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- connotazione: interpretazione del concetto espresso dal significante → qual è il significato

MICHEL FOUCAULT spiega la produzione della conoscenza mediante il concetto di “discorso”.

Il discorso è tutto ciò (parole, pratiche, spazi, luoghi, soggetti,...) che ci permette di parlare e dar

senso ad un argomento/tema in un particolare periodo storico.

Esso produce temi, ciò definisce gli oggetti della nostra conoscenza; es. la follia non esiste se non

dentro il discorso che la produce, ma questo non vuol dire che sia falsa, semplicemente dobbiamo

guardare a come la società la costruisce.

Discorso = linguaggio + pratiche.

Esso è una risorsa ed un vincolo: dà modo di parlare, ma solo al suo interno ha senso farlo.

Il discorso è terreno di scontri su chi possiede la verità e per questo non è mai costante/fisso → la

formazione discorsiva produce un regime di verità che costituisce ciò che è vero e che è possibile

pensare; la formazione discorsiva comprende:

- affermazioni relative all'argomento

- regole che prescrivono il modo di pensare questi argomenti, escludendone altri

- soggetti che personificano il discorso

- verità incorporata nel momento storico

- pratiche istituzionali per trattare questi soggetti e saperi.

Es. discorso sulla razza: parole, teorie, leggi, movimenti sociali, giornali, ghetti, libri, esperti,...

Ogni società ha il suo regime di verità, cioè l'insieme delle procedure che consentono, a ciascuno e

ad ogni istante, di proferire degli enunciati che saranno considerati veri.

Costruzionismo → la verità non è falsa (relativismo eccessivo), ma è una costruzione sociale

risultato di un percorso storico – che può cambiare – ed è la verità con cui siamo chiamati a vivere

(realtà).

Legame tra discorso e potere → discorso come risultato instabile e mutevole di relazioni di forza,

tattiche e strategie → la produzione del discorso è controllata, selezionata e distribuita → il discorso

egemone costituisce il sapere e quindi la verità (è però storicizzato – es. dell'omosessualità).

Il potere non esercita senza sapere e non c'è sapere senza un potere/interesse (ogni interesse cerca di

imporre la propria egemonia).

Discorso sulla pena: potere assoluto → punizione che distrugge; potere disciplinare basato sulla

sorveglianza e sul recupero → si ha la percezione di essere sempre osservati e si interiorizzano così

le aspettative sociali. Il potere disciplinare cerca di suggerire comportamenti, seducendo e agendo

col consenso, attraverso due meccanismi: quello della confessione davanti ad un autorità e quello

dell'esame per verificare l'adeguatezza al sistema e alla sue aspettative.

Il potere è più efficace quando istruisce e orienta perché si presenta come un sapere che vuole far

sempre meglio. Il potere è una relazione, produce, è diffuso nella società in maniera centralizzata,

opera a livello micro, è onnipresente ed il suo esercizio è strategico. Incontra comunque resistenza:

la produzione dei discorsi si basa anche sulla contestazione al potere (c'è sempre un alternativa).

LA RAPPRESENTAZIONE DELLO STRANIERO

(La rappresentazione sociologica dello straniero – E. Colombo )

Rappresentazione dell'altro come modo per descrivere se stessi (alterità → identità ): lo straniero è

buono per pensarsi; creiamo distinzione per trovare un senso.

• La nostra rappresentazione dell'altro di basa sulla filosofia greca. Nel pensiero greco

troviamo:

- un “Noi” ellenico formato da: abitanti della polis (eguali), meteci (forestieri che vivono

nella polis e godono di qualche diritto) e stranieri (xenos, ospiti temporanei della polis col

dovere di rispettare precise regole).

- gli “Altri” i barbari con i quali si hanno rapporti sporadici ed è difficile comunicare

(pronunciato suoni sgradevoli, mancano di alcune capacità) → non greci, non “noi”.

- gli “Altri” i mostri/mostrum, mai incontrati → rappresentazioni fantastiche, vicini al

soprannaturale (la variabilità della natura sbalordisce).

