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fitofagi, i quali a loro volta si sono nutriti di piante) oppure vegetale (detrito vegetale portato dalla

percolazione dell’acqua; sempre l’acqua scioglie il calcare).

Fanno eccezione a questa estrema scarsità di energia gli ambienti sotterranei superficiali, che

godono della presenza delle radici delle piante.

Comunque, a parte l’assenza di luce, vivere sottoterra non è difficilissimo: la temperatura e

l’umidità sono più o meno costanti, vicine alla media annua esterna, e non c’è il Sole che secca.

Anche negli ecosistemi tropicali la temperatura e l’umidità sono costanti: sono sempre presenti i

cavernicoli, ma non così specializzati alla vita sotterranea come siamo abituati a vederli in altri

ambienti.

Alcune specie sono talmente specializzate che possono vivere solo sottoterra, mentre altre passano

parte della vita dentro e parte fuori (sono quelle che portano l’energia). Queste specie, per evitare un

impatto troppo duro, escono solo di notte, oppure di giorno si rifugiano dove possono trovare

condizioni simili a quelle della grotta (es. sotto sassi umidi).

Quindi possiamo dividere gli animali ipogei delle caverne (c’è anche una fauna ipogea che vive

infossata nel terreno) in:

Troglobi: cavernicoli obbligati (stenotermi – tollerano ristretti intervalli di temperatura,

 discendono da animali epigei, quando sulla Terra l’umidità era molto elevata).

Troglofili: presenti sia nelle grotte sia all’esterno, con cadenza periodica (ad esempio

 stagionale, come l’Orso o i Chirotteri). Hanno dunque bioritmi molto particolari ed in

genere sono k-selezionati.

Troglosseni: cavernicoli occasionali, che trovano le caverne e le usano come tane.

La specializzazione verso gli ambienti sotterranei è stata, spesso, una necessità. Durante le

glaciazioni, alcune comunità si sono dovute rifugiare sotto terra e si sono specializzate al nuovo

ambiente, dando origine a zoocenosi che sono rimaste sottoterra anche quando all’esterno le

condizioni erano favorevoli.

Ad eccezione dei troglosseni, gli adattamenti della fauna ipogea cavernicola comprendono:

Occhi ridotti o assenti (si dicono anoftalmi), epidermide depigmentata ed ali ridotte (sono

 atteri, specialmente le specie troglobie). Hanno l’informazione per questi apparati nel

patrimonio genetico, ma non li sviluppano per risparmiare energia.

Appendici molto lunghe e sensibili (arti e antenne), per ampliare il raggio di percezione.

 Queste lunghe appendici, oltre ad essere portate da animali che vivono nel sottosuolo, sono

tipiche anche degli animali notturni, come i Solifugi e gli Amblipigi (diffusissimi grazie alla

costruzione di capanne di fango, che costituiscono un ambiente ideale, da parte dell’uomo).

Alta longevità e limitato tasso di riproduzione, con strategia k: le uova sono poche ma

 molto grandi, in modo che lo sviluppo possa essere più lento e il nuovo competitore entri il

più tardi possibile sulla scena.

Possono anche modificare il proprio mantello, ad esempio mimando l’effetto che il Sole crea

 nelle zone ombrose attraverso delle macchiette chiare sul pelo (pomellatura).

Sono spesso onnivori, per la scarsa varietà alimentare (sebbene questo dato sia in contrasto

 con l’elevata specializzazione ambientale).

Aritmia nictemerale e stagionale (fenologia continua), con una perenne fluttuazione fra

 riposo e attività. Non esiste una stagione riproduttiva.

Per qualche motivo ignoto, c’è un’alta variabilità genetica in questi ambienti.

I tipici micro-abitanti delle caverne sono: Remipedi (Crostacei acquatici), Isopodi, Diplopodi,

Collemboli, Anfipodi, Ditteri atteri, parassiti di Chirotteri, …Comunque, non esiste una zoocenosi

tipica dell’ambiente cavernicolo: sono tutte isole differenti.

L’uomo distrugge senza rendersene conto moltissimi di questi ambienti: il passaggio delle ferrovie

che fa franare il terreno sottostante, la captazione dell’acqua o dei sedimenti, ed altro. 36

D IVERSITÀ NEGLI AMBIENTI ANTROPIZZATI

Generalmente, l’urbanizzazione determina una serie di alterazioni ambientali abbastanza rilevanti:

Cresce l’isolamento degli spazi vitali per la presenza di strade, linee ferroviarie, …

 Aumenta il disturbo legato alla presenza dell’uomo, al rumore, alla luce.

 Le sostanze nutritive si concentrano determinando eutrofizzazione.

 Si formano isole di calore inabitabili.

 Aumenta l’emissione delle sostanze nocive.

 Aumenta il consumo di energia ed acqua.

Quindi, nelle zone urbane possono sopravvivere solo quelle specie che hanno cicli vitali brevi,

richiedono il caldo, sono meno sensibili al disturbo e sono abbastanza euriecie. 37

E COLOGIA APPLICATA 38

39

*EAP

L’ECOLOGIA APPLICATA

Per ecologia si intende lo studio delle relazioni fra gli organismi, e fra essi e l’ambiente abiotico.

L’ecologia ha solide basi scientifiche, mentre l’ecologismo ha basi culturali, sociali e politiche.

Può svolgere indagini a livello di individuo, popolazione, comunità, ecosistema (tutti quanti livelli

gerarchici, incastrati uno nell’altro e quindi verticali) e paesaggio (l’unico livello orizzontale).

L’individuo è l’unità fondamentale di ogni livello ecologico, il prodotto diretto della selezione

naturale. Studi a livello individuale consentono di conoscere le caratteristiche ecologiche di una

singola specie (la sua autoecologia) e le sue relazioni con gli altri organismi e con i fattori abiotici

(sinecologia).

L’ecologia è una scienza pratica, che passa attraverso l’osservazione sul campo (passiva) e la

sperimentazione sia sul campo che in laboratorio (fase attiva). I dati raccolti vengono interpretati e

vengono teorizzati dei modelli validi ad ogni livello. I modelli permettono di fare delle previsioni

sulla dinamica dei sistemi naturali e di quelli modificati dall’uomo, sia per impatto diretto che

indiretto.

L’ecologia applicata sfrutta gli studi ecologici per pianificare, progettare e gestire l’ambiente in

modo da evitare collassi o squilibri a livello locale e globale. L’intervento è possibile solo nei

processi deterministici (di tipo causa effetto), ma non in quelli stocastici (dettati dal caso e

dunque ingestibili). Per questo, gli organismi che vivono in ambienti sottoposti a squilibri stocastici

sono definiti morti viventi.

Quindi, l’ecologia applicata è una scienza trasversale che abbraccia diverse competenze (zoologia,

botanica, meteorologia, pianificazione, gestione, urbanistica, agricoltura, …), permettendo di

raggiungere risultati molti importanti:

Valuta in anticipo le conseguenze degli interventi umani sui sistemi ecologici, prevenendo

 catastrofi naturali, consumo di risorse e territorio.

Ipotizza interventi di minimizzazione

 Progetta interventi di recupero a posteriori

 Permette di gestire correttamente il territorio e quindi di conservare la natura.

L’organismo di base attorno a cui ruota l’ecologia applicata è l’uomo. L’uomo, da organismo

inserito come gli altri nelle dinamiche ecologiche (quando era un cacciatore-raccoglitore che agiva

a livello di singole specie), ha raggiunto il rango di organismo cardine, tale da modificare gli

equilibri ecologici ad ogni livello. L’economia sfrutta infatti tutte le risorse biotiche ed abiotiche,

con un terribile duplice impatto

L’ecologia applicata si occupa dunque di problemi sia su scala locale (individuo, popolazione,

comunità, ecosistema) che su scala globale (effetto serra, riscaldamento globale, piogge acide, …).

Purtroppo queste due scale sono così differenti che i fattori (elementi misurabili) ed i processi (non

misurabili, caratterizzati dal dinamismo) che le caratterizzano, pur potendo essere trattati negli

stessi ambiti, assumono importanze troppo differenti e vengono trattati separatamente. 40

41

*EAP

CARTOGRAFIA

La cartografia è una rappresentazione simbolica della realtà.

Ogni carta deve essere corredata delle coordinate geografiche e dei simboli adatti.

Le coordinate sono latitudine (0° all’Equatore e 90° N al Polo Nord), longitudine (Greenwitch 0°,

gli altri sono ad est ed ovest). Roma si trova a 40°N e 12°E. per l’Italia, viene utilizzato come punto

di riferimento anche un meridiano che passa per Monte Mario, per cui si può trovare l’indicazione

del meridiano di Greenwitch più i gradi ad est di Monte Mario (MM).

Altra coordinata molto utile in cartografia è l’UTM o reticolo chilometrico, che indica la distanza

in km dall’Equatore. Rende più facili certi calcoli perché ha una base decimale, mentre latitudine e

longitudine sono gradi ed hanno base sessagesimale. Nelle carte, l’UTM viene indicato con un

numerino piccolo a sinistra di un numero più grande che indica il parallelo: ad esempio 59 indica

46

il 59° parallelo ma 4659 km dall’Equatore.

I SIMBOLI

Per quanto riguarda i simboli, vengono usate:

Curve di livello o isoipse: sono delle linee curve che indicano la pendenza del terreno.

 Seguono la morfologia del terreno, formando curve concentriche attorno alle colline ed

allargandosi sui terreni meno in pendenza.

La distanza reale in metri tra due isoipse è l’equidistanza. Poniamo un’equidistanza di 25

m: se due isoipse sono disegnate molto vicine, vuol dire che il terreno è molto pendente,

perché i 25 m sono distribuiti più in altezza che non in larghezza. I muretti a secco hanno

dislivelli talmente elevati che non si possono segnare le isoipse (troppo vicine), ma si usano

due linee tratteggiate. I fiumi, poiché scorrono sul lato delle colline, in genere sono

perpendicolari alle isoipse.

Su carta, le isoipse vengono accompagnate dai valori di equidistanza, a partire dal punto più

elevato d’altezza verso il basso. Quindi, se l’equidistanza è di 25 m ed il punto più alto si

trova a 353 metri, l’isoipsa successiva segna 350 metri (si prende il valore immediatamente

maggiore al punto più alto che sia un multiplo dell’equidistanza), quella dopo 325, poi 300 e

così via.

Geomorfologia: simboli per i rilievi, idrografia, vegetazione (es. diversi simboli per Querce

 ed Ulivi).

Opere umane: simboli per i centri abitati e le infrastrutture. Il nome più in alto sulla carta è

 quello del toponimo più importante.

C

ARTOGRAFIA DI BASE O GENERALE

La cartografia si divide in cartografia di base o generale e tematica.

La cartografia di base utilizza una scala di riferimento del tipo 1:x , cioè a quanto corrisponde

nella realtà (x) un centimetro sulla carta.

Le carte vengono classificate in base alla scala di riferimento: NO NE

IV SO SE

II

III

Fogli catastali: 1:2000

 Carte tecniche regionali CTR: 1:10.000

 42

Tavolette IGMI: 1:25.000

 Quadranti IGMI: 1:50.000

 Fogli IGMI: 1:100.000

Quella nel disegno, è un foglio composto da

quattro quadranti, a loro volta composti da quattro tavolette. 151 I SE

I quadranti vengono numerati in senso antiorario, mentre nei fogli si scrivono i riferimenti cardinali.

Il foglio è la carta con scala inferiore tra quelle menzionate, cioè con la scala meno dettagliata. La

tavoletta ha ogni lato lungo 10 km, corrispondenti a 7’31”. In tutto, il foglio corrisponde a 30’ di

latitudine.

L’indicazione sottostante indica il foglio n. 151, quadrante I, tavoletta Sud-Est. L’Italia è divisa in

200 fogli e 900 tavolette.

C

ARTOGRAFIA TEMATICA

Il tipo di cartografia tematica che ci interessa è quella ambientale, che rappresenta l’ecosistema ed

il paesaggio come collocati spazialmente su un territorio.

Esistono carte differenziare per:

Clima: di cui la più interessante sul territorio è la fitoclimatica, che valuta la potenzialità

 della vegetazione in relazione al clima ed al suolo presenti.

Geologia:

 Carta geologica nazionale

Idrogeologica: mette in evidenza corsi d’acqua sotterranei e sommersi

Geomorfologica: indica la storia della Terra – ad esempio come un fiume erode le

montagne. Su carta i fiumi vengono disegnati con un pallino alla sorgente, quindi un

tratto rettilineo (il tratto ripido) seguito da una linea che forma dei meandri (è il tratto più

calmo del fiume, che ha esaurito la sua maggiore forza erosiva ed è costretto a virare

dove gli è sbarrato il passaggio).

Franosità e dissesti: importante per capire dove costruire

Tettonica sismica litologica

Pedologica: studia la composizione del suolo

Vegetazione:

 Di uso del suolo: importantissima, indica come un terreno è stato coltivato anno per

anno.

Carta fisionomico-strutturale: indica il tipo di vegetazione presente (prato, bosco, …)

Fitosociologica: indica le associazioni vegetali (faggeta, salicorneto, …)

Agroforestale: indica le coltivazioni agricole in relazione alla copertura forestale

Della naturalità: indica il livello di antropizzazione o di naturalità

Del rischio d’incendio

Fitoclimatica: vedi Clima

Fauna:

 Carta faunistico-venatoria: mette su carta le potenzialità venatorio del luogo

Delle vocazioni faunistiche: costruite per deduzione da quelle fitosociologiche

Degli areali. Su piccola scala è ridicolo segnare l’areale di una specie in modo troppo

dettagliato (non posso dire che il picchio vola fino a San Cesareo ma a Zagarolo non

c’è). Per risolvere il problema delle carte degli areali su piccola scala si usano gli

atlanti: il territorio viene diviso in riquadri (UR – unità di rilevamento) da una griglia.

Se la specie è presente anche in minima parte in quel riquadro, viene segnato tutto con

un segno, senza confini troppo dettagliati.

Il metodo degli atlanti non può essere usato quando viene cartografato un rilievo, perché

i riquadri non avrebbero la stessa estensione. 43

Di pianificazione: queste carte indicano quello che è in progetto che sia fatto. Si riferiscono

 alla costruzione di aree protette (localizzazione, funzione, sentieri, turismo), alle aree

venatorie, alle zone sottoposte ad interventi ambientali ed alla presenza di corridoi faunistici.

Ortofotocarte: fotografie del territorio dall’alto.

 Dei beni paesaggistici-archeologici: tipo la Carta dell’Agro Romano.

A

EROFOTOGRAMMETRIA E TELERILEVAMENTO

A EROFOTOGRAMMETRIA

L’aerofotogrammetria è una tecnica di fotografia dall’alto che utilizza gli aerei Raf Italia ed i voli

Aima (per cui ha come vantaggio un rapido aggiornamento). Viene usato uno stereoscopio che dà

una visione tridimensionale del paesaggio. Le foto sono strisciate in bianco e nero leggermente

sovrapposte, in modo che non si perda nessun dettaglio del paesaggio. Queste foto vengono usate

per disegnare le carte di uso del suolo, per controllare dall’alto il mantenimento del territorio, per

verificare il percorso di un oleodotto, …

Le carte ottenute per aerofotogrammetria complete di simbolismi sono ortofotocarte (scala

1:25000 come una tavoletta).

