1984: i totalitarismi e l’illusione della libertà
Classe Vª H, anno scolastico 2006/07
Gessica Chies
1984: trama del libro
Il romanzo illustra l'ingranaggio di un governo totalitario. L'azione si svolge in un futuro prossimo del mondo (l'anno 1984) in cui il potere si concentra in tre immensi superstati perennemente in guerra fra loro: Oceania, Eurasia ed Estasia. Londra è la città principale di Oceania, la cui società è amministrata secondo i principi del Socing e governata da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello, onnisciente e infallibile, che nessuno ha visto di persona (la cui figura è un incrocio fra Stalin e Hitler). Sotto di lui c'è il Partito interno, quello esterno e la gran massa dei sudditi.
Ovunque sono visibili grandi manifesti con il volto del Grande Fratello. Gli slogan politici ricorrenti sono: "La pace è guerra", "La libertà è schiavitù", "L'ignoranza è forza".
Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Winston Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua. Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un'esistenza ispirata a principi opposti a quelli proclamati dal regime: tiene un diario segreto, ricostruisce il passato, si innamora di una collega di lavoro, Julia, e dà sempre più spazio a sentimenti individuali.
Insieme con un compagno di lavoro, O'Brien, Smith e Julia iniziano a collaborare con un'organizzazione clandestina, detta Lega della Fratellanza. Non sanno tuttavia che O'Brien è un membro della psicopolizia, governata dal Ministero dell'Amore (la cui funzione è di torturare i dissidenti), che riesce ad intrappolarli. Smith viene arrestato, sottoposto a torture e a un indicibile processo di degradazione. Alla fine di questo trattamento è costretto a denunciare Julia, rinunciando così all'amore e di conseguenza all'ultimo segno di umanità rimastogli.
Infine O'Brien rivela a Smith che non è sufficiente confessare e sottomettersi: il Grande Fratello vuole avere per sé l'anima e il cuore di ogni suddito prima di metterlo a morte.
Commento
In 1984, George Orwell interpreta la dittatura come l'assenza di libertà per tutti gli individui. Nessuno escluso. Nemmeno i funzionari più alti del "partito" al potere, infatti, godono di alcun privilegio; anzi, sono i primi e i più convinti fautori dell'autolimitazione della libertà personale. Esemplare è l'interrogatorio finale condotto dal funzionario ai danni del protagonista, in cui il primo dimostra tutto il proprio fervore ideologico difendendo la pratica del bipensiero (artificio che limita, mediante la sottrazione di termini atti a esprimerli, i concetti a disposizione dei cittadini) e praticandola egli stesso con assoluta convinzione.
Forse, il motivo per cui 1984 è uno dei romanzi più inquietanti della storia della letteratura è proprio questo: la dittatura ipotizzata da Orwell è disumana: non abbiamo nemmeno il conforto (inconscio) che ci potrebbe derivare dal constatare l'umana "corruzione del privilegio" che, sotto sotto, ci aspetteremmo dalla classe al potere, quale che essa sia. La dittatura immaginata da Orwell è una dittatura mentale, non fisica; viene imposta con il lavaggio del cervello, con le sparizioni improvvise, senza alcun clamore, senza alcuna violenza apparente.
Nel libro quel funzionario lascia intravedere una realtà ancora più inquietante: la disumanizzazione del potere è rappresentata proprio dalla scelta di rendere immortale il Grande Fratello. In realtà Orwell estremizza una tendenza comunissima di tutte le dittature, la deificazione del capo, con un risultato altrettanto terrificante. L'uomo di Orwell sceglie il potere come fine supremo e non come mezzo per acquisire la "libertà" di dominare, diventando egli stesso schiavo del meccanismo che ha creato. Gli impiegati del partito interno, ad esempio, pur godendo di piccoli privilegi, quale l'ereditarietà della loro condizione e razioni di cibo più abbondanti, sono ugualmente schiavi dell'idolo che hanno creato.