Da qui ricaviamo alcune logiche della rappresentazione:

- per inversione → l'altro è qualcuno diverso da noi, che fa cose diverse;

- per mancanza → l'altro ha una mancanza (fisica, sociale, morale) rispetto a “Noi” che

siamo la normalità;

- per eccesso → l'altro è sregolato fisicamente, moralmente;

- per alterazione → l'altro ha le stesse nostre cose, ma in ordine diverso (mescolamento

disordinato, caos).

• Rappresentazione medievale, aspetti principali:

- centralità della dimensione religiosa → poiché siamo stati creati dalla divinità, che senso

ha l'altro? Qual è il suo perché?

- straniero come colpevole → è ciò che non dobbiamo essere (catalizzatore per un'identità

europea comune) (saraceno, eretico)

Alterità attraverso la differenza religiosa: il saraceno e l'eretico è un falso fedele che si dice

come noi, ma il realtà è una minaccia alla comunità sacra del “Noi” (streghe, pazzi, lebbrosi,

peccatori,...) → l'alterità in mezzo a noi.

• XV – XVI secolo → epoca dei grandi viaggi e del colonialismo → “L'altro” incontrato, non

più immaginato → da uccidere/sfruttare o da convertire/aiutare?

• XVIII secolo → Montesquieu, 1721, “Lettere persiane”: critica della società francese del

tempo → “Altro” come possibilità di critica cultura e politica: permette di vedersi da fuori,

di estraniarsi e guardarsi con altri occhi → critica alle incongruenze, al dato-per-scontato,

alle mancanze e agli eccessi del nostro gruppo.

• XX secolo, la modernità → straniero è da studiare. Colonialismo: conoscere per controllare,

normalizzare ed educare. Fardello dell'uomo bianco: farsi carico di portare anche l'altro

verso la verità.

Ambivalenza curiosità//paura → straniero porta novità, spinta al cambiamento.

ROBERT PARK, anni '20, scuola di Chicago → straniero come rappresentazione perfetta

dell'uomo moderno, che è migrante, non troppo legato alla tradizione e non ancora soddisfatto del

presente → straniero è sospeso tra due mondi: non è più nel passato (patria), ma non è ancora del

tutto del presente (“Noi”).

G. SIMMEL, 1908, “Excursus sullo straniero” → Straniero è colui che è qui nello spazio sociale e

vi rimane, non è un pellegrino, ma nonostante sia nel gruppo non vi è legato o non ha ancora

superato il distacco con la comunità di partenza; la sua posizione gli permette:

- libertà, da vincoli e tradizioni comunitarie in quanto non è legato dall'obbligo di fedeltà

- obiettività → giudizio imparziale e distaccato, capacità di critica dato dalla sua marginalità

Lo straniero è un esempio di unità di vicinanza (spazio) e di lontananza (relazione) → ambivalenza:

persona lontana è vicina → membro del gruppo caratterizzato dalla non appartenenza.

La polarità lontananza/vicinanza è caratteristica di tutte le relazioni. Quando prevale la lontananza,

vediamo gli altri con caratteristiche generali che li accomuna (es. stranieri come categoria, non

individui); quando prevale la vicinanza, l'altro è come unico (es. relazioni amorose). Sono però

polarizzazioni temporanee perché non resistono all'esperienza.

A. SCHÜTZ, 1944, “Lo straniero. Saggio di psicologia sociale” → Lo straniero tenta di

interpretare il modello culturale della vita di gruppo, che fa capo al senso comune di chi ci vive; il

senso comune è un accordo intersoggettivo per il quale è reale ciò che collettivamente si crede reale

→ sottintendiamo così che ciascuno di noi intenda per reali le cose allo stesso modo in cui le

intendono gli altri.

Conoscenza del mondo/della vita quotidiana:

− è incoerente → gli interessi che determinano l'importanza delle cose non sono integrati in un

sistema coerente;

− è parzialmente chiara → siamo interessati ad un comprensione pratica, sommaria, ma

efficace → non abbiamo bisogno di sapere tutti i dettagli, basta che funzioni;

− è contraddittoria → possiamo considerare affermazioni in realtà incompatibili come

ugualmente valide (diverse rilevanze)

Diverse esperienze/conoscenze → diversi modi di farvi senso (= province finite di significato).

