li ospitano, spazi di autonomia

→ i

più ampi (obbligo di erogare corsi di italiano, corsi per orientamento al lavoro, etc)

comuni subiscono quest’apertura anche se il sindaco non è coinvolto, è quasi scontato che

questo si ribelli con la prefettura. Circa la metà dei centri SPRAR in Italia, sono dislocati in

Calabria e Sicilia poiché hanno capito che possono essere fonti di reddito per la popolazione,

hanno costruito un pezzo di economia locale grazie a questi centri.

• Frame emergenziale e ruolo delle prefetture

• Polemica maggiore prima degli arrivi = realtà locali in cui la gente protesta, quando poi si

insediano diventano mediamente meno minacciosi. Nell’immaginario il loro arrivo suscita

emozioni e ostilità.

• Percezione di insicurezza (Bauman) = insicurezza percepita, la criminalità in Italia è diminuita

magli italiani hanno un’alta percezione di insicurezza. Bauman dice che ci sono tre

dimensioni:

1) Security = riguarda le grandi questioni esistenziali e sociali (avremo un lavoro?

Avremo una pensione? ….) → su questo il comune cittadino non può fare nulla.

2) Certezze morali = (il giusto e il falso), le certezze si sono ristrette su questo piano

3) Incolumità, safety = problema locale, prossimo, ha a che fare con criminalità (la mia

casa sarà al sicuro? Il quartiere in cui vivo è sufficientemente sicuro?) la tensione dei primi

due si scarica in modo spasmodico su quest’ultimo, idea che bisogna difendersi autodifesa

→ arrivo immigrati è percepito come una minaccia alla sicurezza del territorio e della

comunità locale.

• = difesa delle comunità locali; scelta che proviene dall’alto, dallo

Polemica contro lo Stato

Stato come potere lontano dai cittadini che impone tasse e obblighi sgraditi ai cittadini contro

comunità locali.

• Vittimismo = persone che inscenano manifestazioni contro richiedenti asilo si sentono vittime

dell’invasione del loro spazio, vittime di pericoli per la loro sicurezza, vittime dello Stato. Le

reazioni contro le minoranze sono giustificate da un senso di vittimismo: noi diventiamo le

vittime di comportamenti irrispettosi delle minoranze soprattutto se vengono da fuori. Ecco

perché i delitti degli immigrati fanno molto più rumore rispetto a quelli degli autoctoni, noi

casomai facciamo dei delitti per difenderci dall’aggressione che viene da fuori.

• “padroni

Privatizzazione dello spazio pubblico: a casa nostra”, gli spazi pubblici diventano

proprietà di qualcuno e i nuovi arrivati dovrebbero essere esclusi → nessuno mette questo

che la città sia come la casa →

fenomeno in questione anzi è abbastanza accettato. Idea

riferimento alle gated communities degli USA.

• Riaffermazione della “comunità”: il rifiuto ricrea un noi, più coeso perché assediato.

Dimensione psicologica, il vittimismo, le paure, le ansie, etc. ci fanno del bene poiché aiutano

a ricreare un senso di comunità, un senso del ‘noi’, ci si ritrova coesi nel protestare contro

questo pericolo esterno → paradossale beneficio, apparente restringimento dei legami;

solitamente esponenti politici si pongono in testa questi comportamenti.

Conclusioni

• 

Le politiche locali sono cruciali nel gestire la “superdiversità” delle società multietniche

tutto avviene a livello locale, a questo riguardo la logica dell’esclusione è una politica a basso

costo. 51

• Rimangono per molti aspetti piuttosto indipendenti dalle politiche e dalle retoriche nazionali

 il discorso dei modelli nazionali di integrazione è sempre più lontano dalla realtà; anche se

prevalgono oggi altri modelli, le politiche locali possono discostarsi dalle politiche reali.

• Il multiculturalismo cresce nella vita quotidiana, è tuttora praticato in diversi modi nelle

politiche locali, ma tende a essere abbandonato nel discorso pubblico nazionale soprattutto in

Europa → estetica del multiculturalismo.

• 

di “diversità”, come in Italia quello di “convivenza”

In compenso, piace oggi il concetto

diversità oggi ha più successo nel multiculturalismo = crea un ponte tra etnie diverse; diversità

contributo individuale e multiculturalismo è collettivo invece; diversità vista come risorsa

economica, come un modo più astuto di fare marketing, di gestire la forza lavoro. Il concetto

di “convivenza” sembra più rispettoso delle diversità e i suoi promotori hanno in mente una

interazione tra di loro; implica delle relazioni pacifiche. Ma ha il limite di non focalizzare le

disuguaglianze, le relazioni di gerarchia: non comporta in sé pari diritti.

• 

C’è un divario tra retoriche e pratiche, che muove in direzione diversa rispetto al passato

Soprattutto in campagna elettorale, le promesse hanno una funzione simbolica e politica; le

retoriche cercano di indurre speranze e in parte l’elettorato ci crede, ma non sempre l’elettore

è completamente fiducioso. Gran parte delle retoriche pubbliche vanno nella direzione

dell’espansione (più spesa pubblica, più inclusione, più riconoscimento, più ricorse): il divario

classico tra retoriche e pratiche è che si promette 100 e si attua 10. Oggi però il divario nelle

politiche di esclusione funziona in senso opposto: soprattutto a livello locale, retoriche

cattiviste si trasformano in pratiche che devono confrontarsi con una serie di vincoli (UE,

Corte di Strasburgo, Corte costituzionale, organizzazioni della società civile, immigrati stessi,

etc); la retorica è potente e performativa (produttiva di effetti sul piano della divisione tra noi

ma i provvedimenti poi di fatto vengono cassati dai giudizi o dall’impossibilità pratica

e loro),

di attuazione. Le autorità locali prometto di privilegiare i cittadini italiani e colpire gli

immigrati, ma poi ci riescono poco. Il cattivismo retorico è difficile da tradurre in pratiche.

