L’assurdo
L’assurdo riesce ad esasperare la realtà mostrandola agli occhi umani come qualcosa di deformato, irreale o surreale, finto, buffo, in cui continuamente gli individui cercano il senso della stessa realtà in cui non riescono a ritrovare dei punti di riferimento.
Le commedie “assurde” non si basano su un susseguirsi di eventi, ma sono incentrate su una situazione di totale immobilità e apatia. Non hanno una storia chiara e ben definita; non c’è un inizio e una fine. Non si racconta un episodio preciso che ha segnato la vita dei personaggi, ma sembra si voglia narrare l’eterna attesa di un evento che cambi il monotono scorrere della vita umana.
La vita, volenti o nolenti, è una continua propensione verso il futuro.
Tutti aspettano qualcosa: tanto quelli che credono nella salvezza, quanto quelli che credono nella punizione e, non cogliendo l’essenza dell’attimo che vivono, si ritrovano alienati e soli. La realtà quotidiana è una costante attesa di un esame, di un posto di lavoro, del compagno o della compagna giusta per la vita.
Proprio questo aspetto viene messo a nudo dall’assurdo, come inutile ricerca di una felicità pressoché irraggiungibile.
Non bisogna erroneamente inserire Pirandello nella tematica dell’assurdo, ma egli può essere definito come un autore che ha notato l’importanza e l’inefficacia del linguaggio verbale. Egli vede la parola come qualcosa di falso, impreciso, di cui diffidare, smascherando l’incapacità dell’uomo contemporaneo di comunicare.
La crisi dell’uomo contemporaneo trova nell’arte di Luigi Pirandello un testimone e un interprete d’eccezione. Pirandello compì una spietata esplorazione della condizione dell’uomo del suo tempo, del suo smarrimento, della sua dissipazione morale, della sua disperata solitudine. L’attività più intensa del Pirandello si svolse tra il 1900-1930. Sono gli anni in cui si prepara la prima guerra mondiale, nei quali l’uomo si ritrova solo e deluso, senza fede e senza fiducia.
Nella sua prima produzione, e particolarmente nelle novelle, ritroviamo lo stesso ambiente piccolo-borghese, che richiama situazioni e modi del Verga.
Come in quest’ultimo, anche i personaggi di Pirandello sono dei “vinti”, al contrario però non sono rassegnati al loro destino, ma bensì anime inquiete e tormentate, pronte alla ribellione, perché essi sentono “la pena del vivere così”. “Le parole non mi interessano, bensì le cose”. È proprio dall’osservazione delle “cose” egli sviluppa una più attenta meditazione, che sposta l’attenzione del Pirandello e il suo studio dall’ambiente all’individuo, allontanandosi sempre più dal naturalismo e dal verismo, per accogliere le istanze del decadentismo. La realtà gli appare come qualcosa di mutevole, di vario; nulla è certo, tutto è illusione. L’uomo crede di essere uno, ma in realtà non è nessuno; per chi lo osserva è centomila, in quanto assume personalità diverse secondo il concetto degli altri. “Il nostro volto rimane soffocato sul nascere da una maschera che gli altri ci impongono dall’esterno” e in base alla quale noi viviamo; la società ci sommerge con i suoi pregiudizi e le sue consuetudini, che finiscono per fare di noi personalità schematizzate.
L’uomo non ha neppure la possibilità di conoscere se stesso: spesso infatti si sente mosso nell’agire da forze misteriose, incontrollate, che provengono dal suo subconscio: è la vita che pulsa e ribolle sotto la maschera nel tentativo di erompere. Da questa situazione tragica e dolorosa dell’individuo che inutilmente tenta di infrangere la “maschera” per scoprire il “volto” nascono le situazioni strane, assurde, paradossali che si incontrano nell’opera del Pirandello e in particolare nel teatro.