T ELERILEVAMENTO

Il telerilevamento invece utilizza i satelliti artificiali, che non solo fotografano il territorio ma

permettono un telerilevamento a video, con controlli continui e costanti. I satelliti permettono di

recepire onde sia del visibile che dell’infrarosso, per cui permettono un attentissimo monitoraggio

del territorio. λ impiego

γ Medicina

Raggi

Raggi x Industria

UV

UV vicino

Visibile Telerilevamento ottico

IR vicino Telerilevamento IR

IR medio e lontano

Microonde Radar

UHF e VHF TV

Onde radio HF, MF, LF Radio

In genere, i satelliti vengono utilizzati a scopi militari, per le telecomunicazioni, per l’osservazione

terrestre, sia come aggiornamento cartografico che come monitoraggio della superficie terrestre.

Hanno il vantaggio di essere molto precisi, poter essere utilizzati sia di giorni che di notte e di

essere insensibili alla copertura nuvolosa.

Quelli per il telerilevamento, comunque, hanno caratteristiche relative ai sensori, alla quota ed

all’orbita differenti dai satelliti comuni:

Hanno un’orbita quasi polare (da Nord a Sud passando per i poli), geostazionaria (osserva

 sempre la stessa fascia della Terra) ed eliosincorna (mantiene una posizione costante rispetto

al Sole). λ)

Differiscono per la risoluzione radiometrica (n. di canali e e geometrica (dimensione

 pixel).

Passa freqeuntemente sopra lo stesso punto.

Sono gestiti dall’ESA (Agenzia Spaziale Europea), Telespazio, Italeco, Acquater. I satelliti più

conosciuti sono Spot 1 e Spot2 (ampiezza di ripresa 60 km), Landsat TM (ampiezza 185 km),

44

NOAA (2700 km) e Meteosat (l’unico con orbita geosincrona, ha ampiezza di ripresa su tutto

l’emisfero).

Hanno bisogno di una sorgente di energia naturale (Sole, Terra – radiazione riflessa) o artificiale

(Radar – emissione di microonde). Interagiscono con la superficie terrestre ricevendo radiazioni a

diversa lunghezza d’onda provenienti da terra (telerilevamento passivo) oppure inviate e poi

ricevute per riflesso (attivo). Passando attraverso l’atmosfera, il segnale viene alterato e quindi

devono essere adottati sistemi per ridurre l’errore.

Un quadrato che sul territorio occupa 60 x 60 km corrisponde ad un pixel, l’unità minima di

informazione. A seconda della morfologia del terreno, un codice numerico viene trasmesso su un

nastro magnetico. I pixel sono impressionati dai codici e, attraverso l’image processing, viene

prodotta un’immagine a colori. Quindi si passa alla georeferenziazione (indicazione coordinate) e si

è ottenuta una spaziocarta completa di simbolismi.

A PPLICAZIONI DEL TELERILEVAMENTO

Il telerilevamento ha applicazioni nello studio del suolo (pedologia), della vegetazione,

dell’idrosfera e dell’atmosfera.

Per quanto riguarda la pedologia:

Analizza orizzonti superiori a quello del suolo (es. scambi energetici terra/atmosfera)

 Compone le firme spettrali (abbinamento di un colore ad un oggetto o concetto), da cui si

 ricavano informazioni sul contenuto di umidità o sulla composizione della materia organica.

Permette redazioni o aggiornamenti di carte tematiche di uso del suolo.

 Identifica la posizione ed il tipo di struttura geologica del terreno (giacimenti compresi).

 Identifica il rischio geologico (franosità) ed il livello di erosione/sedimentazione.

 Dà informazioni di urbanistica (es. espansione delle aree urbane).

Per quanto riguarda lo studio della vegetazione, importantissime sono le carte spettrali, che

arrivano a fornire informazioni sul tipo di pigmenti fogliari e la struttura della pianta. Inoltre:

Classifica le associazioni vegetali.

 Fa previsioni sulle raccolte agricole.

 Studia il degrado del patrimonio forestale.

 Rileva danni/patologie (piogge acide, grandine, …).

Per lo studio dell’idrosfera, i satelliti permettono di determinare:

La temperatura degli strati superficiali (inquinamento termico).

 La fioritura algale (inquinamento organico/eutrofizzazione).

 La torbidità (sedimentazione)

 La presenza di idrocarburi.

 I moti delle correnti marine.

Per l’atmosfera:

Aiutano la compilazione dei bollettini meteo.

 Valutano l’inquinamento dell’aria.

 Valutano la deforestazione.

 Determinano lo spessore dello strato di ozono.

I satelliti possono essere utilizzati anche nelle riprese Radar (RAdio Detection And Ranging): le

antenne emettono microonde ed un sensore misura la radiazione diffusa.

GIS – G I S

EOGRAPHIC NFORMATION YSTEM 45

L’informatizzazione delle carte tematiche ha permesso lo sviluppo del Sistema informativo

geografico GIS, che consiste nella combinazione di più carte tematiche che riguardino sia aspetti

fisici, che biologici, che antropologici (carte del terreno, di uso del suolo, della geologia, della

vegetazione, …). Un GIS è un modello funzionale del territorio, ovvero un sistema in grado di

descrivere gli oggetti che compongono il territorio stesso ed evidenziarne le principali relazioni

funzionali. I dati così stratificati passano alla GAP analysis, che fornisce diverse informazioni a

seconda degli strati che si è scelto di combinare (overlay di carte).

I GIS possono avere base raster, in cui gli oggetti sono rappresentati secondo una griglia, in cui

ogni cella può essere o meno segnata, che viene sovrapposta al territorio (usata per fenomeni

continui come le precipitazioni o le distanze); oppure base vettoriale, in cui la forma degli oggetti è

espressa come coppie di valori x ed y su un piano cartesiano orizzontale (usata per fenomeni discreti

come il rilevamento con radiotracking).

Ad esempio, il GIS può dare informazioni sulla forma, dimensione ed eterogeneità del mosaico

ambientale in cui una specie vive.

Oppure, una delle applicazioni del GIS è il DMT, cioè la costruzione di carte 3D del territorio

attraverso l’overlay di immagini fornite dai satelliti, di foto scattate dagli aerei e di mappe digitali.

Questo metodo è molto utile per seguire gli spostamenti di grandi gruppi di mammiferi (impossibili

da seguire ad altezza uomo) e determinare dove dovrebbero essere costruiti dei corridoi ecologici. 46

47

PIANIFICAZIONE TERRITORIALE (IN ITALIA)

Pianificare significa utilizzare le risorse del territorio in maniera razionale prima della crisi, al

contrario della conservazione che agisce durante la crisi. Alla pianificazione segue la gestione

routinaria dell’area.

La pianificazione agisce a diverse scale: nazionale, regionale (questi sono gli unici due enti

territoriali che legiferano), provinciale (la migliore scala per avere un buon occhio sul territorio) e

comunale.

R

ECEPIRE LE LEGGI

La nazione emana delle leggi territoriali, le quali vengono recepite dalle regioni in tempi più o

meno lunghi: il recepimento è il tempo che necessita una legge per essere resa applicabile. Ogni

ente è obbligato per legge a recepire le direttive dell’ente superiore, visto che il territorio su cui si

agisce è lo stesso. Tuttavia, gli enti di minor livello hanno una scarsa concezione del territorio

nazionale e si lasciano controllare più dall’opinione pubblica che non dall’oggettività della legge.

Le leggi territoriali prevedono sempre la costruzione di un piano, il principale strumento della

pianificazione. Si tratta di una relazione fatta dal pianificatore e distinta in tre sezioni:

Parte strutturale: com’è fatta la zona – clima, geologia, posizione, vegetazione, …

 Parte programmatica: descrive gli obiettivi del piano.

 Presentazione di cartografie tematiche

Le leggi territoriali più importanti sono:

Piano paesistico (scala regionale) - L. 431/85 (riprende la L.1497/39 Galasso )- L.R.24/98:

 prevede la costruzione di una carta che indica la posizione di tutte le aree protette dalla

legge. Il piano paesaggistico comprende tutta una serie di leggi ferree relative alla

conservazione di queste aree, determinando ambiti generali di azione immodificabili (es.

non è mai possibile costruire a meno di 25 m dalle sponde di un fiume in un’area protetta).

Piano faunistico venatorio o Legge caccia (scala regionale e provinciale) – L.157/92 –

 L.R. 17/95: determina dove, come e quando si caccia. Afferma che non può essere preclusa

alla caccia una superficie maggiore del 30% del territorio agrosilvopastorale a livello

regionale. Purtroppo, questa porzione di territorio comprende anche le riserve militari ed i

fondi chiusi, aree precluse alla caccia “pubblica” e quindi doppiamente inutilmente protette.

Le aree in cui è possibile cacciare sono ZRC (Zone di ripopolamento e ricattura), AFV

(Aziende faunistico-venatorie), Oasi di protezione della fauna, più zone militari e fondi

chiusi (che però sono privati).

Nel Lazio, purtroppo, la forte lobby dei cacciatori è riuscita ad aggirare la legge, proponendo

come clausola nel recepimento regionale che il 30% sia calcolato su scala provinciale. Così

poiché nella provincia di Roma, ai tempi del recepimento, era stato protetto come parco già

il 33% del territorio, non solo la legge regionale ha portato ad una diminuzione delle aree

protette, ma tutto il resto della provincia di Roma (Monti della Tolfa compresi), resta

completamente scoperto alla caccia.

Piano dei parchi e delle riserve o Legge quadro (scala regionale e provinciale) – L.394/91

 – L.R. 29/97: determina dove sono le zone di alto valore naturalistico e quindi dove devono

essere istituiti i parchi.

Piano territoriale di coordinamento PTC (scala provinciale) – L.142/90: dà istruzioni agli

 enti locali (provincia e comune) su come devono gestire il territorio. È un piano dei piani,

una legge molto forte. Molto simile, ma su scala regionale, è il Quadro di riferimento

territoriale QRT. 48

Piano regolatore generale PRG (scala comunale) – Legge urbanistica: costringe i comuni

 a progettare piani regolatori generali. Decide, in pratica, nel minimo dettaglio dove si può

costruire o meno su scala comunale. Anche questa è una legge molto forte.

Piano di bacino o Legge Galli sulle acque (scala interregionale-regionale) – L.183/89:

 riguarda tutto il bacino fluviale

P IANO TERRITORIALE DI COORDINAMENTO PROVINCIALE

Il PTC è una legge molto importante: nell’articolo 6, che descrive i modi del recepimento

provinciale, si legge “l’Ambiente è prioritario nelle scelte di pianificazione, programmazione e

progettazione delle opere e degli interventi” – per quanto questa affermazione sia vera solo nelle

prime fasi del progetto. Viene revisionato ogni quattro anni.

Il Piano territoriale di coordinamento costringe la Provincia a seguire alcune linee guida, che

dovrebbero portare al raggiungimento di alcuni importanti obiettivi:

Garantire la conservazione degli habitat naturali attraverso la conservazione dei

 collegamenti biologici fra di essi.

Indirizzare la pianificazione generale del territorio sia dentro che fuori le aree protette, in

 aree degradate (ripristino ambientale, interventi di mitigazione d’impatti)

Procurare nuova occupazione nel campo della cura e salvaguardia del territorio (compresa

 l’educazione ambientale).

L 394/91

A LEGGE QUADRO

La legge definisce come patrimonio naturale “le formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche e

biologiche, o gruppi di esse, che hanno rilevante valore naturalistico e ambientale”.

È importantissima perché considera la presenza dell’uomo come parte essenziale di cui tenere

conto nei progetti di conservazione, ed infatti parla di “integrazione tra uomo ed ambiente naturale”

sviluppando attività di educazione, ricreazione, salvaguardando i valori tradizionali, …

Prima della Convenzione di Rio del 1992 (vedi Conservazione della natura), lo Stato tutelava il

paesaggio attraverso l’istituzione di aree protette o di vincoli paesistici, con una mentalità

decisamente statica. La legge quadro (istituita dopo la firma alla Convenzione di Rio) invece

prevede una equa distribuzione dei poteri tra Stato, Regioni, Enti locali, per creare un sistema

organico di aree protette sul tutto il territorio, ed impone alle Regioni di stilare dei piani

urbanistici o paesistici, che prevedano una normativa d’uso e di valorizzazione ambientale.

La 394/91 indica i criteri di classificazione delle aree naturali protette, dividendole in funzione

della rilevanza e dell’ente gestore oppure in funzione del valore naturalistico e dell’estensione.

Nel primo caso si parla di:

Parchi nazionali: gestiti da Enti ad hoc, dal Ministero dell’ambiente o dall’SCN.

 Parchi regionali: Ufficio parchi, Enti ad hoc.

 Parchi provinciali: Servizio Natura e Aree protette.

 Parchi comunali: Ente RomaNatura.

Nel secondo caso sono:

Parchi naturali: aree terrestri o marine che contengano uno o più ecosistemi intatti o

 leggermente alterati di interesse internazionale o nazionale, da preservare per le generazioni

future.

Riserve naturali: aree terrestri o marine che contengano una o più specie naturalisticamente

 rilevanti, oppure presentino uno o più ecosistemi importanti per diversità biologica o

conservazione delle risorse genetiche.

Monumenti naturali

 49

A queste aree si aggiungono le SIC (Siti di importanza comunitaria), SIN (di importanza nazionale)

e le SIR (regionale – direttiva 92/43/Cee o Habitat); le ZPS (Zone di protezione speciale – Dir

79/409/Cee o Uccelli).

L’Italia comprende 508 aree protette, di cui 18 parchi nazionali, per un totale dell’8,02% di

territorio protetto ufficialmente (la 394/91 si pone come obiettivo di proteggere il 10% di territorio).

A queste aree vanno aggiunti tutti i siti gestiti dalle Università, dalle associazioni ambientaliste o da

organismi pubblici e privati.

Sono parchi mal distribuiti sul territorio, perché istituiti senza tenere conto dei criteri di connettività.

Alcune delle aree indicate come prioritarie dalla legge quadro sono state effettivamente inglobate in

parchi, altre no. Per quanto riguarda le riserve marine, nonostante in Italia molte aree si prestano

alla conservazione dell’ambiente marino, sono state istituite solo la riserva di Miramare e di Ustica.

La pianificazione della rete di aree protette prevista dalla legge quadro prevede che il Ministro

dell’Ambiente istituisca una Consulta tecnica ed un Comitato per le aree naturali protette.

La Consulta esprime pareri scientifici in materia di aree naturali protette. È composta da membri

proposti dalle associazioni ambientaliste, accademia dei Lincei, SBI, UZI, CNR, presidenti dei

parchi.

Il Comitato basa le sue considerazioni sulla Carta della natura, uno strumento che indica lo stato

dell’ambiente naturale in Italia, distinguendo le aree definibili “Patrimonio naturale del paese” da

tutte le altre. Quindi, il Comitato delinea le linee fondamentali dell’assetto del territorio, ascolta i

pareri della Consulta tecnica e regola la gestione delle aree protette su tutto il territorio nazionale.

La legge 394/91 indica gli strumenti per istituire parchi regionali, riserve naturali statali e regionali,

e riserve marine (sottolineando che, se un’area protetta marina confina con una terrestre, il gestore

sarà quello dell’area terrestre). Stabilisce un quadro di sanzioni per chi non segue le leggi delle

aree protette e parla apertamente della necessità di costruire zone cuscinetto tra l’area protetta ed il

territorio circostante.

La legge quadro, infine, individua gli organi e gli strumenti per gestire i singoli parchi

nazionali. Questo passaggio è stato fondamentale per uniformare un sistema che nasceva

eterogeneo, in cui cioè ogni parco aveva il proprio criterio di gestione che differiva dagli altri. La

legge prevede che venga nominato in Ente parco con tutti gli organi di cui ha bisogno.