Resta il fatto che le retoriche creano davvero influenza sui sentimenti del cittadino comune,

hanno quindi conseguenze culturali e sociali nella popolazione.

• Le politiche locali di esclusione mostrano i rischi potenziali dei discorsi xenofobi in tempi di

populismo.

Integrazione

Il concetto di integrazione

•  L’integrazione viene

Accezione classica: integrazione come sinonimo di assimilazione

spesso interpretata come sinonimo di assimilazionismo, anche se spogliato dalle costrizioni

normative e dai vecchi fattori di uniformismo; si sta attenti a non usare termini che

simboleggiano diversità razziali.

• 

Integrazione come compito e dovere degli immigrati (accezione normativa del concetto)

C’è un uso del concetto di integrazione come responsabilità degli immigrati, un’accezione

normativa riferita al dover essere. Sono gli immigrati a dover integrarsi.

• 

Integrazione intesa (di fatto) come sottomissione (integrazione subalterna) Quindi

l’integrazione è vista come sottomissione: l’idea che gli immigrati devono accettare il posto

che viene loro assegnato, senza protestare o avanzare rivendicazioni, senza chiedere diritti e

ambire a posizioni e servizi che sono tenuti per la maggioranza.

• 

Società ricevente intesa come omogenea e culturalmente integrata La società ricevente

viene vista come omogenea, come se ci fosse una cultura italiana, sebbene la società italiana

sia molto articolata. 52

•  Della serie “prendere o

Integrazione intesa come concetto compatto, univoco, lineare

lasciare”, come se integrarsi significasse accettare in blocco (ma poi che cosa? Qual è il

contenuto da accettare?). Il concetto alla fine viene espresso in aspetti molto pratici:

l’integrazione viene così tradotta in lavorare, comportarsi bene, non delinquere, magari

imparare la lingua, etc.

Prima critica: l’impossibilità dell’integrazione

visione dell’integrazione c’è un versante polemico e pessimista: gli immigrati non

Rispetto a questa

possono o non sono in grado di integrarsi, o almeno una parte di loro (gruppi particolari che sono

nella fase del mirino).

• L’immigrazione vista come attacco all’identità nazionale (fondata sul suolo,

in questo senso è

 vedi il dibattito sulla cittadinanza, un’espressione di

sulla lingua, sul sangue, etc)

integrazione; c’è chi parla di “italiani veri”, basando l’italianità sul sangue, sulla lingua, sul

suolo, sulla religione.

• 

Idea delle culture come essenze non modificabili Questa concezione guarda alle culture

come tali di natura e quindi non modificabile; l’identità culturale è un’essenza non

modificabile.

• 

Paura del meticciato Un altro tema rilevante è la paura verso il meticciano, la mixofobia;

è una deriva patologica.

• 

Orizzonte dello scontro di civiltà: “caso musulmano” (caso “ispanico” in America) I mondi

come contrapposti, che non possono incontrarsi e vivere pacificamene, né tanto meno

mescolarsi.

Seconda critica: l’iniquità dell’integrazione

• “Non è giusto sollecitare l’integrazione”

• Influenza dei movimenti sociali delle minoranze (“black is beautiful) e delle lotte anticoloniali

• Suggestioni multiculturali, difesa delle culture nella loro pluralità e diversità

• Opposizione al rischio di imperialismo e quindi all’assimilazionismo

• Preferenza per altri termini: inclusione, incorporazione, etc.

• Accento sulla responsabilità della società ricevente

• Il ricorso al termine interazione e la sua debolezza: 1) serve una base di integrazione; 2) si

produce integrazione; 3) anche il dominio è interazione; 4) trascura la dimensione strutturale

 C’è anche una critica di segno opposto: non è giusto pretendere l’integrazione degli immigrati

società ricevente. È un filone che deriva dalle lotte dei movimenti degli anni ’60 come

nella

quella degli afroamericani. Si fa una critica all’idea di uguaglianza e pari diritti: è una critica

radicale verso posizioni come quella di M.L. King (“noi siamo uguali a voi e vogliamo essere

visti come uguali a voi, vogliamo avere pari diritti”). Malcom X invece faceva un altro

discorso: “non vogliamo essere come voi ed entrare come uguali in una società costruita da

voi; noi abbiamo una nostra storia e rivendichiamo la dignità, il valore, la bellezza della nostra

cultura”. C’è la rivendicazione da parte di alcune minoranze del proprio posto nella società e

nella cultura (es: quale posto dare alla letteratura afroamericana nelle scuole? discussione

da studiare). Subentra quindi l’idea di difesa delle culture non sono nei

sui canoni dei testi

luoghi di origine, ma anche tra le popolazioni immigrati o di origine immigrata; la richiesta

di integrazione è espressione di imperialismo o paternalismo. Sull’onda di queste critiche si

preferisce usare altri termini per parlare di incontro e del posto che le minoranze devono avere

c’è un’idea di “fare

nelle società riceventi: inclusione e incorporazione; sono concetti cauti, 53

spazio”. La critica è che l’accento è posto sulla responsabilità della maggioranza e delle sue

istituzioni: sono loro che devono far posto e includere; in questo modo il ruolo della minoranza

viene sottovalutato.