In Pirandello è sempre viva l’amarezza di dover constatare l’incomunicabilità degli uomini, dando vita così a un’incomprensione tra noi e coloro che ci stanno attorno, quindi, poiché ognuno parla un linguaggio diverso, diventa impossibile stabilire un colloquio. L’incomunicabilità, la solitudine, l’incomprensione, l’aridità sono i caratteri comuni a quasi tutti i personaggi dei drammi pirandelliani. In questa posizione, se l’uomo non tentasse in qualche modo di reagire, giungerebbe irrimediabilmente alla follia e al suicidio.
Proprio negli anni in cui si maturava la formazione culturale di Pirandello, si veniva svolgendo l’insegnamento di Freud. Secondo Freud i casi umani sono regolati da una logica sicura e matematica, ma in essi c’è sempre qualcosa che sfugge al dominio della volontà dell’uomo, ed è ciò che finisce quasi sempre col determinare gli avvenimenti. L’uomo pirandelliano si ribella e lotta con tutte le sue forze contro di essi, (istinti incontrollabili) anche se per un destino avverso è costretto a soggiacervi. Il fatto è che l’opera pirandelliana si incontra con le teorie freudiane per il senso di indagine inquietante dei moti interiori e per l’acuto desiderio di spiegarseli, senza che Pirandello si fosse proprio dedicato ad uno studio sistematico ed approfondito dei problemi psicologici determinati da Freud: lo studioso viennese e il commediografo italiano operavano sullo stesso terreno, il primo da scienziato, il secondo da artista. Ad influenzare l’opera pirandelliana contribuì, infine, la diffusione del teatro del grottesco, che assunse a materia delle sue migliori produzioni il dramma umano. Il teatro del grottesco vuole cogliere una situazione burlesca, quella che nasce dall’incoerenza tra quel che si è dentro e quel che si appare e si vuole apparire di fuori.
La vita
Luigi Pirandello nacque a Girgenti (Agrigento) nel 1867, in una campagna che si trovava presso il bosco Càvusu, corruzione dialettale del termine greco Xaos, in cui la famiglia si era rifugiata dal terribile colera del 1867. Ecco spiegato il motivo per il quale egli si definì “Figlio del Caos”. Importanti furono gli anni dell’infanzia e della giovinezza: non solo per le prime esperienze culturali e per l’affiorare degli interessi per la letteratura e la poesia, ma anche per le esperienze umane e sociali compiute in quei decenni di confusione politica e morale che seguirono all’unità d’Italia. Del 1885 sono i primi versi “Mal giocondo”. Intraprese gli studi universitari alla facoltà di lettere di Palermo per passare poi a quella di Roma. Per suggerimento del Monaci, passò poi a studiare a Bonn, dove si laureò nel 1891, discutendo una tesi sulla parlata agrigentina “Voci e suoni del dialetto di Girgenti”. A Bonn Pirandello ebbe modo di venire a contatto con le più stimolanti esperienze della cultura contemporanea. In quel tempo egli non aveva ancora una chiara idea delle proprie attitudini e del proprio futuro: oscillava tra le ambizioni della ricerca scientifica e quelle poetiche, e non era insensibile alle tentazioni del giornalismo. Tornato a Roma tentò di inserirsi nella vivace società letteraria che in quello scorcio di secolo illustrava la capitale. Dominava D’Annunzio; ma Pirandello non fu sedotto dalle suggestioni del dannunzianesimo. Decisivo fu invece l’incontro con Luigi Capuana, il teorico e maestro del verismo italiano. A contatto con Capuana, Pirandello scopre e definisce la propria vocazione di narratore; avvicinandosi alla grande esperienza del verismo. Nel 1893 scrive il suo primo romanzo “L’esclusa” e nel 1894 pubblica il primo volume di racconti “Amori senza amore”. Nello stesso anno sposa la bella e ricca Antonietta Portulano. Ma la vita avrebbe riservato prove molto dure e amare ai due coniugi: nel 1897 un grave dissesto economico costringe la famiglia Pirandello a trasferirsi a Roma.