I ’

STITUZIONE E GESTIONE DI UN AREA PROTETTA

L’iter di istituzione di un’area protetta comincia dalle segnalazioni agli Enti pubblici da parte dei

privati, associazioni, enti di ricerca nei confronti di un’area che valga la pena conservare.

L’Ente contattato, se lo ritiene opportuno, inizia un’opera di divulgazione e di pressione

dell’opinione pubblica, finché non viene risvegliata l’attenzione di tutti gli Enti preposti del

Comune, Provincia…

A questo punto, tramite una legge nazionale o regionale, viene istituita l’area protetta. Per il

momento, l’area è protetta da norme transitorie, che diventeranno definitive al momento

dell’approvazione del piano di assetto.

Ogni area protetta viene governata da un Ente gestore, che può essere il Comune, la Provincia, la

Regione oppure, se non ci sono abbastanza fondi, vengono avviate convenzioni con le associazioni.

Spesso, comunque, si istituisce un apposito Ente parco (secondo le regole della L.R. 29/97), che

costruisce nel parco i suoi uffici. L’insediamento dell’Ente gestore prevede la nomina di tutto

l’organico, uno statuto (tipo la costituzione) ed un regolamento. Questo non vale per tutti i parchi,

ma quelli più piccoli spesso sono accorpati sotto un unico Ente gestore (es. RomaNatura).

Entro 9 mesi dall’insediamento dell’Ente gestore deve essere redatto il piano di assetto del parco,

o piano di gestione o piano del parco. Partecipano alla sua stesura architetti, urbanisti, paesaggisti,

50

naturalisti, geologi, biologi ed ecologi, più le comunità montane per i riassetto idrogeologico e le

università agrarie per la cura dei boschi. Il piano viene rivisto ogni quattro anni ed è sopraordinato

a tutti gli altri piani. I Monumenti naturali, vista la loro estensione limitata, non ne hanno bisogno.

Come ogni piano territoriale, anche quello di assetto è composto da una parte strutturale ed una

programmatica. In quella strutturale vengono descritte le caratteristiche dell’area (clima, geologia,

flora e vegetazione, fauna, il suo inquadramento territoriale, elementi culturali, storici, artistici ed

economici) e sono definite la perimetrazione definitiva dell’area a scala dettagliata e la zonazione

(divisione dell’area in poligoni da gestire in maniera differente)

Nella parte programmatica si determinano le norme per la salvaguardia dell’area, la gestione

sentieristica con le zone di fruizione (il pubblico viene indirizzato nelle zone meno rilevanti

dell’area per non arrecare disturbo) e, importantissima, la carta della strategia per la messa in rete

del sistema di aree protette, in cui viene evidenziata la posizione dei parchi circostanti e la necessità

di conservare le aree di collegamento.

Oltre al piano di assetto del parco, vendono redatti entro due anni il piano pluriennale economico

e sociale ed il piano di assestamento forestale, che regola e pianifica il taglio della legna, in modo

da lasciar sviluppare aree mature di foresta.

O RGANI E COMPETENZE DEGLI ENTI DI GESTIONE

Di cosa si deve occupare l’Ente gestore?

Elabora il piano ed il regolamento (che devono essere approvati dalla Provincia).

 Rilascia nulla osta ed autorizzazioni.

 Promuove iniziative atte a favorire lo sviluppo economico e sociale.

 Provvede alla gestione del patrimonio forestale.

L’organico dell’Ente gestore è costituito da una sezione tecnica (Direttore e Collegio dei revisori

dei conti) ed una politica (Presidente, Consiglio direttivo, Comunità del parco).

Per quanto riguarda la sezione politica:

Presidente: indirizza e coordina le attività.

 Consiglio direttivo: formato da 7 membri (4 della comunità, 1 di associazioni

 ambientaliste, 1 del consiglio regionale, 1 della Provincia). Le sue funzioni sono numerose:

adotta il Piano ed il Regolamento, si occupa del bilancio, stila un programma di promozione

economica e sociale, nomina il Presidente, esercita poteri di indirizzo e controllo.

Comunità del parco: formata dal Presidente della Provincia, Presidente della Comunità

 montana e dai Sindaci dei comuni che occupano l’area protetta. È un organo propositivo e

consultivo, ed infatti più che altro esprime i propri pareri in merito al Piano, Regolamento e

tutto ciò di cui si occupa il Consiglio direttivo. Inoltre, nomina i 4 membri del Consiglio.

Per quanto riguarda la sezione tecnica:

Direttore: assunto per concorso pubblico o contratto di diritto privato. È il responsabile

 della correttezza amministrativa e dell’efficienza della gestione, cura l’istruttoria e

l’attuazione delle delibere.

Collegio dei revisori dei conti: formato da 3 membri, di cui 2 del Consiglio regionale e 1

 del Ministreo del tesoro. Il suo compito è effettuare il riscontro contabile.

Quando è tutto pronto, vengono avviate le attività dell’area protetta: monitoraggio e vigilanza (ad

opera di CFS, Polizia Provinciale, guardiaparco, associazioni ambientaliste), ricerca, turismo.

Un’area protetta fornisce molte possibilità occupazionali per guardaparco, consulenti, membri del

consiglio direttivo, operatori specializzati (che non hanno bisogno di un diploma utile per fornire

occupazione nei paesi). 51

C ONSERVAZIONE DELLA NATURA 52

53

ORIGINI DELLA CONSERVAZIONE

Gli obiettivi della conservazione possono essere brevemente riassunti in pochi punti:

Rappresentare nelle aree protette tutti i tipi di ecosistemi naturali nell’ambito della loro

 naturale variazione.

Mantenere o ripristinare popolazioni vitali di tutte le specie indigene, con abbondanza e

 distribuzione prossima a quella originaria.

Mantenere i processi ecologici ed evolutivi variabili e quindi mantenere adattamento e

 resilienza di un ambiente che cambia.

Promuovere gli usi umani degli ecosistemi e paesaggi che si ritiene possano essere sfruttati

 ed opporsi all’utilizzo di altri da proteggere.

La biologia della conservazione è una disciplina di crisi, perché agisce dopo che il problema si è

manifestato.

S TORIA DELLA CONSERVAZIONE

La biologia della conservazione nasce dopo un lungo periodo di distruzione dell’ambiente,

necessario per assumere una giusta presa di coscienza.

La distruzione degli habitat ha avuto un forte input quando la popolazione mondiale ha superato i 5-

10 milioni di abitanti, il massimo possibile per una popolazione di cacciatori-raccoglitori. L’attuale

presenza di sei miliardi di persone equivale ad una densità media mille volte più elevata di quella

naturale.

Ai tempi di Aristotele si pensava che piante ed animali fossero state create ad uso dell’uomo.

Questo atteggiamento è la base per lo sfruttamento della natura di tutti i secoli avvenire. Addirittura,

nel XVI secolo Bacone e Cartesio rinforzano questa concezione, ponendo l’uomo al di sopra della

natura e considerando tutto il vivente una macchina utile all’uomo.

Di conseguenza, nel Medioevo europeo l’unica forma di conservazione della natura si riflette

nell’istituzione di riserve di caccia. Tuttavia, lo sfruttamento anche in queste riserve diventa così

eccessivo che, nel 1533, il Parlamento inglese vara una legge per limitare la raccolta delle uova e

l’uccisione degli adulti nel periodo riproduttivo.

Fortunatamente, molte area di foresta si salvano grazie al concetto di bosco sacro: dove sorgevano

eremi (per la cultura cristiana) o dove si trovavano le tombe dei Marabutti (santoni della comunità

islamica) non potevano venire sfruttati i boschi circostanti.

Contemporaneamente, in America si procedeva ad una deforestazione su larga scala per liberare i

boschi dai demoni, secondo la credenza per cui questi luoghi erano abitati da fate, folletti e orchi.

Intorno al 1870 nasce in Europa la moda di ornare i cappelli femminili con piume di uccelli: i

produttori pagavano bene i cacciatori e fu un’enorme carneficina.

U …

NA SVOLTA

È quindi nella seconda metà del XIX secolo che, sia in Europa che in America, si osservano i primi

segni di un interesse conservazionistico più che utilitaristico nei confronti della natura. In una

storica conferenza, Newton affermò che la caccia spietata agli uccelli avrebbe provocato un

elevatissimo tasso di estinzione: l’intervento portò all’istituzione del Wild Birds Protection Act, il

primo atto ufficiale per la protezione degli uccelli. Poco dopo, Haeckel inventa la parola ecologia e

Linneo apre la strada allo studio degli ecosistemi, affermando che gli erbivori non servono per

nutrire i carnivori ed i carnivori per nutrire l’uomo, ma che tutti insieme facciamo parte di un ciclo

dinamico in cui ognuno limita l’eccessiva espansione dell’altro, senza che ci sia un vero fine. 54

Nascono i primi parchi nazionali sia in Nord America (1870 – Parco Nazionale di Yellowstone –

apertamente istituito per preservarne la bellezza) che in Europa. In Italia in particolare, Vittorio

Emanuele III cedette i suoi diritti sulla riserva reale di Caccia del Gran Paradiso per proteggere lo

Stambecco, portando all’istituzione nel 1922 del Parco Nazionale omonimo. Seguirono il Parco

d’Abruzzo (1923), del Circeo (1934) e dello Stelvio (1935). Nel 1968 venne istituito il Parco della

Calabria, perimetrato malissimo perché formato da tre aree (Sila grande, Sila piccola ed

Aspromonte – pag. 248) essenziali ma isolate.

Comunque, nel vecchio continente l’istituzione dei primi parchi è legata alla teoria

dell’utilitarismo di Mill, secondo cui la conservazione della natura ha solo basi economiche. In

effetti, la vera cultura della wilderness si sviluppa solo in America. Gli europei ritengono che la

bellezza naturale sia legata all’ordine, mentre una realtà disordinata come la wilderness è qualcosa

di impuro. Il vecchio continente, che ha già modificato ed “ordinato” la natura a suo piacimento, si

sente più maturo del continente americano.

Come risposta, nasce in America l’etica della conservazione di Emerson-Thoreau-Muir, per cui è

bene conservare la wilderness in sé stessa per poterla contemplare in senso religioso. Dalla

convergenza di questi due punti di vista nasce l’ecologia evolutiva di Leopold (1948), secondo cui

la natura non è una semplice collezione di parchi indipendenti più o meno utili, ma un sistema di

processi interdipendenti, dei quali solo alcuni appaiono di immediata utilità per gli esseri umani.

Si è arrivato dunque ad affermare che la natura ha un valore intrinseco, per cui è giusto

conservare tutti gli organismi non solo in funzione del benessere dell’uomo: nascono nel 1948

l’IUCN – International Union for the Conservation of Nature, un’organizzazione approvata

dalle Nazioni Unite, e nel 1961 il WWF – World Wildlife Fund, nato come organizzazione elitaria

e scientifica. Tuttavia, il ruolo di queste organizzazioni resta molto marginale.

L SCB

A

Finalmente, nel 1985 viene fondata la SCB – Società della Biologia della Conservazione, che

annovera scienziati e filosofi. Con essa la biologia della conservazione diventa una scienza. Più che

altro, la Conservation biology è una disciplina di crisi perché studia qualcosa che

contemporaneamente agli studi scompare.

Chi aderisce alla SCB deve essere d’accordo con i suoi principi:

Evoluzione: per assicurare una sufficiente variabilità genetica bisogna disporre di un

 adeguato spazio e di una sua adeguata gestione.

Ecologia dinamica: il mondo ecologico è in non-equilibrio, per cui i suoi ecosistemi sono

 sottoposti a variabili spesso casuali. Di conseguenza, ogni ecosistema deve essere

considerato come un fenomeno temporaneo da preservare per il maggior tempo possibile.

Presenza umana: gli esseri umani costituiscono parte integrante di ogni ecosistema, per cui

 è inutile cercare di preservare la natura senza tenere conto di questa realtà.

La SCB considera valori positivi la diversità biologica, la complessità degli ecosistemi,

l’evoluzione. La Conservation biology diventa una scienza multidisciplinare perché abbraccia

aspetti ecologici, sociali, economici e culturali. Soulè afferma infatti che “La Biologia della

conservazione sta alla Biologia come la Guerra sta alla Politica”. 55

SU COSA AGISCE LA CONSERVAZIONE

L A DISTRUZIONE DEGLI HABITAT NATURALI

CAP. 4 MASSA

E MVP

STINZIONE E

L’estinzione è un fenomeno che può essere visto a diverse scale. Solitamente, poiché ci riferiamo

all’estinzione di una specie o comunque di un taxon, si definisce estinzione l’eliminazione di un

taxon dall’esistenza, come risultato della persistente incapacità di una specie o di una popolazione

di mantenere un bilancio attivo o in pareggio tra natalità e mortalità. Tuttavia, anche la morte di un

singolo individuo può essere vista come l’estinzione dell’associazione dei suoi geni, che non si

ripeterà mai più.

I fattori che contribuiscono all’estinzione sono di ordine ecologico (predazione, competizione,

parassitismo, …), genetico (isolamento e relative conseguenze), demografico (declino per

alterazione dell’habitat).

L “ ”

E ESTINZIONI STORICHE

Fin’ora la Terra ha assistito a sei fenomeni di estinzione di massa:

Ordoviciano: circa 500 milioni di anni fa - si estingue il 50% delle famiglie animali.

 Devoniano: circa 345 m.a. – 30% delle famiglie animali.

 Permiano: circa 250 m.a. - 50% delle famiglie animali, di cui il 30% marine.

 Triassico: circa 180 m.a. – si estingue il 35% delle famiglie animali.

 Cretaceo: circa 65 m.a. – estinzione dei dinosauri ed altri.

 Pleistocene: circa 15.000 anni fa, tutt’ora in corso.

L’episodio di estinzione più recente, quello del Pleistocene, inizia quando gli uomini sono ancora

cacciatori-raccoglitori in Africa, Eurasia ed Oceania, con una popolazione di 5-10 milioni di

persone. Ovunque questi uomini arrivino, scompaiono i grandi mammiferi: mammut, mastodonti,

tigri dai denti a sciabola, cavalli, bradipi di terra da tre tonnellate, … nell’arco di un ligliaio di anni

tutta questa fauna scompare nel nulla. Per questo, l’estinzione in corso viene chiamata anche

blitzkrieg, la guerra lampo.

Come è potuto accadere? Bastano pochi calcoli: sarebbe bastato che venisse ucciso un mammut

ogni due mesi da un gruppo di sei cacciatori per eliminare sei mammut all’anno da 15 chilometri

quadrati. Sarebbero occorso un tempo dieci volte maggiore per ripristinare questa popolazione.

Quindi, gli uomini hanno effettuato un prelievo che non ha dato il tempo alla popolazione di

recuperare.

La forte diminuzione di selvaggina, spinge gli uomini del Neolitico ad inventare l’agricoltura e

l’allevamento (circa 10.000 anni fa in Medio Oriente, Cina e Centro America

contemporaneamente). La popolazione comincia ad aumentare e le risorse a diminuire.

Nella massa di estinzioni che seguirono, merita sottolineare tre episodi:

Invasione delle isole oceaniche: il più alto tasso di estinzione in tempi storici è stato

 riscontrato nelle isole oceaniche, colonizzate dall’uomo e dai suoi animali domestici, piante

coltivate ed agenti patogeni. Su 724 specie di animali e piante estinte negli ultimi quattro

secoli, la metà erano endemici di isole oceaniche.