Anche il termine interazione fa riflettere: per interagire ci vogliono dei codici comuni, come

lingua, che sono un’espressione dell’integrazione; interagendo si producono relazioni e

la

quindi integrazione. L’interazione esprime un aspetto molto denso dei rapporti tra i gruppi e

– –

le persone, implica riconoscimento e presuppone un livello di integrazione lingua e

produce integrazione sociale). Quindi non sarebbe giusto contrapporre integrazione e

interazione. Però sorge un problema legato alla dimensione strutturale: anche negli USA nel

primo ‘900 bianchi e neri interagivano, ma lo facevano in presenza di una estrema

disuguaglianza; quindi il concetto interazione non esclude una dimensione di dominio. Allora

forse ha più senso il termine integrazione, che invece porta in sé la dimensione strutturale. Il

termine interazione ha pregi, ma anche debolezze.

Una possibile definizione

Allora come possiamo usare e definire il concetto di integrazione? C’è una definizione in positivo,

come processo che conduce a diventare una componente

data da Penninx e Martiniello: l’integrazione

accettata della società.  l’integrazione avviene nel tempo, si produce in una

- Accento sulla dimensione processuale

dinamica sociale.  come si pone la società? C’è

- Accento sugli atteggiamenti della società ricevente

integrazione quando la società ricevente accetta gli immigrati che fanno qualcosa di positivo

pe farsi accettare 

- Accento sulla corresponsabilità degli immigrati gli immigrati si impegnano per fare

qualcosa di utile e positivo affinché la società gli accetti

- Implicito richiamo alla dimensione strutturale diventare una componente accettata implica

un certo grado di uguaglianza e riconoscimento

Manca nel concetto l’idea di integrazione come a metà strada: i due sociologi si limitano a parlare di

componente accettata, perché non è detto che ci sia un incontro a metà strada; pensiamo alla lingua,

al calendario, alle leggi, che rimangono quelli della società ricevente (magari con qualche

adattamento).

Perché e come parlare di integrazione

• 

Integrazione come processo va distinta dalle politiche di integrazione Non dobbiamo

confondere l’integrazione come processo sociale con la dimensione politica, le politiche di

integrazione; la condizione fattuale degli immigrati non dipende solo direttamente dalle

politiche: non è detto che politiche ostili comportino la non integrazione e che politiche

inclusive comportino l’integrazione. L’integrazione delle persone dipende molto anche da

altri fattori, prima di tutto dall’economia e dal mercato del lavoro. Le dichiarazioni di apertura

c’è nel contesto locale una condizione strutturale che li

non producono effetti positivi se non

permette: c’è bisogno di lavoro. La differenza tra Sud e Nord nel numero di stranieri residenti

è dovuta anche alla quantità e alla qualità dell’economia che possa permettere di integrarsi.

l’integrazione può dipendere da altre politiche,

Inoltre, quelle sociali in generale: le politiche

di promozione dell’occupazione, di contrasto alla povertà, etc. Comunque, le politiche

dichiarate ostili o amichevoli hanno un peso e comportano delle differenze, influenzano il

comportamento della popolazione per esempio. 54

•  L’integrazione è un

Integrazione come fenomeno composito, pluridimensionale e variabile

costrutto complesso, in cui entrano in gioco più variabili. Si fa molta leva sulla lingua, ma non

è detto che conoscerla sia il giusto collegamento per una buona integrazione; vi è differenza

tra sfera pubblica e sfera privata. La cittadinanza non li difende dalla povertà: il fatto di non

l’appoggio delle

avere una rete familiare li rende soggetti più deboli (per esempio, non hanno

pensioni di nonni o genitori in caso di disoccupazione). Un altro elemento di fragilità è

rappresentato dalle rimesse: mandano i risparmi alle famiglie rimaste nei Paesi d’origine e

fanno investimenti per costruire una casa; se perdono il lavoro, hanno poche risorse di riserva.

•  L’integrazione avviene in un contesto

Attenzione alla dimensione locale e contestuale

preciso, in un luogo; si tratta di processi localizzati e contestualizzati: avviene là dove le

persone concretamente vivono, lavorano, mandano i figli a scuola, accedono ai servizi. Per

questo hanno molto peso le politiche locali.

• 

Diversi percorsi di integrazione: il caso delle minoranze di successo Prima si pensava che

ci fosse un unico percorso di integrazione, di fatto quello assimilativo (visione della Francia

repubblicana o degli Stati Uniti fino agli anni ’60): lasciare le proprie usanze per abbracciare

quelle della società ricevente e diventare cittadini. C’è una ripresa di questa visione. Ma ci

sono diverse modalità di integrazione e un esempio emblematico è quello delle minoranze di

successo, come quelli asiatiche negli USA. Ci si può integrare e si possono ottenere dei

risultati importanti dal punto di vista educativo e lavorativo, pur rimanendo attaccati a

tradizioni, lingua, stili di vita, religioni, che rimandano al Paese di origini dei genitori o dei

nonni.