Nell’ambiente romano, Pirandello prende consapevolezza del suo pensiero, soprattutto nel corso di una polemica antidannunziana, che si svolse nelle riviste il “Marzocco” e “La nuova antologia”. Intanto, nel 1903, cominciano ad apparire i primi sintomi del male che avrebbe afflitto la povera consorte distruggendo la felicità della famiglia Pirandello. Lo scoppio della grande guerra del 1914-18 e la prigionia del figlio Stefano, ferito ed ammalato, avevano contribuito ad affliggere maggiormente lo scrittore, che già attraverso l’amara esperienza del dolore aveva consolidato la sua triste concezione del vivere nel mondo. Finita la guerra, Pirandello si immerse in un lavoro frenetico e senza soste, spinto dall’urgenza di insegnare agli uomini le “verità” da lui scoperte. Nascono i capolavori “Sei personaggi in cerca d’autore” ed “Enrico IV”, entrambi del 1921. Nel 1925 fonda la “Compagnia del teatro d’arte” con i due grandissimi ed insuperati interpreti dell’arte pirandelliana: Marta Abba e Ruggero Ruggeri, con i quali intraprende il giro d’Europa e delle due Americhe. La Compagnia viene appoggiata e finanziata dal partito fascista e il suo legame con la cultura ufficiale fascista gli valgono la nomina ad Accademico d’Italia. Nel 1934 la sua fama viene consacrata con il premio Nobel. Nel novembre del 1936 si ammala gravemente di polmonite e poco dopo muore.
Egli definì “teatro dello specchio” tutta la sua opera, perché in essa si rappresenta la vita senza maschera, quale essa è nella sua sostanza e nella sua verità, lo spettatore, l’attore e il lettore vi si vedono come sono, come chi si guarda ad uno specchio, con ansia e con curiosità, allo stesso modo in cui un cattivo specchio deforma l’immagine fisica; allora si riconoscono diversi da come si erano sempre immaginati. È nella maschera che ritroviamo un contrasto più profondo fra illusione e realtà, fra l’illusione che la propria realtà sia uguale per tutti e la realtà che si vive in una forma, dalla quale il personaggio non potrà mai salvarsi.
La maschera è la rappresentazione più evidente della condanna dell’individuo a recitare sempre la stessa parte ed è l’unico modo per evitare l’isolamento all’interno della società: quando un personaggio cerca di rompere la forma viene allontanato, rifiutato e non può più trovare posto nella massa.
La maschera è il simbolo, in negativo del rifiuto delle false convenzioni sociali, dello sfruttamento dei pochi sulle masse e della schiavitù dell’uomo sottomesso a norme che lo costringono a un’esistenza disumanizzata; in positivo del tentativo di un ritorno alla verità.
I temi di fondo
- Il contrasto tra apparenza (o illusione) e realtà (o tra forma e vita), nel senso che l’uomo ha degli ideali che la realtà impedisce di vivere, poiché la realtà si ferma all’apparenza e non permette all’uomo di essere se stesso;
- L’assurdità della condizione dell’uomo, fissata in schemi precostituiti (adultero, innocente, ladro, iettatore, ecc.): a ciò Pirandello cercherà di opporre il sentimento della casualità o imprevedibilità delle vicende umane; molte sue commedie rappresentano situazioni inverosimili o paradossali, proprio per mettere meglio in luce l’assurdità dei pregiudizi borghesi;
- Le molteplici sfaccettature della verità (tante verità quanti sono coloro che presumono di possederla) espresse col “sentimento del contrario” (che è alla base del suo umorismo e che viene utilizzato per vanificare ogni possibile illusione).
Pirandello ha una concezione relativistica dell’uomo, che ne esclude una conoscenza scientifica. L’uomo è troppo assurdo per essere capito. Il borghese si dibatte fra ciò che sente dentro e il rispetto che deve alle convenzioni sociali: la “forma” è l’involucro esteriore che noi ci siamo dati o in cui gli altri ci identificano; la “vita” invece è un flusso di continue sensazioni che spezza ogni forma. Noi crediamo di essere “forme stabili” (personalità definite): in realtà tutto ciò è solo una maschera dietro cui sta la nostra vera vita, fondata sull’inconscio, cioè sull’istinto e sugli impulsi contraddittori. L’uomo, in definitiva, è soggetto al caso, una marionetta, che gli impedisce di darsi una personalità.