Consideriamo il caso dell’arcipelago delle Hawaii: prima dell’arrivo dei polinesiani (anno

400) esistevano 98 specie di uccelli endemici. All’arrivo degli europei nel 1778 erano già

ridotte a 48, ed arrivarono ad essere solo 38. 56

Nelle isole Mascarene (Maurizio, Riunione e Rodriguez), gli europei arrivati nel 1500

rilasciarono subito maiali e cercopitechi, che provocarono l’immediata estinzione di 20

specie di uccelli, fra cui il Dodo.

Colonizzazioni continentali: i primi continenti ad essere colonizzati furono l’Europa e

 l’Asia. L’avvento dell’agricoltura e dell’allevamento ha portato ad un’intensa distruzione

degli habitat ritenuti più adatti allo scopo, portando alla scomparsa della maggior parte delle

specie di mammiferi in questi due continenti. Soprattutto, vennero perseguitati gli animali

ritenuti pericolosi (es. grandi carnivori). Prima vittima fu il Leone, poi l’Uro ed il Bisonte

europeo.

L’America ha semplicemente ritardato queste grandi estinzioni: all’arrivo degli europei, la

regione orientale del Canada e degli Stati Uniti era coperta di foreste, oggi distrutte del 95%

per far spazio alle coltivazioni. Vittima fulminea di questo processo fu la Colomba

migratrice, che contava una popolazione di due miliardi di individui. Dopo un secolo da

questo censimento è morto l’ultimo individuo della specie (1914).

Deforestazione ai tropici: di cui si parla più approfonditamente in altri capitoli. È l’attuale

 causa più forte delle estinzioni.

MVP POPOLAZIONE MINIMA VITALE

Affinché una popolazione possa essere considerata indipendente (ossia che non necessiti aiuto

dall’esterno per mantenersi) deve contare un numero minimo di individui, definito come MVP

Minimun Viable Population (Shaffle, 1981 – per metapopolazioni si parla di MVMP): la MVP è

la dimensione minima che una popolazione può presentare in modo che abbia una probabilità del

99% di persistere per 1000 anni in una certa area. Prima di questa definizione, ogni popolazione

sotto i 1000 individui veniva considerata rara (vedi dopo). La definizione di Shaffle tiene conto dei

fattori stocastici - demografici, genetici ed ambientali/casuali, perché sarebbe sciocco ideare dei

metodi di conservazione che non tengono conto dei casi eccezionali.

Al di sotto del numero di individui descritti dell’MVP (nei Vertebrati in genere tra 10 e 100 – legge

del 10-100), la popolazione non può ristabilirsi ed è condannata all’estinzione. Secondo Fischer

(1958) la velocità del cambiamento evolutivo di una popolazione è proporzionale alla quantità di

diversità genetica esistente. Se il numero di individui scende sotto una certa soglia, molti parenti

devono incrociarsi (inbreeding) e danno origine ad un fenomeno chiamato depressione da

inbreeding, per cui i loci omozigoti si incontrano e si manifestano caratteri recessivi: la capacità di

risposta ai cambiamenti ambientali ne risulta ridotta. Inoltre, è possibile che alcuni individui evitino

di accoppiarsi con i loro parenti più prossimi e che quindi la frequenza di accoppiamenti diminuisca

ancora. Quindi, la fitness di una popolazione è proporzionale al grado di eterozigosi.

Allora viene introdotto un altro parametro nella MVP: la dimensione efficace di una popolazione.

L’impatto della deriva genetica è proporzionale non tanto al numero di individui censibili

(dimensione osservata), ma a quelli effettivamente coinvolti nel processo riproduttivo. In una

piccola popolazione, la variabilità che viene perda per deriva genetica è superiore alla variabilità

ricostituita con la mutazione. Le piccole popolazioni sono quindi sottoposte a fluttuazioni casuali

delle frequenze alleliche, che annullano gli effetti della selezione. La dimensione efficace per la

sopravvivenza comprende gli individui che partecipano al processo riproduttivo e che quindi

condividono i loro alleli con il resto della popolazione. Quindi, l’MVP non deve essere calcolata a

partire dalle dimensioni osservate della popolazione, ma deve tenere conto del rapporto fra i sessi

nella popolazione, della fluttuazione delle sue dimensioni e della casualità di dispersione della

progenie.

Il numero di individui che compone la MVP è determinato dalla PVA Population Vitality

Analysis, un’analisi demografica (ideata da Shaffle nel 1991) tesa a determinare se una popolazione

57

abbia ancora le probabilità di persistere in un certo ambiente e in un certo intervallo di tempo.

Una volta stabilita la MVP di una popolazione, è possibile calcolare la sua MDA, la minima area

vitale in grado di assicurare una MVP e di evitare l’estinzione. Viene calcolata come [f (home

range – area vitale) x num.individui formanti la MVP].

La IUCN ha proposto delle categorie di minaccia delle specie basandosi proprio sulla definizione di

MVP: Critical: specie che hanno una probabilità almeno del 50% di estinguersi entro 5 anni o due

 generazioni.

Endangered (minacciata): probabilità del 20% entro 20 anni (10 generazioni).

 Vulnerable (vulnerabile): probabilità del 10% entro 100 anni.

I L CONCETTO DI RARITÀ

Una specie si definisce rara se ha un areale geografico ristretto, è presente in pochi habitat

specializzati e/o ha popolazioni con un numero ridotto di individui.

Ognuno dei motivi sopraelencati è dipendente dalla struttura del paesaggio per l’estensione, forma

e qualità dei suoi patch, per la presenza/assenza di vie di dispersione, per la sua configurazione

spaziale.

La rarità di una specie varia a seconda della scala utilizzata. Il Falco lanario, che ha una

distribuzione ristretta a livello europeo tale da essere considerato raro, ha invece distribuzione

piuttosto ampia su scala globale. Definire la rarità di una specie, quindi, non è affatto semplice.

Vari studi su frammenti forestali residui portavano apparentemente all’errata conclusione che

passeriformi comuni come il fringuello o il pettirosso fossero rari, mentre l’astore fosse molto più

comune: fringuelli e pettirossi risultavano relegati in pochi frammenti forestali sparsi, mentre

l’astore era ben distribuito. In realtà, fringuelli e pettirossi si adattano a molte situazioni mentre

l’astore tende ad ampliare il suo raggio d’azione per cercare frammenti idonei, diluendo la sua

presenza sul territorio e portando a conclusioni sbagliate. Per questo, si tende sempre a distinguere

fra popolazioni che utilizzano paesaggi corse-grained (a grana grossa) e fine-grained (a grana fina),

ed a trarre conclusioni di conseguenza.

A seconda del tipo di rarità individuato, vengono ideati diversi modelli di conservazione perché la

rarità, comunque venga intesa, è il passo precedente all’estinzione. Stranamente, può essere più

facile conservare una specie che ha un areale geografico ristretto, popolazioni scarse e alta

selettività nei confronti dell’habitat, piuttosto che specie ad ampia distribuzione geografica ma con

popolazioni piccole e sparse: nel primo caso si può istituire un’area protetta in corrispondenza degli

habitat scelti, mentre nel secondo caso la gestione è troppo dispersiva.

L – ’

E IMMISSIONI UN ARMA A DOPPIO TAGLIO

Il mantenimento della biodiversità va spesso a scontrarsi o, viceversa, si incontra perfettamente con

il concetto di immissione. Questa pratica, come vedremo, può infatti avere esiti molto positivi

oppure disastrosi.

Si parla di immissione di una specie in qualsiasi caso di trasferimento e rilascio (intenzionale o

accidentale) di un’entità faunistica.

Un’entità faunistica (taxon) può essere autoctona (o indigena), se è naturalmente presente in

un’area ove si è originata o è giunta senza intervento diretto dell’uomo, oppure alloctona (o

esotica), se non appartiene alla fauna originaria ma è giunta in quell’area per intervento diretto

(accidentale o volontario) dell’uomo.

Le entità alloctone possono a loro volta essere naturalizzate, se si autosostiene all’interno della

nuova area, o viceversa acclimatate. 58

I NTRODUZIONE

L’immissione di una specie in un’area esterna al suo areale storico prende il nome di introduzione,

e può essere o meno intenzionale.

In genere è una pratica molto dannosa e può sfociare in un’invasione. “Invasione” è un concetto

spaziale: viene definita come un’introduzione i cui protagonisti diventano tanto numerosi o

prevalenti come biomassa da competere con successo con specie indigene dalla nicchia ecologica

simile, oppure da realizzare con tanta efficacia una nicchia ecologica nuova da eliminare ogni

elemento indigeno che si trovi sul loro cammino. La differenza fra invasione ed introduzione,

quindi, sta nell’ampiezza spaziale del fenomeno.

Chi è l’invasore? Un invasore di solito è un generalista, ossia possiede un’ampia nicchia potenziale

e probabilmente subisce un’esplosione demografica oppure si espande notevolmente sul territorio. È

facile, di conseguenza, che abbia una buona plasticità genetica (o polimorfismo genetico), che lo

rende adattabile a svariate situazioni (quindi, si deduce che nel suo areale sarà una specie ben

diffusa). Probabilmente è anche antropofilo, perché la vicinanza con l’uomo lo rende trasportabile

con maggiore probabilità.

Un invasore può essere sia r che k-selezionato. Se è r-selezionato è favorito nelle fasi iniziali della

colonizzazione (si espande rapidamente), ma sfavorita successivamente (si estingue facilmente). Gli

invasori r hanno successo negli ambienti instabili e/o poco maturi (es. ambienti antropizzati o

artificali). Un invasore k-selezionato, invece, sebbene incontri molte più difficoltà nelle prime fasi

della colonizzazione, è molto difficile da eradicare se si adatta all’ambiente, che deve essere stabile

o in fase matura.

Essendo una conseguenza delle introduzioni, spesso le invasioni hanno origini antropiche. Ad

esempio, molte specie si sono enormemente diffuse per delle introduzioni volontarie sfuggite di

mano (coniglio selvatico, anfibi in Australia), oppure come seguito della colonizzazione umana

(trasporto involontario o volontario di ratti, gatti, animali ferali). In agricoltura capita di trasportare,

nei sacchi di semi, anche quelli di piante che non dovrebbero essere piantati.

Gli effetti dell’invasione o dell’introduzione variano in funzione della tipologia della specie

invasiva/introdotta e della struttura della comunità invasa. Nell’immediato, l’introduzione appare

aumentare la biodiversità, ma poi emergono tutti i lati negativi.

Le nuove specie possono interferire con l’ecologia delle specie indigene diventando dei

competitori alimentari, o diffondendo malattie (portatori sani) e parassiti. Ad esempio, il vaiolo

portato dagli invasori europei ha falcidiato le popolazioni americane indigene, oppure in Africa

sono morti milioni di capi di bestiame per l’introduzione della peste bovina da parte degli italiani,

che portarono in Africa degli zebù indiani. Recentemente la Siberia ha subito un’epidemia di

cimurro canino: le carcasse sono state gettate nel lago Baikal diffondendo il cimurro alle foche

endemiche del lago.

Addirittura possono danneggiare l’equilibrio ambientale diventando prede alternative, per cui la

popolazione che non viene più predata cresce a dismisura.

Ovviamente, saranno più soggetti a squilibri quegli ambienti già danneggiati o che, fino a quel

momento, erano rimasti isolati per lungo tempo.

A livello genetico, l’avvento di nuove specie può provocare la morte di molti individui della specie

autoctona. Quelli sopravvissuti (passati attraverso il “collo di bottiglia”) ricominceranno a

riprodursi usando nuove combinazioni di alleli, per cui il corredo genetico della specie viene

stravolto. Oppure, possono essere prodotti ibridi fecondi, derivati dall’incrocio tra la specie

alloctona e quella autoctona. Questi ibridi potrebbero addirittura portare alla formazione di una

nuova specie (fenomeno più comune nelle piante). 59

A livello economico i danni alle coltivazioni sono fortissimi, anche perché è necessario ogni volta

ideare nuovi pesticidi. Si calcola che gli organismi patogeni che attaccano le coltivazioni siano da

un minimo del 20% ad un massimo del 70% di origine alloctona.

Anche la silvicoltura subisce i danni delle invasioni. In Cile, un programma di contributi statali per

il rimboschimento ha spinto i grandi proprietari a tagliare gli alberi indigni ed a sostituirli con pini

di Monterey ed Eucalipti.

E SEMPI DI INVASIONI

Classico esempio è quello della Tortora dal collare orientale (in realtà si tratta di un’espansione di

areale, ma viene definita invasione perchè è stata facilitata dalla presenza di ecosistemi

antropizzati): la Tortora ha ampliato il suo areale dalle zone più occidentali dell’Asia fino a quelle

più occidentali d’Europa, all’inizio parallelamente all’espansione dell’impero ottomano, poi

autonomamente.

Nell’isola di Guam (Australia), l’introduzione della Boiga irregularis (Serpente bruno) nel 1950 da

parte dei militari americani, si è tramutata in un’invasione che ha provocato, nell’arco di 10 anni,

l’estinzione di 10 specie di uccelli endemici. Nel 1986 il crollo è stato totale.

Allo stesso modo, nelle isole Hawaii le capre ed i maiali introdotti hanno distrutto le piante

nettarivore, portando all’estinzione dei Drepanidi (simili ai fringuelli di Darwin).

Un esempio di invasione delle acque dolci è quello della Dreissena polymorpha, un piccolo bivalve

simile ad una cozza: il suo consumo di fitoplancton è talmente elevao da aver determinato lo

spostamento di molte catene alimentasri dal livello pelagico a quello bentonico, in cui sopravvivono

praticamente solo gli individui che riescono a nutrirsi degli scarti della Dreissena. Questo bivalve

russo, arrivato in Europa e poi in America, ha provocato nel nuovo continente il blocco di condotti,

valvole e battelli causando milioni di dollari di danno.

Nel Montana (USA), il rilascio di vari esemplari di Gamberetto per nutrire i Salmoni nei fiumi ha

portato alla drastica diminuzione di Cladoceri e Copepodi, che costituivano la principale risorsa

alimentare dei Salmoni. Il risultato fu la diminuzione dei Salmoni e con essi delle Aquile di mare e

dei Grizzly.

Ancora per le acque dolci, la famosissima Perca del Nilo nel Lago Vitoria, che ha provocato la

scomparsa di ben 200 delle circa 300 specie di Ciclidi endemici del lago. La pesca locale ne è stata

assurdamente danneggiata (la Perca è un pesce molto grosso) perché è difficile pescarla con le

piroghe dei pescatori locali, per cui l mercato è finito in mano ai proprietari dei pescherecci.

C ’

OME SI GESTISCE L INTRODUZIONE DI UNA SPECIE ALLOCTONA

Quando una specie alloctona è appena stata introdotta in un’area bisogna assolutamente eradicarla,

cioè rimuoverla completamente dall’area in questione. Purtroppo, spesso l’eradicazione va a

scontrarsi con le coscienze animaliste e l’invasore si diffonde. A quel punto, è possibile (ma non

sempre) solo un’opera di controllo, cioè si tenta di diminuire la consistenza delle popolazioni della

specie per impedire impatti maggiori o la diffusione su aree più vaste (contenimento).

Il cinghiale, diffusissimo un po’ in tutta Italia, è una specie che deve essere assolutamente

contenuta, specie all’interno delle aree protette. Ecco i passi da seguire (validi per altre situazioni

simili):

1. Valutazione della situazione: vengono analizzate la distribuzione, l’entità e l’evoluzione

sia del danno che della popolazione di cinghiale.