• 

Assimilazione (riveduta) e rispetto delle identità minoritarie non sono in opposizione Si

testimonia una compresenza tra assimilazione e inserimento nella nuova società e

riproduzione delle tradizioni e delle identità culturali minoritarie: ad oggi si tratta di termini

non più in opposizione.

Un’integrazione dal basso: azione solidale e advocacy coalition

• immigrati sono scaturite dall’iniziativa

Molte iniziative di accoglienza e integrazione degli

della società civile: volontariato, sindacati, chiese, etc.

• Circuiti informali di integrazione tra operatori pubblici sensibili e attori della solidarietà

organizzata

• Il caso dell’ammissione a scuola dei minori senza permesso di soggiorno

• Forza di pressione, soprattutto in occasione delle sanatorie: la “forte lobby dei soggetti deboli”

 La società civile ha un ruolo nei processi di integrazione degli immigrati: vi sono molte

iniziative non pubbliche che agiscono a favore delle fasce più deboli tra gli immigrati, ovvero

quelli senza titolo di soggiorno o con uno status discusso come quello dei rifugiati. Attori

esterni al sistema pubblico si fanno carico della popolazione immigrata più fragile. Eppure

non esiste un muro tra gli operatori pubblici e gli attori della società civile, soprattutto a livello

locale dove si attivano circuiti informali per fornire servizi (es. ambulatori locali e medici

volontari, doposcuola delle parrocchie che comunicano con le scuole, etc). Questo passa

attraverso l’azione delle persone e delle loro reti amicali. Ci sono state anche azioni della

società civile per fare pressioni e rimuovere divieti che escludono gli immigrati nelle sedi

istituzionali (ammissione dei figli degli immigrati irregolari negli asili nido). In alcuni casi,

possiamo parlare di una forte lobby dei soggetti deboli, formata da organizzazioni come

sindacati, Chiesa cattolica e associazioni solidaristiche.

Società civili e politiche migratorie 55

• Le contraddizioni delle politiche restrittive ampliano gli spazi di azione degli attori delle

società civili, la cui presenza smussa le conseguenze più gravi della chiusura. Diverse sono le

forme di intervento (le 4 P):

1. Promozione di network I collegamenti sono una premessa per organizzare altri tipi di

intervento; organizzazioni di segno diverso si coalizzano intorno ad un obiettivo.

2. Protesta e azione di lobby, campagne di opinione Troviamo movimenti anti-razzisti,

movimenti sociali, associazioni no-borders e anche altri attori più istituzionalizzati e moderati,

come i sindacati e la Chiesa cattolica come sul tema delle ONG in mare o sul tema della

cittadinanza. 

3. Produzione di servizi Dai salvataggi in mare, ai servizi medici, dalle scuole di italiano, alle

(per chi non può accedere all’offerta pubblica).

mense 

Promozione dell’accesso ai diritti (tutela legale)

4. Azioni legali verso le politiche di

esclusione, le guerriglie caso per caso sulle pratiche dei richiedenti asilo respinti.

Le quattro forme di azione (le 4 P)

Forme di azione Soggetti promotori Ambiti di applicazione Espressioni

Promozione di Vari attori impegnati Livello politico Costituzione di tavoli

reti nella tutela degli Livello operativo e gruppi di lavoro;

immigrati (anche molto Livello interpersonale interscambio di

diversi tra loro) informazioni e pareri

Protesta politica Attori politicamente Contestazione di norme Dimostrazioni

competenti della lobby nazionali e locali a pubbliche, appelli,

pro-immigrati carattere discriminatorio raccolte di firme

Produzione di Organizzazioni di Necessità che non Cure mediche

servizi diverso tipo e trovano risposta nei gratuite; scuole di

complessità servizi pubblici italiano; mense

Protezione Professionisti del settore Tutela rispetto a misure Azioni legali contro le

legale giuridico discriminatorie in ambito amministrazioni locali

locale

Il ruolo della religione nei processi di integrazione

• Un’antica questione che ritorna attuale: la religione come baluardo dell’identità

• “Quando gli irlandesi divennero bianchi” (e gli italiani dopo di loro): l’America dell’800 e i

cattolici considerati “non integrabili”

• La faticosa costruzione del pluralismo americano: ritrovare e rinegoziare un’identità culturale

attraverso la religione

• Rifugio, rispetto, risorse: come le religioni hanno integrato gli immigrati

 Negli USA di molti decenni fa la religione degli immigrati creava problemi (ebrei e cattolici);

c’era il problema degli irlandesi per esempio: il razzismo non è solo una forma di

rivendicazione che viene solo dalle classi popolari, ma ha trovato in diverse epoche anche

sostenitori intellettuali. Alcuni negavano che gli irlandesi fossero bianchi, li chiamavano i

“negri d’Europa”. Gli italiani, sono stati “popolazione” vittima del KKK. I cattolici

la seconda

erano considerati non integrabili, avevano un capo religioso straniero, non avevano la pratica

della libera discussione tipico delle comunità protestanti. Gli immigrati, in un contesto con

forti pratiche religiose e politiche pubbliche deboli, tendevano ad aggregarsi secondo linee

linguistiche e religiose, fondando chiese e sinagoghe e lì intorno altri edifici per altri bisogno

56

sociali. I centri religiosi erano luogo di produzione di servizi e luogo di riproduzione e

conservazione dell’identità culturale. C’erano (e ci sono ancora) le chiese degli italiani, quelle

degli irlandesi, dei lituani, etc.