Comprendiamo la vita quotidiana (= modello culturale) in base a tipizzazioni e ricette che abbiamo

imparato grazie ai processi di socializzazione e la cui veridicità diamo per scontata.

Aspetti fondamentali della vita quotidiana (senso comune):

1. intersoggettività → reciprocità di prospettive: all'interno del senso comune tutti vedono il

mondo allo stesso modo

2. oggettività: non ingannevolezza delle apparenze, il dubbio è sospeso.

3. tipizzazioni: tipi di cose che accadono = esempio per ciò che accadrà

4. evidenza: fondo di conoscenza, ciò che tutti sanno, siamo per scontato che sia così

Nella vita quotidiana non ci chiediamo perché e come degli eventi (modello culturale non è messo

in discussione), ma se essi avvengono e con quali conseguenze.

Lo straniero vuole inserirsi e quindi deve capire come funziona la vita quotidiana, ma non ne

condivide pienamente il senso comune e non può dare tutto per scontato → modello culturale non è

un'ovvietà, ma una situazione da dominare, un campo d'avventura, applicabile tra l'altro ad una

determinata situazione storica. Il suo solito modo di pensare, le sue ricette, non funzionano nel

gruppo quindi deve apprenderne di nuove. Le sue conoscenze precedenti non gli servono per

partecipare, ma per commentare → straniero come modo per guardare “Noi”, come colui che deve

mettere in questione ciò che ai membri del gruppo in cui egli è entrato a far parte sembra fuori

questione.

IL RAZZISMO

Prospettiva essenzialista → attribuzione di caratteristiche statiche agli altri, presunta essenza della

minaccia del diverso; idea di base: altri sono diversi e inferiori, una minaccia.

È un concetto complesso, affine ad altri fenomeni:

• etnocentrismo: tendenza a elevare il PDV del gruppo come quello naturale e quindi giusto; il

gruppo a cui si appartiene è il migliore. È un fenomeno universale e inevitabile, perché serve

a creare una cultura e apprezzarla, ma ha dei lati oscuri;

• xenofobia: paura/ostilità verso lo straniero, che è una minaccia. Deriva da un eccesso di

etnocentrismo;

• eterofobia: generata dall'incontro con l'alterità, è l'ostilità verso chiunque è percepito come

diverso sotto diverse dimensioni come la religione, la condizione economica, la sessualità,...

quindi anche concittadini → non solo straniero;

• proteofobia: ostilità verso ciò che non entra negli schemi del nostro controllo → ciò che è

ambiguo e non classificabile/controllabile diventa minaccia.

“Definizione” di razzismo, 4 dimensioni:

1. idea della differenza fra gli esseri umani, confine tra NOI e LORO

2. differenza permanente, data dalla natura

3. differenza valutata negativamente → c'è giudizio di valore, gerarchia, non è una differenza

descrittiva

4. differenza come giustificazione per un trattamento differenziato, ineguale (crudele se fatto

nei nostri confronti)

Definizione non convincente → può essere anche sessismo

Razzismo è:

• un'opinione, un modo di pensare soggettivo → razzismo come caratteristica individuale

• un'ideologia: giustificazione del dominio e dello sfruttamento → discorso collettivo per

legittimare asimmetrie di potere (che fa parte della società moderna e occidentale)

• una questione strutturale: modo di funzionamento della società che ha bisogno di definire

gerarchie (che fa parte della società moderna e occidentale)

• una rappresentazione: costruzione pratico-discorsiva → azione di produzione della razza

(razzizzazione)

Razzismo è:

• normale (caratteristica degli individui) o patologico (razzisti come malati)

• individuale (psicologia)* o sociale (sociologia)

• razionale (interesse, scelta) o irrazionale (pulsione, istinto)

• arcaico o moderno (c'è sempre stato o appartiene al mondo occidentale?)