2. Si decide se intervenire o meno.

3. Viene individuata l’area di intervento.

4. Viene quantificato l’intervento: entità e distribuzione del contenimento, valutazione degli

effetti del contenimento sull’ecosistema, raccordo con le attività gestiomnali pianificate in

aree contigue e nelle zone esterne al Parco. 60

5. Si decidono le modalità di realizzazione dell’intervento.

6. Nomina del personale da impiegare.

7. INTERVENTO

8. Monitoraggio degli effetti, con valutazione dell’efficacia dell’intervento e calcolo del

rischio di fallimento.

9. Valutazione critica e diffusione dei risultati.

10. Pianificazione dei futuri interventi, prevedendo periodicamente una revisione di tutti i punti

della situazione. 61

COSA FA LA CONSERVAZIONE

C …

ONSERVARE GLI ECOSISTEMI

Il tema della conservazione è molto complesso. Basti pensare che è stato coniato appositamente il

termine dilemma dell’ “It depends”, per indicare che in ogni luogo della terra le strategie di

conservazione da adottare sono differenti, in quanto dipendono da un numero elevatissimo di

fattori.

Esistono diverse correnti di pensiero circa i metodi generali da adottare per conservare un

ecosistema. Alcuni (a partire da Noss, 1977) affermano che certi ecosistemi possono essere salvati

più facilmente sviluppando dei buoni progetti per la salvaguardia di determinate specie. Altri

affermano che, in linea con il pensiero scientifico, bisogna proporre piani generali senza favorire

questa o quella specie.

In ogni caso, per conservare un ecosistema è necessario tenere conto della sua complessità a tutte le

scale, sebbene il lavoro diretto avvenga a livello di popolazione (fig. Massa pag 181).

… PASSANDO PER SINGOLE SPECIE

Il principio di conservazione degli ecosistemi attraverso l’uso di singole specie prevede

l’identificazione di specie surrogato o bioindicatori, che cioè risultino strettamente associate a

particolari condizioni ambientali e la cui presenza si possa considerare indice di tali condizioni. I

bioindicatori non sono sempre indice di una buona qualità ambientale (es. IBE delle acque interne),

ma per la conservazione degli ecosistemi vengono utilizzati solo i bioindicatori in positivo.

I bioindicatori devono essere ben diffusi nell’ambiente (quindi le specie rare, sebbene molto

esigenti, non sono valide), per poterne studiare il metodo di utilizzo del territorio. Se la specie scelta

è distribuita in tutti i siti di studio, bisogna valutarne la differente abbondanza.

A seconda delle loro esigenze e dell’uso che se ne fa, vengono distinti in specie ombrello, chiave,

focali e bandiera.

Le specie ombrello vengono così definite perché hanno le più elevate esigenze ecologiche e quindi

sono fra le prime a diventare rare in caso distruzione dell’habitat. Tra le loro esigenze, spicca quella

di un areale molto vasto (hanno un’ampia area minima vitale) e di buona qualità. La loro

conservazione implica quindi la conservazione di porzioni di territorio molto estese.

Ad esempio, la conservazione dello Stambecco (Capra ibex) ha portato all’istituzione del 1922 del

Parco Nazionale del Gran Pradiso (Vittorio Emanuele III donò appositamente i suoi territori di

caccia), mentre quella dell’Orso (Ursus archos) e del Lupo (Canis lupus) hanno fatto istituire il

Parco Nazionale d’Abruzzo.

La specie ombrello non è sempre efficace per tutte le specie. Lambeck (1997) ha proposto diversi

gruppi di specie, ognuno dei quali comprende esigenze spaziali e funzionali che corrispondono

anche a quelle delle altre specie presenti nell’area da proteggere.

Le specie che fanno parte dei gruppi sono chiamate specie focali. Di queste specie è necessario

conoscere i processi contribuiscono al declino e poi perdita della specie. Possono essere specie

limitate soprattutto da processi (elementi non misurabili), dalla disponibilità delle risorse, dalla

possibilità di dispersione oppure dall’estensione dell’habitat. Per ciascuno di questi tipi di disturbo

viene creato un gruppo di specie focali, ed in ogni gruppo si identifica una specie che più delle altre

sembra avere bisogno di protezione. Ad esempio, in caso di specie limitate dalla carenza di risorse

ci sarà una specie che è stata più danneggiata delle altre: quella è la specie focale, ed il successo

dell’operazione sarà dato da una stabilizzazione della sua popolazione. 62

Non tutte le specie però, sono equivalenti dal punto di vista del loro contributo alla struttura

dell’ecosistema. Le specie chiave (keystone spcies) sono quelle specie la cui sostituzione

nell’ecosistema è impossibile, e gravida di conseguenze la loro rimozione.

Una specie chiave può consistere in una pianta o un animale che funge, in periodi critici, da risorsa

alimentare obbligatoria per un gran numero di altre specie (infatti in genere i processi che

coinvolgono le specie focali sono quelli preda-predatore). Ad esempio, le Volpi volanti del genere

Pteropus sono impollinatori di 92 generi differenti di piante delle isole del Pacifico, e dunque sono

la chiave per il rinnovamento forestale di quell’area.

Ecco alcuni esempi che possono aiutare a comprendere il concetto di specie chiave:

Lungo le coste del Pacifico, all’inizio del XX secolo la pesca eccessiva ha provocato una

 tale diminuzione dell’ittiofauna, che le Orche hanno dovuto aumentare la predazione sulle

Lontre marine. La diminuzione delle Lontre ha provocato un aumento dei Ricci di mare, i

quali hanno distrutto le foreste di Kelp, rifugio per molte specie (distruzione di un

ecosistema) il sistema è collassato la Lontra è una specie chiave.

 

Nelle Isole Mauritius, l’estinzione del Dodo e delle Tartarughe giganti ha fatto cessare la

 dispersione di due specie di Sapotaceae, base per la crescita di numerosissime Epifite.

L’estinzione delle Sapotaceae ha determinato, quindi, quella delle Epifite ad esse legate 

le Sapotaceae sono la specie chiave

Le farfalle della famiglia Lycenidae vivono in simbiosi con alcune formiche, che ne

 proteggono i bruchi da Ditteri e Imenotteri parassiti in cambio di alcune secrezioni

zuccherine. L’habitat di queste farfalle sono dei prati, mantenuti ad un’altezza più o meno

costante dai conigli. La diffusione della mixomatosi ha provocato la scomparsa dei conigli

selvatici, per cui i prati sono diventati troppo intricati e non idonei alle formiche. Le farfalle

vengono parassitate e la popolazione crolla il coniglio selvatico è la specie chiave.

Il caso del Falco pellegrino negli USA è un altro buon esempio di specie focale (vedi

 reintroduzioni).

Spesso, però, bisogna fare i conti con la politica. I progetti vengono accettati dai politici solo se gli

elettori li sostengono. Per far accettare alla comunità alcuni progetti che magari verterebbero su un

nematode delle caverne, si cerca allora di passare attraverso delle specie che possono stimolare

maggiore interesse, che fungano cioè da bandiera per attirare l’attenzione (specie bandiera). In

pratica, si tratta di camuffare un progetto per un altro.

… CONSERVANDO DIRETTAMENTE GLI ECOSISTEMI

Abbiamo visto che molti studiosi criticano la conservazione degli ecosistemi attraverso le singole

specie, ed affermano che si dovrebbe salvare un ecosistema senza via traverse. In effetti i progetti di

recupero di singole specie a volte hanno un costo talmente elevato che vengono bocciati perché le

istituzioni si chiedono quanto ne valga la pena e se si usa solo questo sistema si rischia, in situazioni

come questa, di subire una grossa perdita. Inoltre, non sempre si trovano le specie adatte per

conservare certi ecosistemi.

Come per la salvaguardia delle singole specie, anche per quella degli ecosistemi esistono delle

regole generali da seguire:

Gli ecosistemi hanno confini ecologici e non politici.

 Per conciliare necessità di sviluppo e di conservazione, è utile determinare dei gradienti

 conservazionistici e dividere gli ambienti da conservare in zone (zonazione) di diverso

utilizzo.

Poiché la distribuzione della biodiversità non è casuale, è necessario identificare degli hot

 spots di biodiversità ed incentrare gli sforzi su questi. 63

H OTSPOTS DI ENDEMISMO

Il fatto che esistano degli ecosistemi in cui il numero di specie endemiche è particolarmente alto ed

in cui la biodiversità è particolarmente in pericolo, ha portato alla necessità di individuare degli

hotspots di endemismo, in totale 18, distribuiti in gran parte nelle foreste tropicali a causa

dell’altissima equiripartizione di quelle aree.

Le aree scelte possono essere hotspots per la ricchezza (zone con moltissime specie, anche se

nessun endemita, oppure poche specie ma tutti endemici), per la rarità oppure per i patterns di

distribuzione o abbondanza che le caratterizzano.

R

EINTRODUZIONI

La reintroduzione è un’immissione intenzionale atta a ristabilire una popolazione in una parte

del suo areale da cui sia stata sradicata o in cui si sia estinta. Le popolazioni reintrodotte devono

essere autosufficienti in natura, senza bisogno di misure di sostegno a lungo termine.

Una reintroduzione serve per mantenere la biodiversità dell’ecosistema, soprattutto se si riferisce

ad una specie chiave.

Per effettuare una reintroduzione bisogna stilare un piano di fattibilità: uno staff appositamente

riunito e pagato da un Ente scrive una relazione sullo stato delle cose, sulla possibilità o meno di

effettuare la reintroduzione e sulle tecniche da adottare:

Vengono indicati dei documenti che attestano la presenza della specie nell’area in tempi

 storici, per evitare di effettuare un’introduzione.

Sono indicate le cause dell’estinzione, dirette (persecuzione - es. in Italia nel secolo scorso

 venivano dati premi a chi abbatteva Lupi ed Orsi; eccessivo prelievo venatorio, soprattutto

su galliformi ed ungulati) oppure indirette (predazione, parassitismo, competizione con

specie introdotte dall’uomo, oppure distruzione, trasformazione, riduzione ed isolamento

dell’habitat – a cui sono soggetti soprattutto gli anfibi, che di solito occupano habitat di

dimensioni molto ridotte).

Viene descritto lo stato dell’habitat: se è abbastanza grande da ospitare una MPV

 autosufficiente (cioè se è presente una MDA); se è tutelato, cioè se sono presenti abbastanza

garanzie per il mantenimento dell’ambiente (la MDA viene calcolata sull’area tutelata); si

controlla che sia possibile conservare e monitorare la popolazione (di solito, le

reintroduzioni si rivolgono a specie rare, di grandi dimensioni, con basso tasso riproduttivo,

per cui è assolutamente necessario che il progetto sia a lungo termine e siano disponibili

abbastanza fondi per arrivare fino alla fine).

Per risolvere le cause della scomparsa della popolazione, si propongono interventi sull’habitat di

ordine trofico (si rendono disponibili in natura certe risorse), strutturale a livello individuale (si

lavora sull’ampiezza del territorio disponibile per l’individuo) o di popolazione (si rende disponibile

l’MDA, si attutisce l’effetto della matrice e si rende tutta la MDA fruibile, senza barriere), o di

ordine gestionale (su altre specie – predatori o competitori).

Gli individui utilizzati per la reintroduzione provengono da allevamenti in cattività o vengono

spostati per traslocazione da altre zone dell’areale (altrimenti è un’introduzione) in cui sono più

abbondanti (ps: la transfaunazione è la traslocazione di più specie). Se provengono dagli

allevamenti, devono essere ovviamente sani, non essere stati sottoposti ad alimentazione forzata (es.

negli allevamenti ittici - lesioni al fegato e al pancreas), devono essere in esercizio (per sfuggire ai

predatori) e non devono essere individui domestici (cioè devono sapersi alimentare per conto

proprio).

Se il prelievo avviene in natura, bisogna fare attenzione che il prelievo non sia troppo elevato.

Non sempre le reintroduzioni portano vantaggi: se la nuova zoocenosi aveva ritrovato un equilibrio,

la specie reintrodotta può scombussolare tutto, oppure può portare un inquinamento genetico con

64

l’introduzione di alleli ormai scomparsi, o ancora diffondere agenti patogeni (la specie può esserne

portatrice sana).

Ecco alcuni esempi di reintroduzioni fallite e riuscite:

Una reintroduzione fallita è quella del Fagiano catreo in Pakistan, per il quale l’agricoltura

 tradizionale ha rappresentato una barriera non considerata, con un forte impatto sulla

nidificazione.

È forse fallita anche la reintroduzione della Pecora delle montagne rocciose negli USA: da

 una popolazione di 120 individui ne sono stati prelevati 53 per la traslocazione. Così

facendo, sia la nuova popolazione che quella vecchia sono risultate troppo piccole per avere

una buona percentuale di successo e si pensa che siano necessari sette anni per raggiungere

un buon numero di individui in entrambe le popolazioni si è rischiata l’estinzione anche

della popolazione non a rischio!

È stata un successo, invece, la reintroduzione del Silvide Acrocephalus sechellensis,

 presente in una sola delle isole Seychelles. Nel 1959 la popolazione si era ridotta a 26

individui, tanto da far istituire una Riserva naturale. Già nel 1980 erano presenti 320

individui. Due gruppi da 29 individui sono stati traslocati nelle isole vicine, per diminuire il

rischio di estinzione per cause stocastiche.

Idem per la reintroduzione dell’Orso bruno delle Alpi. Fino agli anni ’60 l’Adamello ed il

 Brenta erano in collegamento con le montagne Slovene. La costruzione dell’autostrada ha

isolato 2-3 individui in Italia, mentre il resto si trovava in Slovenia. Poiché l’habitat

necessario per la reintroduzione era presente, ed il monitoraggio e la tutela erano possibili,

si è deciso di traslocare alcuni individui dalla Slovenia. Questa reintroduzione, però, ha il

solo scopo di sponsorizzare il parco, perché non è autosufficiente.

La reintroduzione del Falco pellegrino negli USA, il cui numero era diminuito a causa del

 DDT che rovinava il guscio delle uova, è stata eccessiva: il numero di Cornacchie (preda del

Falco) è diminuito, per cui è aumentato quello di Cormorani ed Urie. Viceversa, è diminuito

il numero di due specie rare di Alcidi (che ovviamente sono diminuiti), predati dal Falco.

R

IPOPOLAMENTI

Il ripopolamento è un’immissione intenzionale di individui appartenenti ad un’entità faunistica che

è già presente nell’area di rilascio. Deve essere eseguito solo come misura d’emergenza, cioè solo

se la specie non può riprendersi naturalmente e dopo che siano state studiate le cause del suo

depauperamento.

Spesso il ripopolamento avviene in seguito alla moltiplicazione di alcuni individui catturati in

natura (famoso in questo campo è il Durrell Researce Institute), all’interno di centri specializzati.

Di solito l’aumento demografico è abbastanza rapido perché le condizioni sono ottimali: niente

predazione, parassitismo, cibo in abbondanza. È importante che gli individui usati per il

ripopolamento possiedano un pool genico tipo, con un campione di tutti gli alleli presenti in natura.

La tecnica della riproduzione in cattività non è nuova: Padre David, un esploratore europeo, trovò

nei giardini dell’imperatore cinese un cervo che in natura non esisteva più. La stessa cosa accadde

in America per salvare il Bisonte delle praterie ed in Europa per il Bisonte delle foreste.

L’allevamento di animali selvatici in cattività può avere diversi scopi:

Ostensione in zoo, acquari, …: quest’uso potrebbe avere un senso se la riproduzione degli

 individui negli zoo funzionasse, cosa che accade troppo raramente.

Produzione di animali per uso commerciale: in cui si comprende la vivisezione e le

 riproduzioni a fini venatori (gran numero di individui liberati e subito abbattuti).