Quello che spaventa, in Orwell, è la Folla: questa massa di persone omologate, istigate a comando a scatenare gli istinti violenti nel corso delle sessioni appositamente inscenate in aziende enormi e spersonalizzate, che si comportano tutte allo stesso modo, che accettano tutte con passiva convinzione l'ideologia imposta dal Grande Fratello. E non c'è ribellione, non c'è resistenza: a ribellarsi è un singolo, smarrito nella marea degli omologati, e per questo è condannato sin dall'inizio.
L'elemento più inquietante del libro è proprio il "salto di qualità" che il Grande Fratello aveva fatto compiere alla dittatura. Egli non solo pretende obbedienza assoluta, ma anche la spontanea condivisione del sogno. È significativo che i dissidenti vengano giustiziati soltanto dopo la loro "spontanea" adesione al regime, quando sono convinti dell' "equità" della loro pena.
L'ultimo passo del Grande Fratello è la prevenzione dell'opposizione e dello psicoreato, mediante la limitazione della capacità di pensiero ottenuta tramite una “neolingua” in cui non è possibile più esprimere il proprio pensiero (la prima ribellione del protagonista è consistita proprio nello scrivere su di un quaderno: "Odio il Grande Fratello"). Se l'uomo non ha la capacità di identificare in maniera razionale il motivo della sua sofferenza, poiché non ha parole per esprimerlo e per rifletterci, allora non può neanche definire la causa della propria sofferenza e l'oggetto del proprio odio.
Tutto quel che rimane è soltanto un rancore indefinito, che può essere spazzato via attraverso le sedute di "odio collettivo".
La relazione tra linguaggio e capacità critica è estremamente interessante. Come impostare un ragionamento logico-deduttivo se nella propria lingua non esiste il periodo ipotetico?
Altro spunto di discussione: il ruolo della guerra, interna ed esterna, nell'economia di una dittatura.
La dittatura ipotizzata da Orwell usa e sviluppa la tecnologia e sembrerebbe che il fine sia quello di vincere la guerra contro Estasia e/o Eurasia. In realtà questo è il solo modo per mantenere la disciplina interna, in quanto le esigenze di produzione bellica non permettono l'aumento della produzione per il consumo e quindi il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. La maggior parte degli storici "materialisti" individua proprio nel miglioramento delle condizioni di vita dei "sottoposti" uno dei fattori più forti di destabilizzazione del potere. I gruppi che non devono preoccuparsi della propria sopravvivenza materiale, solitamente chiedono la partecipazione alla gestione del potere. Ecco perché la guerra è una condizione permanente per la dittatura orwelliana, la cui necessarietà viene compresa, soltanto alla fine, dal protagonista.
La dittatura in 1984 nasce grazie al continuo revisionismo storico, all'aggiornamento quotidiano della "Verità". Infatti, quando si combatte un nuovo nemico, si eliminano o si correggono tutti i precedenti articoli, libri, riferimenti al vecchio nemico. Alla fine, è lecito dubitare addirittura che la guerra esista.
Questa, come è già stato detto da altri, è una prassi comune (seppur non in modo tanto palese e sistematico come nel romanzo di Orwell) a tutte le dittature: i libri di testo, soprattutto, vengono alterati a seconda di ciò che conviene alla classe dominante. Ma il revisionismo si estende anche ad altri campi.
Orwell porta questo procedimento all'estremo, ma quello che più colpisce non è tanto l'operazione di revisione continua effettuata dalla classe dominante, quanto altri due elementi: la passività con cui la cittadinanza accetta come "verità" qualcosa che sa benissimo non essere vera; e la presenza di un vero e proprio "ministero" dove gli impiegati, quotidianamente, hanno il compito di riscrivere i giornali e i libri di storia per adeguarli alla situazione attuale. Ma, ancora più inquietante, forse, è il fatto che i libri e i giornali "originali" vengano sistematicamente distrutti, contribuendo così alla creazione di un mondo fasullo a cui anche gli stessi membri della classe al potere non possono fare a meno di credere.