 Le 3 R: le religioni hanno dato agli immigrati Rifugio (protezione rispetto i bisogni esistenziali

e anche materiali), Rispetto (viene favorita la dignità delle persone) e Risorse (capitale sociale,

possibilità attraverso i network di trovare casa, lavoro, una buona scuola per i figli, luoghi di

L’immigrato al suo Paese partecipa

socialità e divertimento). alla vita religiosa in modo poco

riflessivo, va al culto perché ci vanno familiari e amici, è un rituale condiviso; in un altro

contesto, dove quella religione non è radicata, l’immigrato deve farsi delle domande: posso

È giusta la mia religione o quella locale? C’è una

essere quello che ero prima anche qui?

valenza profonda della pratica religiosa che ha a che fare con domande esistenziali

sull’identità e sul contesto in cui è nato. Non dobbiamo dimenticare che le religioni sono anche

collettive, c’è la dimensione della socialità:

esperienze sociali e la religione alimenta occasioni

per incontrarsi e socializzare, cosa che serve molto agli immigrati.

Un rinnovato interesse per le tematiche religiose

- Crescente pluralismo religioso

- Forme di sincretismo e mescolanza

- Forme identitarie di adesione religiosa (e irrigidimenti)

- Ritorno delle religioni nello spazio pubblico

L’insediamento stabile di popolazioni immigrate ha a che fare con queste dinamiche e ha

- contribuito a stimolare la ricerca su questi temi.

 L’insediamento stabile di popolazioni immigrati ha prodotto un pluralismo religioso, in un

come l’Italia. Anche qui, come nell’America dell’800 la

Paese quasi mono-confessionale

confessione religiosa è il baluardo dell’identità culturale degli immigrati. Per esempio, i

rumeni ortodossi stanno rafforzando la loro presenza sul territorio italiano, costruendo anche

le loro chiede con tutti i vari servizi. Si assiste così ad un ritorno delle religioni nello spazio

pubblico: le questioni religiose sono attuali e la religione viene riproposta come vettore

dell’integrazione.

Perché l’Islam suscita tanti interrogativi?

- Sfida le società secolarizzate: non riconosce la separazione tra Stato e Chiesa; mentre in

Europa si ha un raffreddamento delle pratiche religiose, l’Islam propone un’idea di centralità

della religione nella vita delle persone.

Sfida i rapporti tra società, politica e religione dopo la pace di Augusta (1555): l’accorso

- prevedeva che ogni territorio avrebbe dovuto seguire la religione del proprio sovrano; le

nazioni europee sono più o meno tutte mono-religiose. Vi sono addirittura le Chiese di Stato,

C’è addirittura una tassa

soprattutto nei Paesi scandinavi e in Inghilterra. ecclesiastica che

pagano i cittadini. Come si può inserire l’Islam in questo mondo europeo che ha una secolare

relazione con la religione.

Religioni, identità e capitale sociale

Particolarmente evidenti nel caso dell’immigrazione sono due aspetti:

- Il rapporto tra appartenenza religiosa e identità sociale

- Il rapporto tra aggregazioni a base religiosa e formazione di capitale sociale: bonding o

 Il capitale sociale bonding lega all’interno le persone che appartengono a un

bridging? 57

Vi sono

gruppo, mentre il capitale sociale bridging consente di legare persone con l’esterno.

aggregazioni religiose che sviluppano il primo tipo di capitale. Gli immigrati frequentano

luoghi di culto e aggregazioni a base religiosa, perché la religione serve a caratterizzare la

propria identità sociale e perché nelle comunità religiose trovano sostegno; è anche un modo

per trasmettere ai figli il proprio patrimonio culturale. Anche la dimensione politica trova un

certo riscontro nelle associazioni religiose degli immigrati. È importante la dimensione della

socialità, il poter incontrare connazionali in un contesto alieno, cercando di sostenere una

propria identità e affermazione culturale. Le religioni non sono soltanto religioni, ma hanno

molte funzioni, soprattutto per quanto riguarda gli immigrati. Le pratiche religiose hanno

diverse valenze.

Immigrati e religioni negli USA

Il primo vantaggio dell’affiliazione religiosa era quello di istituire una comunità protetta in

- cui gli immigrati e le loro famiglie non dovevano sopportare gli insulti quotidiani.

- Le chiese rappresentavano non solo dei luoghi di culto, ma anche dei centri di socializzazione,

di servizi assistenziali e associazioni mutualistiche.

Fornivano l’opportunità di assumere ruoli di leadership e di partecipazione civica, che non

- erano accessibili all’esterno. La possibilità di identificarsi come cattolici offriva coesione

interna e status sociale agli immigrati.

- La chiesa era la prima linea di difesa dietro alla quale questi immigrati potevano organizzarsi

e con cui potevano preservare la loro identità di gruppo.

Chiese cristiane a base migrante a Milano 

Chiese evangelicali: casi di “imprenditorialità religiosa” a base familiare

- nate dal basso,

auto-promosse e non affiliate alle chiese, per iniziativa di un pastore che si auto-nomina e

organizza la propria chiesa grazie a familiari e connazionali. 