Sviluppo di nuovi animali domestici: ha senso se utilizzato per trovare nuove fonti di

 proteine nei paesi in via di sviluppo (es. il Ratto gigante del Gambia può sostituire la Capra

– è più facile da mantenere e più proteico).

Reintroduzioni e ripopolamenti in natura

 65

Non bisogna dimenticare che anche le specie vegetali hanno bisogno di ripopolamenti. Si calcola

che, su 150.000 specie tropicali, un terzo è minacciato di estinzione entro pochi anni. Nelle zone

temperate, si calcolano 4.500 specie minacciate su 85.000. i semi d queste piante possono essere

coltivate in situ allo stesso odo degli animali.

Oppure, si possono costruire delle banche di semi da piantare direttamente in natura. I semi, però,

non possono essere mantenuti vitali più di un certo periodo di tempo, per cui è necessario piantarli

anche se l’habitat trovato non è completamente idoneo.

Due dei principali dei problemi che riguardano a riproduzione di animali in cattività a fini di

reintroduzione (ma lo stesso vale per il ripopolamento), sono la scarsità di spazio disponibile ed i

costi elevati. Si calcola che sia necessario circa mezzo milione di dollari all’anno per completare il

ripopolamento di una singola specie. Purtroppo, un modo per ottenere questi fondi è fare

affidamento ai biglietti venduti negli zoo, che però non sono strutture adeguate per la riproduzione

in cattività. Oltretutto, molte specie minacciate sono tutt’altro che spettacolari.

Per questi motivi, sono partiti per ora soltanto circa 240 programmi di riproduzione in cattività, ben

poco in confronto alle oltre duemila specie che compongono le liste rosse o alle 27.000 che,

secondo Wilson, si estinguono ogni anno.

Altro problema è il pericolo di domesticazione: è abbastanza logico che la selezione naturale

scelga genotipi adattati alla vita in cattività, per cui gli individui prodotti non possono essere

reintrodotti in natura. Il problema non si limita solo alla scelta del genotipo, ma anche ad una serie

di handicap comportamentali dovuti alla mancanza di apprendimento: basta una sola generazione

in cattività per perdere il patrimonio culturale di un’intera specie. I primi tentativi di reintroduzione

del Condor della California, ad esempio, i cui ultimi individui furono catturati alla fine degli anni

’80, fallirono perché mancavano in natura istruttori per i giovani.

Per ovviare a questo problema è necessario evitare l’imprinting, favorire la socializzazione con altri

individui della stessa specie, tenere i giovani in un’area idonea prima del rilascio (recinti di

acclimatazione – tecnica del soft release)), in cui si trovino a contatto con individui selvatici adulti.

Durante la reintroduzione è molto importante controllare gli agenti patogeni provenienti dagli

individui allevati in cattività, che possono colpire le piccole popolazioni selvatiche superstiti con

maggior efficacia a causa della loro scarsa possibilità di adattamento. Ad esempio, la Tartaruga

terrestre della Florida e quella di Agassiz sono state contagiate da un micoplasma delle vie

respiratorie portato da individui allevati in cattività e rilasciati.

L E AREE PROTETTE

Negli anni ‘50 la neonata IUCN International Union for Conservation Nature ebbe il compito di

stabilire dei criteri internazionali di classificazione delle aree protette. La prima suddivisione

considerava solo aree in cui l’uomo fosse assente o quasi. Durante la Conferenza Mondiale

sull’Ambiente di Stoccolma, la IUCN subì svariate critiche e decise di cambiare classificazione,

non ponendo più l’uomo come un agente in opposizione alla natura. La nuova definizione delle aree

protette gli ha fornito un valore aggiuntivo, legato proprio alla presenza dell’uomo, essenziale per il

loro mantenimento. Le aree protette non sono più considerate santuari isolati dal territorio

circostante, ma considerano le tradizioni e la cultura del posto:

Cat. Ia ed Ib: Strict nature reserve e Wilderness area (Riserve integrali), cioè aree terrestri

 e/o marine caratterizzate da ecosistemi particolarmente significativi (nel secondo caso l’area

è molto estesa), in cui gli obiettivi primari sono la conservazione e lo studio scientifico. È

vietato il turismo. Es: isole subantartiche Snares.

Cat. II: National park (Parchi nazionali), con obiettivo di conservazione, ricerca e

 ricreativo. Sono aree di grande estensione, con un’alta diversità genetica, specifica ed

ecosistemica. Es: Kakadu National park , Australia, di 2.000.000 ha. 66

Cat. III: Natural monument (Monumenti naturali), con l’obiettivo di conservare specifici

 elementi naturali per motivi di rarità, estetica, simbolismo. Es: Victoria Falls Monument,

Zimbabwe – ma può essere anche un solo albero.

Cat. IV: Habitat o Species management area (Riserve orientate), che prevedono la

 conservazione attraverso interventi attivi di gestione (management), per favorire un habitat o

direttamente una specie. Es: Selous Game Reserve, Tanzania – Miombo woodlan.

Cat. V: Protected land/seascape (Paesaggio protetto), aree in cui l’interazione

 uomo/natura ha prodotto sistemi ad alta diversità biologica o culturale, e la cui

conservazione ha fini paesaggistici, ricreativi, tradizionali, di sviluppo dell’economia locale.

Es: Martinique National Park – paesaggio agricoloforestale tradizionale.

Cat. VI: Managed resource protected area (Aree di gestione a fini multipli), in cui si

 effettua l’uso sostenibile dell’ecosistema naturale.

A queste vanno aggiunte le Biosphere reserve (Riserve della biosfera) e World Heritage Site (Siti

Naturali del Patrimonio Mondiale), aree di eccezionale valore universale, in genere già inserite

nelle precedenti categorie.

Per far sì che un’area rientri in una delle categorie dell’IUCN, lo Stato di appartenenza deve stilare

un progetto di gestione. La maggior parte dei parchi italiani è stata istituita negli ultimi 20 anni e

ancora non corrisponde ad una categoria IUCN, perché in molti casi non è stato proposto un piano

di gestione. In questo modo, su carta assumono la stessa importanza un parco regionale a Sud di

Milano, realizzato per creare un polmone verde per la città, e i parchi del Ticino o del delta del Po.

A ’

CCORGIMENTI NELL ISTITUZIONE DI AREE PROTETTE

Quando si istituiscono delle aree protette, è bene tenere conto di alcuni accorgimenti (pag. 246):

Le riserve hanno confini ecologici e non politici.

 Grandi blocchi di habitat con grosse popolazioni sono più utili di tanti piccoli blocchi

 con piccole popolazioni: ospitano più ecosistemi e più specie, e danno ai vertebrati di grandi

dimensioni la possibilità di sviluppare tutto il loro home range. Alcuni studi sostengono che

aree sotto i 100.000 ha non possono giocare alcun ruolo effettivo sulla conservazione dei

grandi mammiferi. Avere aree protette di grandi dimensioni permette di evitare il fenomeno

dell’inbreeding depression, a cui sono purtroppo già andati incontro, in certe aree, il Leone

asiatico, il Bisonte americano, il Gufo, l’Orchidea delle paludi.

Viceversa, tanto più è piccola l’area, quanto più sarà soggetta a disturbi distruttivi (incendi,

uragani, alluvioni) e le sue popolazioni ad epidemie.

È meglio avere numerose riserve rispetto ad una sola, per evitare catastrofi.

 Blocchi di habitat vicini (interconnessi) sono più utili di blocchi distanti (isolati). Quindi,

 è meglio conservare blocchi di habitat che formino un circolo piuttosto che una linea retta,

altrimenti primo ed ultimo sono troppo distanti. La frammentazione e l’isolamento, infatti,

sono tra le cause principali di perdita della biodiversità. Noss identifica tre tipi di corridoi:

siepi e filari (per piccoli vertebrati o passeriformi), corridoi che connettono gli elementi

dell’ecomosaico e quelli che connettono parchi.

Viceversa, blocchi di habitat distanti impediscono il propagarsi di eventi catastrofici.

È bene mantenere le stepping stones eventualmente presenti fra le riserve.

 Le aree protette dovrebbero comprendere il maggior numero di habitat, in modo da essere

 rappresentative della biodiversità di quella regione.

L’area non deve contenere barriere verso i flussi migratori.

 Un margine permeabile favorisce gli scambi di specie e garantisce maggior resistenza alle

 invasioni. Il margine deve fungere anche da zona tampone (primarie, cioè direttamente

connesse al nucleo centrale, o secondarie - pag. 243), in modo che avvicinandosi alla riserva

diminuisca gradualmente l’effetto antropico. In queste aree, sono presenti vincoli di

67

sfruttamento meno forti che nell’are protetta. Ad esempio nella Pianura Padana, accanto alle

riserve di boschi idrofili, il terreno è sfruttato come risaia, in modo da favorire sia gli uccelli

(surplus di cibo specialmente per gli Aldeidi), sia l’uomo.

Il rapporto area/perimetro deve essere elevato, in modo che l’area protetta abbia una

 forma compatta e venga ridotto l’edge effect.

Le dimensioni della riserva devono essere calibrate sulla base della specie da proteggere,

 tenendo conto che un arcipelago di riserve grandi e piccole viene incontro alle esigenze di

specie con ampio e piccolo home range.

La pianificazione delle riserve deve avere quantomeno prospettiva regionale.

 Le riserve che non tengono conto del rapporto tra uomo e territorio sono destinate a fallire.

 È necessario comprendere nell’area una certa percentuale di disturbo.

 È significativo il caso del bosco di Gariglione nel Parco nazionale della Calabria: il bosco si

trovava in una zona quasi inaccessibile, priva di disturbi, cosa che l’aveva reso uno degli

ultimi boschi primigeni d’Europa. Gli alberi avevano tuttavia raggiunto un tale livello di

senescenza, a causa dell’impossibilità di ricambio, che avrebbe portato alla distruzione

dell’intera foresta. L’assenza di alberi giovani determina una diminuzione delle nicchie

disponibili, impoverimento faunistico e quindi maggior vulnerabilità ad incendi e uragani.

Eccessivo zelo nella conservazione provoca squilibri: nell’isola di Montecristo, che

 ospita numerosi endemismi fra cui la Capra selvatica, fu istituita una riserva per limitare la

caccia della Capra da parte dell’uomo. L’aumento eccessivo del numero di Capre ha

provocato forti danni ai boschi di Leccio, che ospitano numerosi endemismi.

L EGISLAZIONI E PROGETTI INTERNAZIONALI

Conservare la biodiversità è possibile solo con l’azione congiunta degli Stati: le specie non

conoscono confini politici. Per questo vengono prese delle decisioni comuni ufficializzate con le

convenzioni internazionali.

Nel 1972 si tenne a Stoccolma la I Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente, in cui i

delegati di 113 paesi discussero sul degrado ambientale ed il futuro del pianeta: fu adottato il primo

Piano mondiale d’azione per l’ambiente e creato il Programma della Nazioni Unite per

l’ambiente.

Prima di questa data, la convenzione più importante era quella di Ramsar:

Conv. di Ramsar 1971: relativa alle zone umide di importanza internazionale, protette per

 la loro “funzione ecologica fondamentale”. In Italia sono 103 le zone umide protette.

Tra le convenzioni più importanti che seguirono la conferenza ricordiamo:

Conv. Washington-Cities 1973: regola il commercio internazionale di specie animali e

 vegetali in via di estinzione (entrata in vigore in Italia nel 1980).

Conv. Parigi: vieta la distruzione e sottrazione di nidi e uova.

 Conv. Bonn 1979: per la protezione degli uccelli migratori.

 Conv. Berna 1979: regola la conservazione della fauna selvatica e dell’ambiente naturale in

 Europa, dividendo in due allegati (All.I flora e All.II fauna) le specie da proteggere.

Conv. Rio de Janeiro 1992: ha approvato la Convenzione sulla biodiversità, sottolineando

 il fatto che la sua perdita ha conseguenze non solo morali, ma anche economiche. È stata

firmata da 153 paesi, tra cui l’Italia, che sono tenuti ad elaborare un piano di attuazione 

legge quadro 394/91.

Direttiva Uccelli 79/409/Cee, recepita con D.P.R. 157/92: stabilisce l’istituzione delle

 Z.P.S. zone di protezione speciale, aree di alto valore naturalistico idonee alla migrazione

degli uccelli. 68

Direttiva Habitat 92/43/Cee, recepita con D.P.R. 357/97.

D H

IRETTIVA ABITAT

La Direttiva Habitat regola la conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e

fauna selvatiche. Indica inoltre i criteri per creare una rete di aree naturali protette a scala europea,

denominata Natura 2000. A tale scopo la direttiva individua un insieme di habitat e di specie

animali e vegetali ritenuti prioritari per la conservazione.

Un habitat è ritenuto di interesse prioritario se rischia di scomparire, se ha un’area di

distribuzione ridotta o per alterazione o perché intrinsecamente piccola, oppure se costituisce un

esempio caratteristico di una o più delle cinque regioni biogeografiche in cui è stata divisa l’Unione

(alpina, atlantica, continentale, macaronesica e mediterranea). Gli habitat ritenuti prioritari sono

inseriti nell’allegato A della Direttiva.

Una specie è ritenuta di interesse prioritario se è in pericolo o vulnerabile, se è rara oppure se è

endemica e richiede attenzione per la specificità del proprio habitat (allegato B).

Per perseguire i suoi scopi, la Direttiva Habitat stabilisce l’istituzione di S.I.C. siti di importanza

comunitaria [modifiche 97/62/Cee], aree che contribuiscono a mantenere e/o ripristinare un habitat

o una specie di interesse comunitario, e di

S.I.C. Z.P.S.

E

SIC e ZPS vengono istituiti in base alle segnalazioni degli Enti di ricerca: inizialmente viene stilata

una lista provvisoria (i pSIC ed i pZPS), che viene portata all’attenzione del Ministero

dell’Ambiente e poi della Commissione europea per i siti di importanza comunitaria (la prima volta

nel giugno 1998). L’Italia è l’unico fra io paesi europei ad aver consegnato già la sua lista,

indicando un numero di siti che copre il 18% del territorio nazionale.

Entro 6 anni dall’approvazione della lista definitiva i SIC e le ZPS diventano Z.S.C. zone speciali

di conservazione inserite nella rete Natura 2000.

Quindi, attualmente i SIC e gli ZPS della lista definitiva non sono ancora diventati ZSC, ma

sottostanno a specifiche norme di protezione. In Italia queste norme sono:

Del.g.reg.Lazio 19/3/96 n.2146: approva la lista dei SIC ed invita gli enti locali a prestare

 particolare attenzione agli habitat e le specie in essi contenuti.

D.p.r. 357/97: indica le misure da intraprendere nei SIC, le misure di tutela e la valutazione

 di incidenza per eventuali progetti da intraprendere nell’area.

L.r. 29/97 art. 6: indica le misure di protezione necessarie.

Al momento, i SIC e ZPS in Italia sono rispettivamente 2316 (circa 1000 fuori dalle aree protette) e

101. Questi siti sono continuamente monitorati ed “aggiustati” con lavori di:

Perimetrazione definitiva in attesa dell’approvazione da parte dell’UE.

 Informatizzazione dei dati cartografici (GIS) e descrittivi (nella Regione Lazio se ne

 occupa il SIRA mentre alla Provincia di Roma il Servizio GIS).

Sensibilizzazione degli Enti locali.

 Controllo e tutela, con individuazione degli abusi ambientali e segnalazione agli organi

 preposti al controllo.