Logiche del razzismo:

a) inferiorizzazione: l'altro non è come me → meno libero → ineguaglianza e sfruttamento

(schiavitù, apartheid)

b) differenziazione: l'altro è minaccia alla nostra integrità → distruzione ed espulsione (Olocausto,

pulizia etnica)

1. Razzismo antropofagico: l'altro deve essere assimilato attraverso l'eliminazione di ciò che

non ci appartiene (digerito)

2. Razzismo antropoemico: l'altro va espulso, estromesso (vomitato)

I. Razzismo estensivo: enfasi sul sangue, sulla nazione, sulla cultura → dimensione

dell'appartenenza (non tanto della razza)

II. Razzismo in senso stretto: differenze all'interno del genere umano

III. Razzismo in senso molto stretto = razzismo scientifico: differenze scientifiche tra gli essere

umani (ha un contesto storico ben definito↴)

Razzismo scientifico

Si basa sulla misurazione delle differenze mediante metodi scientifici e legittima le barbarie; razza

come spiegazione delle differenze morali, culturali e sociali → divisione delle razze come rimedio

alla decadenza. Il razzismo scientifico ha esponenti nell'ambito accademico, c'è impegno collettivo

delle élite scientifiche → è il pensiero dominante all'epoca.

• De Gobineau (francese, 1853) scrive il primo testo della disciplina razzista e sostiene che la

mescolanza delle razze sia causa della decadenza.

• De Lapouge (francese, 1899) → indice cefalico: misurazione del cranio per la

dimostrazione scientifica della superiorità dei bianchi.

• Galton (britannico, 1869) → eugenetica: purificare la razza per portare il progresso a tutta

l'umanità.

• Chamberlain (tedesco, 1899) → razza ariana e il pericolo ebraico: lotta al nemico interno

per creare forte senso di appartenenza tedesca.

• Hughes (statunitense, 1854) → giustificazione della schiavitù dei neri

Dopo la 2GM, l'Olocausto, i nuovi movimenti sociali → idea della “razza” totalmente screditata →

1950: dichiarazione UNESCO sull'irrilevanza scientifica della razza, 1964: abolizione leggi razziali

USA, 1994: abolizione apartheid Sudafrica.

Psicologia sociale del razzismo*

Razzismo come questione individuale: dalla metà degli anni '40 l'élite scientifica si distacca dal

razzismo scientifica → si cercano le origini di questa profonda ostilità mediante le scienze sociali e

la psicologia.

Come è stato possibile un fenomeno come l'Olocausto?

1. Sociobiologia → spiegazione di tipo biologica e sociale: logica del comportamento umano

dato dall'egoismo del gene (interesse biologico per la massimizzazione del patrimonio

genetico); in questo processo inconsapevole proteggiamo e favoriamo i nostri simili/cari →

ostilità come manifestazione di difesa del patrimonio genetico verso i concorrenti: è una

battaglia inevitabile per l'evoluzione.

Critica: la teoria toglie il libero arbitrio ai soggetti → il comportamento umano in effetti è

vario e non segue sempre delle logiche.

2. Etologia (Lorenz): dimensione dell'imprinting → ciò che è rilevante è ciò che si apprende

nei primi istanti di vita e che diviene parte della nostra realtà in modo stabile. L'aggressività

è un carattere universale di cui l'essere umano ha bisogno per ottenere le risorse, riprodursi e

gestire l'ambiente, ma non deve essere eccessiva → con l'imprinting di impara anche come

gestire l'aggressività, ogni gruppo ha dei meccanismi di controllo che però non può

riproporre verso gli altri.

Critica: non è normale essere ostili verso gli altri.

3. Psicologia sociale: studio del razzismo e dei pregiudizi; la categorizzazione è universale e

aiuta a semplificare la realtà e mettere ordine → lo stereotipo è una categorizzazione rigida,

una generalizzazione, che resiste anche alle smentite (si adegua la realtà alla categoria

invece che il contrario) → l'ulteriore radicalizzazione porta al pregiudizio in cui la

categorizzazione generalizzata porta in sé un giudizio di valore negativo e diventa una

giustificazione alla discriminazione.