Cappellanie cattoliche: isole di autonomia all’interno della confessione maggioritaria

- Gli

immigrati cattolici spesso non frequentano le chiese cattoliche locali, ma negoziano con le

gerarchie religiose la possibilità di istituire dei propri centri religiosi autonomi dove si parla

la loro lingua, dopo il prete è un connazionale. Essendo autonomi, possono esercitare dei ruoli

di responsabilità (tesoriere, lettore, amministratore, etc) assunti da immigrati, che esprimono

così vivacità e partecipazione che non hanno a livello professionale: è una modalità di riscatto

rispetto allo schiacciamento che soffrono nel mondo del lavoro. Ci sono fenomeni anche di

“church sharing”, nel quale gli spazi vengono condivisi: le parrocchie locali mettono a

disposizione i propri spazi per messe in lingua, catechesi differenziate per i bambini delle

minoranze, etc.

- Ruolo dei pastori e responsabilità laicale

Le ragioni della partecipazione

- Aggregazioni multi-scopo

- Risposta alla solitudine e offerta di socialità

- Ambienti relazionali protetti (“chi frequenta è una brava

- Risorse materiali (offerte di lavoro) e risorse reputazionali

persona”)

- Network building 58

- Trasmissione di memorie intergenerazionali

Protagonismo laicale

- La partecipazione dal basso e la volontà di ritrovarsi in forme indipendenti

L’assunzione di ruoli di responsabilità

- 

- La conferma dei codici morali: il neo-puritanesimo evangelicale conservatori, orientati al

rispetto di regole e valori morali 

- La dimensione politica implicita le religioni preparano la gente ad esprimersi a riguardo

Conclusioni

Mediante l’immigrazione, le religioni hanno conquistato un nuovo interesse nel dibattito

- pubblico e nelle scienze sociali

- Alcuni fenomeni collegati alla sfera religiosa sono resi particolarmente evidenti, e talora

problematici, dagli intrecci con l’immigrazione e le minoranze di origine immigrata La

paura dell’estremismo non si risolve chiudendo le moschee o cercando di impedire la

formazione di minoranze religiose, ma per esempio cercando una comunicazione tra esse e le

politiche delle società riceventi.

Le religioni hanno storicamente svolto un ruolo positivo ai fini dell’integrazione

- degli

immigrati nelle società di destinazione Viene favorito il processo di inserimento e di

conquista di un certo benessere da parte degli immigrati. 

Hanno consentito di mantenere una comunità dell’identità personale, rielaborandola

- Spesso si è migliori praticanti all’estero, con lo scopo di riaffermare la propria identità

religiosa, anche se rielaborandola attraverso i prismi della società ricevente (banalmente, il

calendario).

L’Islam in Europa introduce elementi problematici, per stagioni storiche, sociali e politiche

-

- Comunità religiose e capitale sociale: bonding e bridging.

Immigrazione irregolare e welfare invisibile

Una spiegazione dell’immigrazione irregolare: Lo sviluppo del “welfare invisibile”

• Persistente centralità delle famiglie come agenzie di organizzazione dell’accudimento e delle

cure verso le persone fragili: specialmente nell’Europa mediterranea, ma non solo Il

concetto di welfare invisibile viene dal fatto che le famiglie mantengono una centralità nella

cura delle persone fragili, come gli anziani; i figli cercano di non allontanarsi troppo dai

genitori anziani, le scelte abitative si fanno sulla base del luogo di lavoro e della casa dei

genitori anziani.

• Prolungamento della vita, aumento degli anziani bisognosi di assistenza e partecipazione delle

donne al lavoro extradomestico hanno richiesto una ridefinizione organizzativa I

il prolungamento della vita media, l’aumento del numero di

cambiamenti delle società, come

anziani e l’inserimento delle donne nel lavoro, non sono stati seguiti da un’organizzazione più

ampia ed efficace delle cure verso gli anziani: c’è un deficit di servizi di cura e per questo la

famiglia è ancora responsabile e mantiene un ruolo nell’accudimento degli anziani ma non ha

più le risorse per farlo. Si vive sempre più a lungo e grazie alla medicina si prolunga il periodo

di fragilità e dipendenza, che ricade sulle spalle delle famiglie.

• Risorse pubbliche sotto forma di indennità di accompagnamento, senza controlli e senza

vincoli d’uso Lo Stato tende a fornire risorse economiche (pensioni di invalidità, indennità

di accompagnamento, etc) che accompagnino queste famiglie, e solo pochi veri e propri

59

servizi di cura; non ci sono vincoli sulla spesa di queste risorse e le famiglie sono libere di

spenderle come vogliono. Per esempio, non viene controllato se vengono usati per pagare una

badante in nero. Quindi, come conseguenza dei bisogni e delle risorse, si ha un enorme

mercato della cura che è in larga parte informale.

• La stratificazione internazionale dell’accudimento  Notiamo una stratificazione informale

dell’accudimento: ci sono Paesi che sono esportatori di risorse di cura e altri Paesi che invece

importano lavoro per risolvere le loro esigenze; le famiglie in cui la madre parte per accudire

anziani all’estero, perdono una figura centrale dell’organizzazione domestica e familiare.