Pianificazione della Rete ecologica europea e PTC.

 Studi e ricerche, come per la stazione di inanellamento dello ZPS Torre Flavia.

TEMS T E M S

ENTATIVE COLOGICAL AIN TRUCTURE

La TEMS è un progetto di conservazione a scala europea che vuole cercare di connettere gli

ecosistemi con un sistema di nuclei centrali, zone tampone e corridoi di connessione. Si basa

sull’archivio Corinne Coordination of Information on the Environment), un programma

69

europeo del 1985 che aveva l’obiettivo di raccogliere, stato per stato, informazioni sullo stato

dell’ambiente in Europa.

Il sistema di aree da proteggere individuato da Corinne va praticamente ad ampliare le aree coperte

da biotopi già protetti. Si calcola che fra corridoi, zone tampone e nuclei centrali, la superficie

protetta in Europa arrivi al 30% del territorio continentale.

I W

L ILDLANDS PROJECT

Quelli citati fin’ora sono tutti progetti che si estendono soltanto all’Unione europea. Il più noto fra i

progetti americani di conservazione è il Wildlands project, rivolto a tutto il Nord America ed ideato

nel 1992 da un gruppo di volontari soci della SCB, tra cui Soulé, Noss e Foreman.

Questi volontari scrissero una dichiarazione di missione, in cui affermavano che “risanare la Terra

significa riconnettere le sue parti in modo da poter rinnovare i suoi fluidi vitali…Ciò che noi

cerchiamo è un sentiero che porti alla bellezza, all’abbondanza, l’interezza e la wildness. Non

guardiamo all’impero ma a ciò che c’è di grande al di fuori di esso, cerchiamo tracce di lupi invece

che oro, cerchiamo vita invece che morte”.

Il Wildlands project ha l’obiettivo di produrre interconnessione, ripristino e rinaturazione in ogni

zona del Nord America. Questo obiettivo può essere raggiunto sia attraverso l’istituzione di aree

protette che attraverso l’accordo con i proprietari terrieri: se una persona vuole vendere il proprio

terreno perché non lo trova più remunerativo, l’associazione può contattarlo per proporgli l’acquisto

o una convenzione per l’uso del suolo. 70

71

E COLOGIA ANIMALE 72

73

*EAN

I BIOMI

Un bioma è un insieme di ecosistemi localizzati in una o più aree geografiche, simili fra loro per

condizioni bioclimatiche. Infatti, in genere i confini di un bioma sono segnati da modifiche delle

precipitazioni o della temperatura. Poiché è un insieme di ecosistemi, un bioma è definito anche un

ecosistema principale, la massima unità ecologica presente sulle terre emerse.

Comunque, si può anche arrivare a parlare, su scala locale, di biomi puntiformi (es. Gran Sasso).

La similitudine degli ecosistemi che compongono i biomi può essere dovuta ad affinità reale oppure

ad una semplice convergenza. Nella maggior parte dei casi si tratta di convergenza, perché i diversi

ecosistemi sono sottoposti alle stesse pressioni geografiche e climatiche.

Il concetto di bioma è molto complesso, per cui parlare del “bioma savana” in generale è troppo

vago. Prendiamo il bioma delle foreste temperate: ovviamente, foreste di Betulle e boschi di Faggi

sono profondamente differenti, ma gli animali che ci vivono avranno in comune più adattamenti di

quanti non abbaino con quelli del deserto. Quindi, vengono considerati come ecosistemi facenti

parte dello stesso bioma, ma che necessitano di una descrizione specifica.

Il confine fra un bioma e l’altro è segnato, abbiamo detto, dalle differenti caratteristiche

bioclimatiche. In particolare, si osservano la quantità di acqua disponibile e la temperatura

massima e minima raggiunta. È molto importante considerare anche le correnti profonde e

superficiali, in quei biomi che confinano con mari e oceani. La Namibia, ad esempio, ha un bioma

desertico particolarissimo, dovuto non alla temperatura (abbastanza bassa, tanto da ospitare

Pinguini ed Otarie), ma alla scarsità di piogge: le correnti superficiali che la toccano sono così

fredde da non riuscire ad evaporare nonostante la posizione geografica, per cui tutte le piogge si

scaricano nel golfo di Guinea dopo essere evaporate ai tropici.

La quantità d’acqua non influisce solo sulle precipitazioni, ma determina anche un certo livello di

stratificazione, per cui maggiore è l’acqua disponibile, maggiore è la diversità di nicchie

occupabili.

D ISTRIBUZIONE DEI BIOMI

I biomi possono essere continui o discontinui: la tundra è un esempio di bioma continuo, ed infatti

sulla Terra troviamo una fascia orizzontale tutta a tundra, mentre il deserto è un esempio di bioma

discontinuo, perché non esiste una fascia orizzontale tutta desertica. Quindi, mentre per alcuni

biomi si può trovare una logica di distribuzione sulla terra, per altri è molto più complesso.

Comunque, le glaciazioni hanno avuto un ruolo molto rilevante nella distribuzione dei biomi.

Mentre durante le ultime glaciazioni il ghiaccio arrivava fin sotto la Scandinavia e gli Appennini

erano coperti da tundra, oggi si osserva un effetto fisarmonica, per cui i biomi sono arretrati, ma ci

sono tracce di relitti delle glaciazioni (Fringuello alpino sul Gran Sasso).

Studi sul polline fossile ci permettono di ricostruire quale ecosistema era presente in quell’area. È

stato osservato che il ritiro della glaciazione ha portato alla frammentazione di molti ecosistemi. Il

Nord del mondo è rimasto parzialmente coperto dai ghiacci, portando ad una diminuzione delle

piogge nelle foreste tropicali. Di conseguenza, le aree aperte tra savana e foresta tropicale, che

erano state scavate dalle glaciazioni, sono state colonizzate non da foresta ma da savana, meno

esigente in termini di precipitazioni.

Spostandosi verso il Polo Nord o scalando un’alta montagna, si osserva la stessa sequenza di biomi,

perché la temperatura e le precipitazioni variano nello stesso modo.

Consideriamo i cambiamenti che si verificano dalla base di una montagna nella foresta pluviale.

Cominciando a salire verso la vetta, il bioma cambia trasformandosi in una foresta di caducifoglie,

così come se camminassimo dalla base della montagna verso Nord. A quote maggiori compare una

foresta subalpina di Conifere, più resistenti al freddo, molto simile alla taiga.

Oltre il limite delle Conifere prostrate dal vento, ecco le Graminacee della tundra alpina, come nella

74

tundra artica, ed infine la cima ghiacciata come la calotta polare.

Ovviamente esistono delle forti differenze: la tundra alpina è priva del permafrost tipico di quella

artica, ed inoltre le vette elevate non conoscono le anomale condizioni di durata del giorno e della

notte tipiche del Polo Nord. L’intensità della radiazione solare è più alta e così i raggi UV, meno

filtrati.

B IOMI ACQUATICI

Le particolari caratteristiche dei biomi acquatici derivano dalle proprietà dell’acqua.

I parametri di cui si tiene conto nella distinzione fra un bioma acquatico e l’altro sono:

Salinità, in termini di concentrazione di sali disciolti.

 Disponibilità di ossigeno, la cui richiesta è misurata in termini di BOD – biological oxygen

 demand. L’ossigeno diffonde molto lentamente in acqua e quindi gli organismi acquatici

hanno dovuto evolvere dei meccanismi per poterlo sfruttare al massimo: fanno fluire una

continua corrente d’acqua sulle loro superfici respiratorie oppure aumentano la propria

superficie rispetto al volume. L’ossigeno si consuma rapidamente quando la materia

organica morta si decompone: per questo un accumulo di foglie nel letto di un fiume o lo

scarico di acque non depurate in un bacino idrico può portare a dei drastici crolli

popolazionali.

Profondità, il cui aumento è inversamente proporzionale alla penetrazione dei raggi

 luminosi. Quindi le specie planctoniche fotosintetiche sono obbligate a rimanere presso la

superficie, mentre una vegetazione ancorata al fondo esiste solo in zone poco profonde.

Temperatura, il cui aumento diminuisce la solubilità dell’ossigeno.

 Altri: il pH, le correnti e il moto ondoso.

L A COMPONENTE ANIMALE NEI BIOMI

La presenza di certi tipi di animali nei vari biomi è ovviamente legata alle loro capacità di

“accoglierli”. Un ambiente molto semplificato come la tundra, che manca della componente

arborea, certo non potrà ospitare un’elevata diversità (mancanza di stratocenosi).

Molto variegati in quanto a componente animale sono gli ecosistemi ecotonali, o le zone di

interfaccia terra-acqua., per la contemporanea presenza di uccelli, mammiferi, anfibi e rettili.

Il flusso energetico fra biomi differenti è fondamentale. Prendiamo il caso della tundra: in estate i

ghiacci si sciolgono, dando la possibilità agli artropodi che si erano incistati nel ghiaccio di

riprendere a vivere. Saranno mangiati da animali, come gli uccelli migratori, provenienti da biomi

contigui o totalmente differenti.

T UNDRA

Il termine “tundra” ha origini lapponi e significa “terra senza alberi”.

La tundra si trova alle latitudini settentrionali estreme dove la neve si scioglie stagionalmente.

Esiste solo nell’emisfero boreale, perché in quello australe non si trovano terre emerse

sufficientemente estese alle stesse latitudini. Si estende tra il Mar Glaciale Artico e la foresta di

Conifere.

Questa tundra dell’estremo Nord viene detta anche tundra artica, per distinguerla dalla tundra

alpina che si trova sulle quote più elevate delle montagne. In Italia abbiamo comunque solo dei

relitti di tundra, quindi abitati da animali affini a quelli della vera tundra e non convergenti.

La tundra artica è caratterizzata da inverni lunghi e freddi, alternati ad estati molto corte (50

giorni circa), per cui si ha una temperatura media di circa -5°C. La brevità della stagione estiva è

compensata dalla lunghezza del giorno: il Sole non tramonta mai nemmeno di notte, anche se

ovviamente la sua capacità di illuminazione è molto ridotta, e si verifica il fenomeno del Sole di

75

mezzanotte. Durante i due mesi estivi cade la maggior parte delle piogge, comunque scarse.

Invece, durante i mesi invernali si può dire che la notte sia più illuminata del giorno a causa della

rifrazione del bagliore lunare.

I suoli sono geologicamente giovani, perché si sono formati solo 17.000 anni fa, quando si è ritirata

l’ultima glaciazione, per cui sono poveri di humus.

Anche se d’estate si scioglie la neve, la tundra è caratterizzata da suoli sotterranei perennemente

gelati (permafrost – spesso circa 400 m), che interferiscono con il drenaggio del suolo creando uno

strato d’acqua stagnante durante l’estate. Sempre per la presenza del permafrost, le piante non

possono insinuare le radici in profondità, per cui sono assenti nella tundra artica piante arboree.

Tutto questo quadro ci fa immaginare, giustamente, la tundra come una regione ricca di laghi estesi

e poco profondi, ruscelletti e torbiere.

La vegetazione è formata prevalentemente da Muschi, Licheni e Graminacee, con rari Salici nani

e Betulle nane verso sud. L’estate è troppo corta per completare un ciclo vitale, per cui spesso le

piante producono le gemme un anno, fioriscono un altro e maturano i frutti quello successivo.

A DATTAMENTI DEGLI ANIMALI

La tundra è fortemente caratterizzata dalle fluttuazioni nel numero di individui che compongono le

varie popolazioni. Essendo le risorse scarse, basta una piccola variazione nella quantità disponibile

che subito ne risentono i gradini più alti della piramide alimentare. Oltretutto, vista la scarsa

diversità di questo genere di bioma, la fluttuazione nel numero degli individui di una specie

determina fluttuazioni rilevanti in tutte le altre. Ad esempio, ogni 3-4 anni il numero di Lemming

diminuisce drasticamente, fatto che si ripercuote decisamente sull’alimentazione e quindi sul

numero dei predatori (Volpe, Ermellino, Donnola, …).

Isolamento termico: realizzato attraverso pellicce, grasso o piumaggi molto folti. Il Bue

 muschiato, ad esempio, ha il pelo più fitto e lungo esistente in natura, per cui è l’erbivoro

che si spinge più a Nord in tutto il mondo. La Pernice bianca e le Lepri di questo bioma

hanno sviluppato uno strato isolante sulle zampe.

Muta: molti animali come la Volpe polare, le Pernici e le Lepri subiscono una muta

 diventando bianchi durante l’inverno, per confondersi meglio.

Gli invertebrati si incistano, mentre tra i vertebrati pochi vanno in letargo, e gli altri vivono

 in tane scavate sotto il terreno, dove si nutrono di vegetali gelati. Capita spesso che

mangino molto in estate, accumulando il cosiddetto strato adiposo grigio, che poi

consumano durante l’inverno.

Aumento delle dimensioni corporee: per aumentare il rapporto superficie/volume e quindi

 mantenere il calore. Le estremità sono molto ridotte. Per questo, il Pinguino reale, che abita

nelle zone più fredde, è alto un metro. Egli mantiene il calore anche grazie al piumaggio

fittissimo e al grasso corporeo.

L’unico rettile presente, il Serpente dalla giarrettiera, ha modificato il suo sviluppo in

 ovoviviparo per proteggere i piccoli dal freddo.

Per tutti questi adattamenti, gli animali polari rischiano più spesso di surriscaldarsi che di

raffreddarsi, tanto che sono muniti di una rete mirabile che permette di dissipare in modo esemplare

il calore dalle estremità del corpo. Addirittura i Pinguini ingoiano della neve.

In inverno, comunque, molti animali migrano verso la taiga: ad esempio lo fanno le Renne

(Vecchio mondo) e i Caribù (Nuovo mondo – i Caribù hanno le corna con una larga base piatta),

seguiti dai branchi di Lupi che aspettano la nascita dei piccoli. L’Alce, il più grande Cervide, migra

nelle zone di confine fra tundra e taiga. Tutti questi erbivori hanno zoccoli allargati, per evitare di

scivolare sul ghiaccio. 76

Durante l’estate, i Lemming sono gli animali più diffusi. Sono grandi consumatori di vegetali e per

questo si trovano alla base delle catene alimentari. Nello stesso periodo, c’è un fiorire di uccelli

migratori, che restano per il periodo riproduttivo. La competizione per lo spazio è limitata grazie

all’alimentazione specialistica ed alla presenza veramente eccessiva degli Insetti, soprattutto

Zanzare e Cavallette.

Le Alpi sono circa uguali ai Pirenei, con la Lepre alpina, gli Ermellini, lo Stambecco, molti insetti,

in genere addensati attorno ai sassolini su cui si scioglie l’acqua. Per quanto riguarda gli uccelli,

sono più che altro superpredatori come la Civetta delle nevi (160 cm di paertura alare).

T AIGA

La taiga (detta anche foresta boreale) forma una fascia a sud della tundra, e ricopre circa l’11%

delle superficie terrestre dal Nordamerica all’Eurasia settentrionale, estendendosi dal Canada alla

Siberia, per cui si tratta del bioma più esteso del globo. Come per la tundra, nell’emisfero australe

manca un bioma corrispondente. Mentre a Nord confina con la tundra, a Sud confina con le foreste

temperate oppure con la steppa nelle zone continentali; in certe zone dell’Asia anche con il deserto.

Gli inverni sono molto freddi e rigidi, anche se non così come nella tundra, e la stagione estiva è

un po’ più lunga. Le precipitazioni sono scarse ed il suolo è tipicamente acido, povero di

minerali, con uno strato profondo di aghi di conifere. Anche nella taiga si estende il permafrost, ma

in forma di mosaico.