Nell'ambito della psicologia sociale hanno scritto diversi studiosi:

• Allport (1954): continuità nell'intensità del pregiudizio: parlar male/insultare → isolare →

discriminare → attaccare fisicamente → sterminare.

• Coniugi Sherif (1954/1960): ricerca in un campo estivo → l'amicizia che si era formata

inizialmente tra i ragazzi viene subito superata in favore del gruppo di appartenenza nel

quale vengono smistati. I meccanismi della costruzione del “Noi” sono molto rigidi: confine

della solidarietà interna, importanza del sentirsi parte del gruppo → ostilità verso altri

gruppi. L'aggressività non è patologica, ma è quindi risultato di condizioni sociali specifiche

in cui agiscono dei processi cognitivi → alcune condizioni sociali fanno superare le ostilità.

• Milgram (1963): esperimento con studenti universitari americani → cavia/studente 1 fa

l'insegnante che dà scosse elettriche alla cavia/studente 2 per ogni sua risposta sbagliata →

¾ di loro riesce ad arrivare fino infondo alla scala d'intensità delle scosse elettriche → anche

la miglior gioventù americana non è esente dall'aggressività. La crudeltà quindi non è solo

per persone crudeli, ma anche per persone ordinarie sotto l'autorità (subordinazione):

Meccanismo dell'autorità: facilita la possibilità di diventare violenti → la responsabilità

viene fatta ricadere sull'autorità.

Meccanismo della distanza: più si è vicini al soggetto più si ha remore ad essere crudele.

Meccanismo del coinvolgimento progressivo: andando avanti progressivamente è difficile

fermarsi (es. stella → ghetto → campo → forno).

Fattori che sostengono l'adesione ad azioni violente: autorevolezza, gerarchia →

responsabilità, distanza/vicinanza, progressività.

Tra i fattori che inducono comportamenti violenti in persone ordinarie: bisogno di

appartenenza.

Comunque: importanza dei fattori situazionali (contesto sociale) → comportamento dipende

dalla definizione della situazione.

Il problema nero americano – dalla razza al razzismo

USA, 1880'2 – 1960's → Leggi Jim Crow: normative per definire ruoli e rapporti tra bianchi e neri

→ forte limitazione delle libertà e dei diritti delle persone di colore → efficaci forme di

discriminazione (es. divisione bagni, carrozze dei treni, ristoranti,...). Questo porta

all'accumulazione di norme che strutturano così due società separate (soprattutto al Sud) →

razzismo inferiorizzante. Situazione superata solo in seguito ai nuovi movimenti sociali degli anni

'60: dal 1954 (Rosa Barks si prende il suo posto in autobus in Alabama) al 1964 (abolizione delle

leggi di segregazione razziale)

Molti studiosi cercano di trovare la giustificazione della coesistenza di due società separate dando

uno sguardo ai rapporti interculturali:

• Warner (1936): società americana divisa da una linea di casta che, inizialmente la taglia

orizzontalmente separando bianchi (sopra) e neri (sotto), poi si inclina mettendo così i

poveri bianchi in diretta concorrenza con gli strati superiori dei neri → poveri bianchi

manifestano razzismo, mentre i ricchi (più istruiti) non essendo direttamente in

competizione non hanno bisogno di sviluppare atteggiamenti razzisti.

Razzismo dei poveri bianchi come legittimazione dello sfruttamento e della subordinazione

economico-sociale.

• Dollard (1937): teoria della frustrazione-aggressività → vita lavorativa e relazione dei

bianchi è caratterizzata dalla competizione (modello della società americana →

individualismo) che genera frustrazione e a suo volta ostilità verso altri gruppi caratterizzati

da:

- scarso prestigio sociale (che legittima l'ostilità)

- forme “esteriori” di differenza (che li rende una categoria)

Inoltre il modello sociale è permissivo: consente l'espressione dell'ostilità.

Razzismo come insieme di pregiudizi e comportamenti che dipende da un atteggiamento

prevalente della società, ma che è questione individuale; chi ha pregiudizi spesso non ha

rapporti concreti con l'altro → al contrario del pensiero di Warner, qui non è necessaria una

relazione per manifestare razzismo. I presupposti sono: aggressività generata dalla

frustrazione, modello sociale permissivo, identificazione omogenea.

