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Aristotele: l'uomo e la questione dell'anima Appunti scolastici Premium

Introduzione

1. La concezione metafisica ilemorfica della realtà

2. Gli esseri che sono nell’universo

3. Il principio vitale degli essere animati: l’anima

4. La tripartizione dell’anima

5. La facoltà dell’anima che inerisce all’uomo: l’intelletto

Conclusione

Bibliografia

Esame di Storia della filosofia antica docente Prof. E. Gammarelli

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il corpo è ciò che riceve l’informazione, l’impronta.

Questa particolare funzione “organizzativa” riafferma l’unione tra anima e corpo, quindi un

sinolo come avviene per la materia e la forma, la potenza e l’atto. E non può sussistere un’anima

senza un corpo e viceversa. Che succede in punto di morte? Quando l’anima se ne va – sembra dire

Aristotele -, non resta più un corpo ma un cadavere. Rimane solo la “materia” che conserva per

qualche tempo le apparenze corporee, ma in realtà non è un corpo, bensì un ammasso di materiali

che si decompongono.

L’uomo viene ad essere, in ultima analisi, un “tutto” con diverse funzioni: puramente fisiche,

vegetali, animali e infine anche spirituali. Funzioni, è bene ribadirlo, non del corpo ma dell’uomo,

del tutto.

1. 4. La tripartizione dell’anima

Poiché l’anima è il principio della vita, questa deve avere senz’altro la capacità di causare

tutte quelle operazioni che avvengono nel tempo in modo differenziato e con una certa costanza e

che rappresentano la caratteristica fondamentale delle funzioni e dei fenomeni vitali degli essere

viventi.

Verificando l’eterogeneità di questi fenomeni, Aristotele è giunto alla conclusione che esiste

anche una differenziazione delle funzioni dell’anima. Queste - se vogliamo - “parti” dell’anima che

presiedono e regolano tutte le operazioni vitali tipiche dell’universo mondo, per lo Stagirita sono

tre: • - di carattere vegetativo (nascere, nutrirsi, crescere);

• - di carattere sensitivo e motorio (avvertire sensazioni, muoversi);

• - di carattere intellettivo (conoscere, deliberare, scegliere).

Nulla ci vieta a questo punto di semplificare il tutto e parlare di anima vegetativa, anima

sensitiva e anima razionale o intellettiva.

È chiaro che non esiste una definizione comune di anima, proprio per la particolarità cui

accennavamo prima. Quel che è definito per Aristotele è che l’anima è unica in ogni vivente, e che

nel susseguente è sempre posseduta in potenza la caratteristica dell’antecedente. Un po’ come

avviene per le figure geometriche.

Ad esempio, le piante possiedono soltanto la “facoltà” vegetativa, gli animali sia quella

vegetativa che sensitiva (ma non comprendono la razionale; gli animali non posseggono la ragione)

e l’uomo, infine, le comprende tutte. L’uomo – geometricamente parlando - può essere considerato

allora come la figura di un cerchio, che comprende sia la figura del quadrato che la figura del

triangolo.

Per quanto concerne l’anima vegetativa, Aristotele la considera come il principio più elementare

della vita, governa appunto la generazione, la nutrizione e la crescita. E l’operazione che per i

viventi è la più naturale di tutte è quella di produrre un altro essere uguale a sé. Inoltre, con la

spiegazione della nutrizione si capisce meglio la funzione di questa facoltà: “poiché vi sono tre

fattori – ciò che è nutrito, ciò di cui è nutrito e ciò che nutre – ciò che nutre è l’anima stessa, ciò che

è nutrito è il corpo che la possiede, ciò di cui esso è nutrito è il nutrimento”.

L’anima sensitiva non è altro, invece, che un processo assimilativo in cui il soggetto che sente

(facoltà sensibile) si impossessa della forma sensibile (che può essere il calore, il sapore, il suono),

la quale resta impressa nella potenza sensibile, la attutalizza allo stesso modo in cui la cera -

potremmo dire - riceve l’impronta di un soggetto esterno. Ognuno dei cinque sensi è deputato a

cogliere vario sensibile. Vi sono poi sei sensibili colti da tutti e cinque i sensi.

Dalla sensazione deriva la fantasia e la memoria. La sensazione implica anche l’appetito, il

desiderio di sensazioni piacevoli, e dal desiderio viene il movimento; il motore di tutto questo è

unico: la facoltà appetitiva (l’anima).

Infine, abbiamo l’anima intellettiva, tipica dell’uomo, che si trova al grado massimo della

vita. Non si tratta di un’anima che si aggiunge, è solo un’anima più complessa: possiede le funzioni

vegetativa (come piante e animali), quelle sensitive (come gli animali) ed in più possiede la capacità

di ragionare e universalizzare: scire per causas e generalizzare. Questo significa che l’uomo non è

caratterizzato dal fatto di vivere (anche gli animali vivono), ma di pensare. Il pensare è dunque

l’essenza dell’uomo, lo porta ad essere un vero e proprio “animale razionale”.