Le zone paludose e i laghi sono molto estesi, scavati dai ghiacciai dell’ultima glaciazione, e sono

sfruttati per la nidificazione dagli Anatidi.

La temperatura si aggira sempre attorno ai 10°C. Il motivo per cui nella taiga troviamo le foreste di

Conifere e nella tundra no, sta nel mantenimento di una temperatura sopra lo zero, non tanto nella

temperatura stessa: affinché crescano degli alberi così imponenti, ci deve essere un periodo “caldo”

abbastanza lungo per completare i cicli riproduttivi.

Come vegetazione, prevalgono le Conifere sempreverdi aghifoglie (tranne il Larice che non è

sempreverde) con Abeti rossi o Pecci, Abeti bianchi, Larici, Pini.

La selezione naturale ha preferito che questo ambiente fosse colonizzato da Conifere perché sono in

grado di perdere pochissima acqua dalle foglie durante l’inverno (in cui le radici non riescono a

prendere acqua dal terreno), perché sono sempreverdi per cui possono ricominciare a

fotosintetizzare non appena torna il Sole, perché hanno stomi infossati e perché possono sviluppare

uno strato di rinforzo sopra le foglie che scompare con l’estate.

A DATTAMENTI DEGLI ANIMALI

La maggior parte degli Uccelli (soprattutto della famiglia dei Tetraonidi: Gallo cedrone, Urogallo,

Fagiano di monte…) si cibano delle squame, delle foglie e dei coni delle Conifere. Questi Uccelli

abbondano in estate ma si spostano a Sud in inverno.

Le foglie delle Conifere sono molto poco nutrienti, per cui gli Uccelli che se ne cibano sono

costretti a mangiarne una grande quantità. Per digerirle, hanno sviluppato una simbiosi con dei

Protozoi che vivono nel loro intestino.

Sono molto diffusi, più che nella tundra, gli Strigiformi (gli Allocchi).

Fra gli Insetti, diffusissime sono le Formiche rosse mangiafoglie, con le loro costruzioni a cupola,

formate da aghi cementati per mantenere la temperatura interna costante. Questi Insetti hanno un

ruolo fondamentale sia perché spezzettano le resistenti foglie delle Conifere, contribuendo a

formare l’humus più velocemente, sia perché eliminano molti parassiti dalle piante.

Sono abbondanti anche i Ditteri.

Uno dei Mammiferi più caratteristici della taiga è l’Alce, con le corna (solo nel maschio) larghe e

77

piatte, gli zoccoli allargati per non affondare nel fango, solitario e dalla vita semiacquatica.

Anch’esso mangia foglie e corteccia, e si rifugia in questo bioma d’inverno, mentre d’estate sfrutta

gli acquitrini della tundra.

Altro erbivoro che ha modificato le sue caratteristiche è l’Arvicola, una forma alternativa ai

Lemming, con estremità più lunghe e meno cicciose.

Numerosi sono i superpredatori: Lupo, Lince, Ghiottone. E poi Castoro, Orso, Scoiattolo. Una volta

era presente anche il Bisonte. Era caratterizzato da popolazioni migratrici e stazionarie, per cui in

mancanza di risorse una parte migrava nella prateria. I danni all’agricoltura ed alle ferrovie ne

hanno determinato l’estinzione. In Europa, i pochi rimasti si sono adattati a vivere nelle foreste.

Vediamo quindi che fra la tundra e la taiga c’è una forte relazione: nella stagione fredda gli

animali della tundra scendono nella taiga, e molti di essi si nutrono della corteccia degli alberi.

F ORESTA TEMPERATA

Le foreste temperate, in realtà molto differenziate, si estendono in Nord America, sulle montagne

del Sud America, Europa centrale (prima dell’arrivo di Giulio Cesare lo era anche la Pianura

Padana), Asia (Cina e Giappone). In Australia si trova un foresta di Eucalyptus che rappresenta una

forma di convergenza con le altre, che invece fra loro sono affini.

Per fare un esempio in Italia, troviamo sull’Appennino molto diffusa la foresta di Faggio, che però è

un ecosistema molto diverso rispetto alla foresta di Betulle, eppure sono lo stesso bioma.

Il clima subisce delle forti escursioni termiche giornaliere ma anche stagionali: mentre nella

tundra e nella taiga praticamente c’era solo una stagione fredda più o meno lunga, nella foresta

temperata esistono più stagioni differenziate.

La variazione del clima permette a più piante di tipo differente di colonizzare le foreste, per cui si

osserva una maggiore stratificazione, molte più nicchie e quindi molta biodiversità animale di tipo

α. È infatti disponibile una grande varietà di cibo (foglie, frutti, bacche, gemme, humus molto ricco

per le specie detritivore e saprofaghe) e di nicchie (ad esempio i tronchi cavi degli alberi vecchi),

che determinano la colonizzazione da parte di molte specie stenoecie.

Per questo, durante la buona stagione molte specie scendono nella foresta temperata. Da noi, il

Camoscio scende dai pascoli alpini. Alcuni animali modificano appositamente la loro dieta, come

l’Orso nelle cui feci si trovano molti noccioli di ciliegie.

Tra i mammiferi erbivori il Cervone europeo, il Capriolo, un tempo l’Uro, il Cinghiale. Tra i

carnivori Lupo, Orso, Volpe, Tasso, Martora, Tigre (ipereuriecia, dalle foreste tropicali pluviali

alla Siberia), Macaco del Giappone, il Ghiro e il Moscardino, molti Scincidi…

Fra gli uccelli, il Picchio muratore, picchi di foresta temperata che si nutrono di insetti xilofagi, il

Cuculo, la Beccaccia, rapaci adattati al volo in foresta, come l’Astore o lo Sparviero.

Tra gli Anfibi ricordiamo la Salamandra gigante del Nord America, i Pletodontidi e le Rane rosse

italiche.

Insetti tipo Coleotteri, Lepidotteri ed Emitteri sono molto numerosi, ed a questi si aggiungono le

Scolopendre (Chilopodi) e i detritivori (Porcellini d’India – Crostacei isopodi, i Collemboli e i

Lombrichi, la cui attività arieggia il terreno e migliora la mineralizzazione).

Ormai non si trovano più foreste temperate decidue allo stato originale, perché corrispondono

esattamente ai luoghi in cui l’uomo trova più confortevole vivere.

A questo si unisce lo sfruttamento per il legname o per costruire dei pascoli e terreni agricoli.

L’agricoltura intensiva ha avuto l’impatto maggiore, trasformando in steppa secondaria miliardi di

ettari di foresta, corrispondenti al 17% della superficie ricoperta di vegetazione sulla Terra.

La foresta spesso riesce a ricostruirsi, non più come foresta primaria, ma come una foresta

seminaturale che ospita in genere il Cervo, la Volpe, il Tasso, il Cinghiale, l’Istrice. 78

I : /

L BIOMA MEDITERRANEO MACCHIA FORESTA SEMPREVERDE

Il bioma mediterraneo è caratterizzato da inverni miti e piovosi ed estati molto aride, per cui in

pratica manca un vero e proprio inverno. L’aridità è decisamente un fattore limitante alla

colonizzazione.

Questo bioma si estende in tutto il bacino mediterraneo (in Italia soprattutto in Sicilia, Calabria e

Puglia, mentre Roma è submediterranea), da cui trae nome, ma è presente anche in California, SW-

Australia, Cile centrale e Sudafrica. Rappresenta il classico esempio di convergenza fra ecosistemi.

In ogni luogo prende un nome specifico diverso: macchia in Italia (il nome significa “lembo di

vegetazione di tipo legnoso”, e quindi non necessariamente sempreverde), matorral in Spagna e

Cile, chaparral in California, fynbos in Sudafrica (tratto costiero della provincia del Capo) e malle

in Australia meridionale.

Il suolo è in ogni caso sottile e non molto fertile, per cui è scarsa la componente di detritivori.

Mentre nei biomi più freddi si verifica il fenomeno dell’ibernazione, qui avviene spesso

l’estivazione. Alcune specie di Serpenti, che non amano il caldo eccessivo, nelle ore più soffocanti

della giornata diventano particolarmente aggressive.

Tipiche di questo ambiente sono le Pirofite e, appunto, le Sclerofille, dalle foglie cerose e lucenti,

ricche di olii essenziali. La strategia di sopravvivenza tipica è quella di avere cicli vitali abbastanza

brevi, in modo da superare la stagione secca sotto forma si semi, che germinano in autunno e

fruttificano in primavera.

Il bioma mediterraneo che si sviluppa è soggetto naturalmente ad incendio perché accumula legno

nel terreno, in seguito alla morte delle piante prima della stagione secca. Il fuoco disgrega il legno e

dona di nuovo al terreno gli elementi di cui era stato privato per formarlo.

Molte piante hanno sviluppato per questo motivo delle radici tuberizzate, in modo da avere delle

riserve da utilizzare per ricrescere dopo l’incendio. Altre invece emettono degli stoloni (Leccio,

Sughera, Corbezzolo, Fillirea, Mirto, Lentisco, Rosmarino). La Sughera è ricoperta di uno strato

di sughero che la protegge dal fuoco.

Altre piante tipiche del bioma mediterraneo sono il Carrubo, l’Oleastro, il Cisto, il Pino (di tre

tipi), la Ginestra e il Ciclamino.

I Mammiferi che si trovano nella macchia (soprattutto si considera quella europea) sono Daini,

Mufloni, Istrici, Conigli selvatici, Genette (Spagna e Africa), Lince pardina (Penisola iberica),

Lince rossa (Chaparral), Bertuccia (Nord Africa), Molossi.

Tra gli Uccelli, vanno ricordati senz’altro i Passeriformi come l’Occhiocotto, Otarde e Pernici,

Ghiandaie, Gruccioni. Tra i Rapaci, l’Aquila imperiale, il Biancone, l’Astore, il Capovaccaio,

l’Avvoltoio e il Falco pellegrino.

Sono frequenti Rettili come la Tartaruga, la Lucertola (certe Lucertole diventano erbivore per la

povertà di cibo animale), il Geco, il Camaleonte e numerosissimi Colubridi.

Gli Anfibi non sono così numerosi, a causa della scarsità d’acqua, ma si trovano Ilidi e

Discoglossidi, che hanno uno sviluppo larvale abbastanza rapido da avvenire interamente nel

periodo delle piogge.

Negli altri paesi, ricordiamo la presenza di Marsupiali e, nel Fymbos, le Procavie endemiche ed i

Tubulidentati.

S TEPPE O PRATERIE TEMPERATE

Nel Vecchio mondo si parla di steppe, mentre nel Nuovo mondo di praterie temperate.

In particolare, le steppe si estendono nelle regioni centrali dell’Eurasia, attraverso l’Asia centrale

fino in Mongolia. 79

Le praterie temperate, invece, si estendono nella zona orientale delle Montagne Rocciose, nelle

Pampas e fino alla Terra del Fuoco. Queste grandi catene montuose sono un’ottima barriera che

blocca i venti carichi di pioggia, che quindi passano su queste terre continentali dopo essersi

scaricati. Quindi, l’acqua è il fattore limitante di questo bioma e molti animali reagiscono con

migrazioni stagionali.

Le estati sono calde e gli inverni sono freddi. La piovosità è irregolare, comunque concentrata in

primavera ed autunno, e moderata, eccessiva per un deserto e scarsa per una foresta.

Il suolo è più o meno ricco a seconda che si tratti di praterie umide o aride. Quello delle praterie

umide, comunque, è ricchissimo perché alla fine dell’estate le parti epigee delle piante erbacee

muoiono e fertilizzano il terreno (ricresceranno grazie ai bulbi), mentre le radici stesse delle piante

annuali vengono riassorbite.

Gli alberi (Ontani, Pioppi e Salici) sono presenti solo lungo le zone ripariali, per cui si formano

delle piccole foreste ripariali simili alle temperate. Il resto della vegetazione è costituito da erbe,

per questo si tratta di un bioma a bassa biodiversità e bassa stratificazione. Di conseguenza, gli

animali hanno una forte tendenza a differenziare le nicchie, per cui molti hanno adottato ritmi

crepuscolari o notturni.

Steppe e praterie temperate hanno sempre lottato per prevalere sulle foreste. Hanno raggiunto la

loro massima estensione durante le glaciazioni, quando invasero anche gli ambienti marittimi. In

questa lotta, l’uomo del Paleolitico fece la sua parte bruciando le steppe e le praterie temperate,

ottimo terreno di caccia; alla fine delle glaciazioni, però, la foresta non ci mise molto a prendere il

posto del vecchio bioma, mentre oggi l’azione più marcata dell’uomo ha di nuovo fatto prevalere gli

ambienti più aridi.

In un ambiente di questo tipo, è abbastanza ovvio che i pascolatori siano il tipo dominante, inclusi

cavallette e fitofagi: Bisonte americano, Cervi, Cavallo selvatico, Saiga (steppa centroasiatica). Fra i

roditori, la Marmotta, il Citello e i Cani della Prateria sono i più comuni. Tra i predatori, lo

Sciacallo, il Ghepardo. La Iena.

Gli uccelli sono sia insettivori, sia mangiatori di Citelli, oppure onnivori (Gallina prataiola, Otarda,

Poiane, pernici, Allodole). Tra i rettili, molti Serpenti (Vipere) e Lucertole.

Molte specie sviluppano una complessa vita sociale, stimolate dagli ambienti aperti. Per lo stesso

motivo, sono spinte a sviluppare strategie di camuffamento per difendersi dai predatori.

D

ESERTI TEMPERATI E TROPICALI

I deserti occupano circa il 10% delle terre emerse e sono caratterizzati da uno strato erbaceo

assente o discontinuo e dal clima arido (poche piogge, concentrate in un’unica parte dell’anno).

Il basso contenuto d’acqua dell’atmosfera determina forti escursioni termiche giornaliere, per cui

la maggiore variazione della temperatura non si riscontra in diversi momenti dell’anno, ma nella

stessa giornata. La continua contrazione e dilatazione delle rocce ne provoca il disgregamento e

quindi la formazione della sabbia. Non sempre il deserto è costituito da sabbia, ma esistono anche

deserti a rocce ed a pietre.

Il suolo desertico ha una bassa ritenzione idrica ed è povero di sostanze organiche. In compenso,

è ricco di minerali.

La frammentazione del bioma desertico raggiunge livelli estremi: lo troviamo in N America

(California, Arizona, Nevada), S America (Perù, Cile), N Africa (Sahara), S Africa (Namib), Asia

centrale (Gobi, Tibet, Turkmenistan), Australia centrale e occidentale. Comunque, si nota un forte

parallelismo fra le aree che occupa: ad esempio Sud America e Sud Africa hanno entrambe un

deserto nella costa occidentale e un altro in quella orientale.

Il Sahara ed i deserti asiatici hanno la stessa origine: sono posti alla stessa latitudine, sulla quale

convergono le correnti aeree provenienti dall’Equatore (da sud) e dalle regioni polari (da nord). Il

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti delle lezioni di Ecologia applicata e gestione degli ecosistemi, anno 2003, professor Corrado Battisti, UniRoma Tre. Integrati con Conservazione della natura. Gli argomenti trattati sono i seguenti: ecologia delle popolazioni, ecosistemi, ecologia del paesaggio, frammentazione ambientale, biodiversità, ecologia applicata, cartografia, conservazione della natura, biomi, metodi di campionamento.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze biologiche
SSD:
A.A.: 2004-2005

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher blacksun di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Gestione degli ecosistemi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Battisti Corrado.

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