• Myrdal (1944): il concetto di nero è sociale, non biologico, e il razzismo di basa

sull'ignoranza (es. italiani come i neri d'Europa). Il razzismo si presenta come valvola di

sfogo per il dilemma che si presenta nella società americana tra universalismo (valori

nazionalistici e cristiani → eguaglianza) e orientamento individualistico (merito, self-made

man). Giustificazione: l'altro ha colpe, è inferiore e subumano.

• Adorno (1950): razzismo si sviluppa dalla personalità autoritaria, che si forma a partire

dalle esperienze dell'infanzia; fattori che favoriscono la personalità autoritaria all'interno

dell'ambiente famigliare:

- regole rigide e ruoli marcati

- l'uso della minaccia all'interno dell'ambiente famigliare

- l'importanza dell'obbedienza

- preoccupazione per lo status sociale

Questo modello educativo della famiglia autoritaria forma persone autoritarie volte al

conformismo e all'aggressività verso i deboli.

É importante però anche il ruolo della società che ha il compito di vigilare questi

atteggiamenti, controllare, fare interventi sull'educazione → tutte le società hanno

personalità autoritarie.

• Girard (1982): con lo scopo di salvaguardare la coesione interne la società trova un capro

espiatorio su cui scaricare le tensioni interne.

Lo spazio del razzismo: le cause

Razzismo come fenomeno sociale totale, mutevole e complesso, che non può essere descritto in

maniera lineare: le cause sono variegate, si adeguano ai contesti, cambiano per dare conto alla

realtà.

• Hannah Arendt (1951, Le origini del totalitarismo): razzismo come fenomeno politico, non

psicologico. Fenomeno occidentale moderno collegato allo sviluppo degli Stati-nazione →

dimensione dell'appartenenza, dell'identità nazionale: qualcuno merita diritti e privilegi

(“Noi”), altri no (→ altro Stato).

- Francia: razzismo nasce dall'aristocrazia che si sente minacciata dalla borghesia → idea

della purezza del sangue blu: la mescolanza porta alla decadenza.

- Germania: razzismo come invenzione della borghesia in contrapposizione all'aristocrazia

→ borghesia sempre più potente sul piano economico, non ha ancora accesso alla

dimensione politica, mentre l'aristocrazia è salda nelle istituzioni. Aristocrazia accusata di

essere distaccata dal popolo e filo-francese, mentre la borghesia è lo spirito del popolo

tedesco → differenziazione.

- Regno Unito: razzismo nasce dalla classe media; qui lo Stato-nazione si consolida senza

gravi problemi interni → spinta all'imperialismo e al colonialismo → enfasi sulla superiorità

dell'uomo bianco (inglese) che deve farsi carico di civilizzare i nuovi popoli →

inferiorizzazione.

• Cox (1948): razzismo come prodotto del capitalismo che ha generato un rapporto di

dominazione di classe. Razzismo come mezzo per stabilizzare, tenere a bada, la riserva di

manodopera a bassa costo; la classe più alta sfrutta e minaccia il proletariato →

inferiorizzazione di classe (classe come razza). La causa del pregiudizio è una condizione

materiale. Il razzismo dei poveri bianchi è il risultato di un lavoro ideologico dell'élite che

crea una falsa coscienza.

Questa teoria di stampo neo-marxista vede il razzismo come un fenomeno politico

occidentale moderno: è un problema strutturale della modernità, della proletarizzazione

della forza lavoro.

• John Rex: razzismo come forma di chiusura sociale per impedire l'accesso a risorse scarse

→ sottoclassi svantaggiate. È un unione tra i PDV marxista e weberiano.

• Miles: razzismo come forma di chiusura sociale che ha come attore principale lo Stato che

decide inclusione ed esclusione. È una teoria weberiana: il razzismo non è un fenomeno

legato al capitalismo, poiché presente in luoghi con modelli di produzione non-capitalistica.