Alcuni Paesi risolvono problemi di vita quotidiana importando risorse sotto forma di lavoro

di donne nell’ambito domestico e familiare; i Paese di origine delle donne perdono invece

queste risorse. C’è una stratificazione internazionale dell’accudimento, una disuguaglianza e

una diversa dotazione di risorse. Nei Paesi che importano, il tradizionale ruolo femminile

diventa salariato e riguarda donne immigrate. Nelle famiglie dalla classe media in su delle

società sviluppate c’è bisogno di lavoro domestico e il problema di conciliare il lavoro

quello domestico si risolve con l’assunzione di un collaboratore

extradomestico con

domestico. Le famiglie di provenienza dei collaboratori devono riorganizzarsi per cavarsela

dopo aver perso una madre/moglie, un perno della vita familiare.

• 

Intersezione problematica tra care regime e migration regime Il care regime, questo

sistema di organizzazione delle cure basato sulla famiglie e sull’aiuto dall’esterno, ha un

rapporto problematico con il migration regime, in cui ci sono molti limiti e vincoli. C’è un

un blocco politico. Il bisogno delle persone fragili trova risposta all’interno

bisogno, ma anche

dell’organizzazione familiare, ma il migration regime crea vincoli all’ingresso di

lavoratori/lavoratrici immigrati che servono per coprire questi ruoli. Questi due regimi si

combinano con difficoltà, visto che il care regime ha bisogno di importare risorse e che il

migration regime tende a impedirlo almeno ufficialmente.

L’organizzazione delle cure domestiche

• Ricorso a lavoro retribuito, sempre più fornito da lavoratrici immigrate, come supporto alle

famiglie: triangolazione della gestione delle cure; trasformazione della colf in assistente

familiare (detta comunemente badante); trasformazione del care-giver familiare in care

manager Si parla di triangolazione dei servizi di cura delle persone anziane perché non

vengono più offerti solo dalla famiglie, ma viene assunta una persona salariata, un soggetto

terzo; l’assistente, la badante, è un’evoluzione della figura della domestica, della colf, che

negli anni ’70-’80 veniva assunta dalle prime immigrate; negli anni ’90 questa figura ha

iniziato a evolversi in assistente degli anziani, anche presso famiglie di ceto medio. Nel

frattempo, la figura che all’interno della rete familiare seguiva le persone fragili

(prevalentemente la figlia) e che si occupava direttamente della cura dei genitori anziani si è

trasformata ora in care manager. Prima era possibile farlo perché lavoravano meno, c’erano

il tempo dell’assistenza era minore, le malattie duravano meno;

meno anziani da assistere,

mentre ora, hanno meno tempo (lavorano, anziani vivono più a lungo) e assumono un care

giver che si occupi direttamente degli anziani. Il manager ha responsabilità più amministrative

collegamento col mondo esterno e delega all’assistente familiare l’assistenza diretta delle

e di

persone anziane.

• 800.000 lavoratori/trici registrati presso l’INPS; stime di 1,6 milioni: in ogni caso, più dei

 ufficiale, ce n’è uno non registrato,

dipendenti del SSN (400.000) Parallelamente al sistema

ma che assicura vitali compiti di connessione tra il lavoro, la vita familiare, la cura delle

persone fragili. È il welfare invisibile. 60

La risorsa dell’immigrazione irregolare

• Il lavoro di cura richiesto dalle famiglie, soprattutto nel caso degli anziani, è fornito

largamente da immigrati in condizione irregolare, come mostrano i dati delle sanatorie

• È un caso di irregolarità ampiamente tollerata e persino non riconosciuta come tale

• Protezione e sfruttamento

• immigrate, nell’ambito delle famiglie italiane, risolvono diversi problemi: alloggio, lavoro,

Le

vitto, risparmio, protezione dai controlli delle autorità

 Non riuscendo le famiglie ad assumere regolarmente le persone di cui hanno bisogno, le

assumono irregolarmente; il lavoro di cura richiesto, soprattutto quello in convivenza, è

coperto in larga parte da immigrate irregolare. Molte famiglie usano poi le sanatorie per

regolarizzare. Le collaboratrici risolvono diversi problemi contemporaneamente: trovano

inoltre, l’ambito domestico è il più idoneo

alloggio, lavoro e vitto e così risparmiano molto;

per nascondersi dalle autorità. Anche fuori comunque, la tolleranza è ampia: quasi nessuno

controlla le badanti in giro con gli anziani; questo ambito, è forse l’unico in cui le donne sono

trattate meglio degli uomini. Il compenso monetario, benché modesto, si traduce in gran parte

in rimesse e risparmi. Questo è il caso esemplare di irregolarità tollerata, spesso anche non

vista come tale grazia all’idea dell’“utilità”. Le famiglie italiane proteggono e spesso aiutano

le donne che lavorano per loro, ma allo stesso tempo possono avere una gestione che deborda

i normali vincoli contrattuali (non versano contribuiti se pagano in nero, versano contributi

lavorate se pagano regolarmente, l’essere disponibili anche fuori dagli

per meno ore di quelle

orari di lavoro è una pretesa che deborda dagli obblighi contrattuali, l’ambito domestico è un

luogo dove è più facile insinuare rapporti di sfruttamento e di rispetto incompleto degli

obblighi di lavoro i casi più gravi sono quelle di molestie sessuali).