1. 5. La facoltà dell’anima che inerisce all’uomo: l’intelletto

Per Aristotele tra l’atto intellettivo e l’atto percettivo vi è una sorta di analogia, in quanto

anche il primo consiste nel ricevere o assimilare tutti i tipi di forme intellegibili – così come l’atto

percettivo consiste nell’assimilare forme sensibili. La differenza sta però nel fatto che l’intelletto

non è mescolato al corpo, è intrinsecamente indipendente da esso.

C’è però da ribadire che la funzione intellettiva è appannaggio esclusivo dell’uomo: essa

consente di giudicare il vero e il falso, ciò che è da desiderare e ciò che è da fuggire. Nell’ambito

della descrizione di questa facoltà, Aristotele opera poi una distinzione – di problematica

interpretazione – tra un intelletto passivo e un intelletto attivo: il primo è pura potenza, in quanto è

ricettivo di tutti gli intelligibili, ed è paragonato ad una “tavoletta per scrivere, sulla quale non ci sia

attualmente nulla di scritto”.

Perciò nell’anima vi è un intelletto potenziale il quale coglie le forme presenti nelle cose

grazie ad una ulteriore facoltà, l’intelletto agente o attivo (che è come la luce che consente di vedere

i vari colori). Questo intelletto attivo è nell’anima (non è dunque separato come si è pensato, non è

Dio), è irriducibile al corpo (“viene dal di fuori” aveva detto Aristotele, ma solo per significare

questo), trascende il sensibile.

Questa distinzione tra intelletto passivo e intelletto attivo è certamente funzionale alla

concezione aristotelica della conoscenza come processo, e quindi necessariamente come passaggio

dalla potenza all'atto: se l'intelletto è l'organo della conoscenza, e questa è processo, allora è

naturale distinguere un intelletto che diviene, che passa dalla non conoscenza alla conoscenza

(intelletto passivo), e un intelletto in atto, che deve avere gia in sé le "forme" della conoscenza

stessa, che deve essere separato dall'altro, non mescolato al corpo, e quindi incorruttibile, eterno ed

impassibile, come voleva appunto la teoria del rapporto potenza-atto che già conosciamo.

L’intelletto attivo ha quindi, secondo Aristotele, dei tratti del divino. Per esempio non si

corrompe, l’attività del pensare non si guasta (si guasta invece ciò che le fa da fondamento, da cui

parte: il vedere, il sentire etc.). Mancando, però, il concetto di creazione, questa teoria dell’intelletto

porta con sé problemi non risolti. Da dove viene? È individuale? Quale il rapporto ha con il nostro

“io”? Come sopravvive al corpo? In realtà qui la ragione si ferma e può subentrare solo la fede

religiosa.

Conclusione

Volendo tracciare una summa di quanto fin qui detto, c’è da rilevare che Aristotele, intanto,

applica anche agli esseri viventi la sua concezione della realtà intesa come sinolo di materia e

forma. Poiché la materia è potenza e la forma è atto (entelechia), “l’anima è entelechia prima di un

corpo fisico che ha la vita in potenza”.

L’anima, in quanto principio di vita, deve avere le capacità di regolare le funzioni vitali

fondamentali. Da qui la distinzione tra anima vegetativa (che regola le attività biologiche), anima

sensitiva (che regola le sensazioni, l’appetito ed il movimento che dipendono dalla sensazione) ed

anima intellettiva o razionale. Quest’ultima, posseduta dall’uomo insieme alle altre due, presiede al

pensiero e alle attività razionali e, a differenza delle altre due anime, non è mescolata al corpo.

Poiché l’anima razionale è la parte dominante e migliore, l’uomo si identifica soprattutto in essa

(animale razionale).

Si è molto discusso in passato, da parte dei filosofi, sulla differenza tra intelletto potenziale o

possibile (capacità potenziale di conoscere le forme intelligibili) ed intelletto attuale od attivo

(capacità di mettere in atto e la potenzialità intellettiva di cogliere la forma e la forma contenuta in

potenza nelle sensazioni e nelle immagini); ciò che ci sembra interessante sottolineare è che per

Aristotele questo intelletto attivo, pur essendo nell’anima, viene "dal di fuori e solo esso è divino".

Anche se il filosofo di Stagira non ha dato risposta agli interrogativi che quest’attestazione

comporta (rapporto intelletto/individuo, implicazioni morali, escatologia), resta la sua affermazione

di una dimensione trascendente nell’uomo.


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tridente

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze religiose
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tridente di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Istituto superiore di Scienze Religiose - Issr o del prof Gammarelli Ettore.

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