• Balibar: tensione tra cittadinanza e razzismo → effetto comunità: la cittadinanza (= patto

moderno tra chi governa e chi è governato che dà legittimazione in cambio di servizi) crea

appartenenza e non appartenenza → cittadino vs non cittadino.

Gli ultimi due esperti vedono il razzismo come un modo per risolvere la tensione sociale, è un

comportamento di crisi → malattie della modernità.

• Dumont: razzismo risultato del passaggio da olismo a individualismo.

Società tradizionale → olistica: gerarchia, ogni individuo ha status preciso → appartenenza

Società moderna → individualistica: l'individuo è centrale, pari diritti → specificità

individuale.

Eccessivo individualismo → razzismo.

• Bauman: la modernità crea le condizioni perché avvengano eventi come l'Olocausto, che è

diverso dalle forme antiche di aggressione verso le folle e si basa sulla scienza. Le capacità

tecnologiche e amministrative, il desiderio di controllare la natura e migliorarla, sono tutti

ingredienti della modernità.

Gli effetti del colonialismo in Occidente e nella rappresentazione dell'alterità

L'Occidente è ciò che è grazie al colonialismo: il suo stile di vita si sviluppa a partire dalle risorse

che gli occidentali hanno prelevato dalla colonie → progresso e benessere dell'Occidente dovuti al

lavori di neri, indiani, schiavi,...

• Fanon, “Pelle nera, maschere bianche”: visione post-colonialista → mette in evidenza che il

colonialismo è stato un atto di violenza in quanto ha annullato la storia e l'identità dei

colonizzati; gli europei hanno creato una categoria di persone sminuite, descrivendoli

incapaci e irrazionali → disumanizzazione, costruzione dell'identità del colonizzato affinché

si veda da solo come inferiore. Il colonizzato è intrappolato nella visione del mondo in cui è

inferiore, non bianco → spinta a “diventare” bianchi, fare come loro; può atteggiarsi da

bianco e credercisi, ma in Europa davanti allo sguardo bianco emerge l'essere neri.

Il colonizzato inoltre incorpora i pregiudizi dei bianchi e diventa negrofobo → ambiguità:

nero = peccato quindi odio il nero MA sono nero! → situazione malsana. Per uscire da

questa condizione paradossale, il colonizzato può:

1. agire da bianco, diventare simile a un bianco (critica: tradimento verso i neri)

2. rovesciare la polarità (critica: essere accusato di integralismo) ???

Colonizzazione come imposizione culturale che sostiene un contesto di dominazione e

sottomissione.

• Said, “Orientalismo”: partendo dall'idea di discorso di Foucault, l'Oriente è tutto ciò che

possiamo dire/fare sull'Oriente. Oriente come produzione dell'Occidente basata sulla

dicotomia NOI/LORO, come rappresentazione speculare dell'Occidente.

Il discorso produce realmente la divisione: il confine è costruito (es. Oriente profano vs

Occidente sacro).

Orientalismo è un lavoro di produzione occidentale, una narrazione, ma ciò non vuol dire che sia

fatto di bugie, ma che crea una rappresentazione egemonica.

• S. Hall, “Lo spettacolo dell'altro”: la razza è una costruzione discorsiva, storico-sociale, che

si riproduce nelle pratiche quotidiane, nella cultura popolare.

L'altro “nero” è vicino alla natura (selvaggio), super-naturale (atletico, superdotato),

impulsivo, irrazionale → non è per forza una distinzione negativa, ma comunque “nero” ha

senso solo in relazione a “bianco”.

Importanza della dimensione del linguaggio: colore nero associato a molteplici cose (lutto,

angoscia, male, giornata nera,...) → è il modo di descrivere il mondo dei gruppi dominanti

→ interiorizzazione.

Risultato del colonialismo e dell'etnocentrismo → idea di normalità, l'ideale di uomo e di bianco.

L'uomo è europeo bianco, gli altri sono tipi etnici/razziali. Ideale di maschio bianco etero e


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze sociali per la globalizzazione
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher noeeeee95.music di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazioni interculturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Colombo Enzo.

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