Alcuni concetti

• è

carenza di risorse di cura, di tempo ed energie per l’accudimento

Care shortage:

tipicamente il problema delle famiglie di oggi dei Paesi a sviluppo avanzato; spesso famiglie

a doppia carriera, in cui anche le donne hanno un impegno professionale all’esterno. Spesso

bisogna pensare sia ai figli sia ai genitori anziani. Quindi c’è carenza di risorse e tempo.

• 

Care drain: drenaggio di risorse di cura da Paesi più poveri Il risultato del care shortage,

è il care drain: i Paesi sviluppati importano risorse da quelli meno sviluppati come facevano

in precedenza con risorse minerarie e manodopera; oggi viene estratta una risorsa più

impalpabile e difficile da definire: importano affetto, cura, attenzioni, risorse emozionali,

capacità di ascolto.

• Care giver: fornitrice di cure familiari, è tradizionalmente la donna adulta come moglie,

madre, figlia di genitori anziani Ad oggi, spesso la care giver è una collaboratrice

domestica stipendiata.

• Care manager: è responsabile della gestione delle cure in ambito domestico verso le persone

in condizioni di fragilità.

Che succede all’estero?

• Molta reticenza e carenza di dati

• In Austria: 2007, sanatoria per i care workers e sistema semi-ufficiale di importazione

• In Germania: “segreto manifesto” della società tedesca: sistemi di alternanza e pendolarismo

(due lavoratrici spesso sorelle o cognate - si alternano sullo stesso posto di lavoro)

• In Svezia, “chi pulisce il Welfare State”? 61

• A Singapore: più della metà degli anziani è assistita prevalentemente da un care worker

immigrato

 Questo tipo di assetto delle cure è molto presente nei Paesi del Sud Europa (Italia, Grecia,

Spagna, Cipro), ma è difficile disporre di dati a livello internazionale. Però qualche segnale

lo abbiamo: l’Austria, apparentemente ostile alle sanatorie, le ha fatte per le care-workers e

ha istituito un sistema di importazione tramite agenzie. In Germania, ci sono articoli che

parlano della presenza di figure simili come un segreto manifesto della società tedesco: quello

c’è un rapporto di ricerca con

tedesco è un sistema di alternanza e pendolarismo. In Svezia,

un titolo provocatorio che racconta la situazione svedese, dove è diffuso il ricorso ad agenzie

per compiti di lavoro domestico a ore, dove si dice di non avere immigrazione irregolare e di

non avere lavoratori stranieri; nei fatti però, oltre il sistema semi-ufficiale delle agenzie, i

clienti chiedono compiti assistenziali. Sotto la crosta della trasparenza di un Paese egualitario

ed istituzionalmente efficiente, c’è una realtà più opaca dove nel settore dell’assistenza c’è la

presenza di lavoratori immigrati e irregolari. È quasi voluta la mancanza di dati, per non tirar

fuori ciò che succede nelle case. A Singapore, più della metà degli anziani è assistita da un

collaboratore immigrato: il fenomeno sembra ancora più ampio di quello italiano.

Una visione che privilegia gli attori e le pratiche sociali

• Gran parte dei contributi sul tema hanno un approccio strutturalista e di genere: donne

 di genere, di “razza” (nazionalità) e

immigrate come vittime di una tripla discriminazione

di classe sociale (lavoro deprezzato)

• «Vittimizzazione» degli immigrati irregolari, indirettamente incentivata dalle politiche

pubbliche e sposata da molte ONG Gli immigrati irregolari vengono dipinti come vittime

che spesso è l’unico modo per farsi accettare o recuperare dei

(o come clandestino),

documenti, oltre che il mondo in cui sono visti nella ricerca. Ma più di recente le cose sono

cambiate.

• 

Più di recente, l’attenzione si è spostata sull’agency degli immigrati irregolari si parla di

capacità di fare scelte, di intenzionalità dei singoli individui.

• Sfida cognitiva: comprendere perché e come riescono a resistere e a districarsi tra difficoltà e

vincoli

Modelli relazionali nel lavoro di assistenza 

I. Relazioni basate sulla prestazione: uso del Lei, separazione tra lavoro e vita personale

relazione tipicamente professionale, contrattuale; le parti si danno del Lei, tengono le distanze.

La vita personale e quella lavorativa restano separate, il datore di lavoro non si interessa dei

problemi e della vita della lavoratrice e non la coinvolge in rapporti più densi emotivamente.

Relazioni basate sull’intimità:

II. uso del Tu reciproco, coinvolgimento extra lavorativo,

rapporti confidenziali La lavoratrice immigrata viene definita come una persona di famiglia

(“per me è come una figlia/sorella”); c’è coinvolgimento extra-lavorativo: la lavoratrice è

confidente degli anziani, che le raccontano della loro vita, e magari è anche ascoltata;

mangiano e guardano insieme la televisione. Si chiede consiglio e aiuto alla care manager,

che è un punto di riferimento.

Relazioni basate sull’asservimento:

III. uso del Tu unilaterale, distanza gerarchica, divieti e

controlli (A. Colombo e Decimo 2009) Il datore di lavoro dà del Tu alla lavoratrice, che

C’è una distanza

invece dà del Lei al datore; il Tu unilaterale indica una disuguaglianza.

gerarchia e subentrano divieti e controlli (volume tv, telefonate, cibo, etc); in casi estremi si

arriva agli abusi. 62


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher noeeeee95.music di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politiche migratorie e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Ambrosini Maurizio.

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