George Orwell
The name George Orwell is just a pseudonym, which Eric Blair chose before publishing his books. He chose “George” because it sounded very English, while “Orwell” was the name of a river he liked.
George Orwell was born in India into a middle-class family in 1903, but he studied in England. After having passed the exam to enter the Imperial Police, he went to Burma, however he didn’t accept the institutions he worked for; what is more, as the British weren’t accepted by the local population because they wanted to impose their ideas, Orwell went back to England where he developed an anti-imperialistic attitude.
He felt he had to write about social problems and injustice, but he knew he had to experience a poor life in order to do that; so, when he was in London and later in Paris, he lived with tramps and outcasts, he begged food, he slept under bridges and did any kind of job in order to get money.
Later he was also commissioned by a left-wing publisher to investigate conditions among the miners and the workers in the industrialized North of England, so once again he could understand how poor people had to live.
Another very important experience was in the year 1936, when Orwell went to Spain, where, during the civil war against Franco, Orwell joined the POUM, a left wing party. He thought that all the left wing groups had to be united to defeat Franco, however the Communist party prevailed over the POUM; there was even a fight in which Orwell was wounded, so he went back to England where he changed his political ideas: he was against totalitarianism.
Orwell is a politically committed intellectual, who considers his art an instrument of communication; according to him, language must be clear and direct (he said that “good prose is like a window pane”) in order to be an instrument of information and communication.
However there was a conflict he could never solve: Orwell, in fact, sided with the poor and the workers, but he didn’t belong to the working class, and this conflict can be felt in all his works.
Anyway, he is a very important writer because he had the courage to write about injustice.
We can say that George Orwell is a socialist, but his socialism is very particular because he is against any kind of injustice and exploitation, from the right but also from the left. He is against totalitarianism since a totalitarian state denies the fundamental individual rights of freedom of expression and of thought: if a state cannot guarantee these freedoms it is totalitarian and it is unfair.
Opere
- Down and Out in Paris and London (1933)
- Burmese Days (1934)
- A Clergyman's Daughter (1935)
- Keep the Aspidistra Flying (1936)
- The Road to Wigan Pier (1937)
- Homage to Catalonia (1938)
- Coming up for Air (1939)
- Inside the Whale, and Other Essays (1940)
- Animal Farm (1945)
- Nineteen Eighty-four (1949)
- Shooting an Elephant and Other Essays (1950)
- Such, Such Were the Joys (1953)
Definizione di totalitarismo
Il termine “totalitarismo” pare sia stato introdotto nel 1923 dal liberale antifascista Giovanni Amendola che, sul quotidiano “Il Mondo”, attaccava il metodo e il “sistema totalitario” usato dai fascisti per costringere i cittadini italiani a votare nelle elezioni amministrative di quell’anno. La parola fu poi adottata dallo stesso Mussolini, quando, in un discorso del 1925, definì in positivo il fascismo come “una feroce volontà totalitaria”, intendendo evidenziarne, rispetto al liberalismo dell’inizio del secolo, la capacità di gestire in modo onnicomprensivo gli aspetti sociali, economici e culturali. Da questo momento il termine conobbe un’enorme fortuna e fu esteso, già negli anni Trenta, prima al regime nazista, poi a quello staliniano.
Analizzando i vari tipi di totalitarismo (opposto alla democrazia) si può dire che i caratteri generali di questo regime sono:
- La dittatura di un partito unico, solitamente identificato con il suo capo
- La completa soppressione di ogni libertà di opposizione e dissenso
- La presenza di un’ideologia ufficiale, che pretende di imporsi come assoluta e indiscutibile
- L’uso del terrore poliziesco
- La tendenza ad organizzare il consenso trovando sempre nuovi nemici contro cui incanalare l’odio del popolo
- Il monopolio, da parte del partito, dei mezzi di comunicazione di massa, utilizzati in un’opera assidua di propaganda
- La penetrazione dello stato-partito in ogni settore della società e della vita quotidiana
Soprattutto questi ultimi due aspetti sembrano distinguere il totalitarismo da molte altre forme di regimi autoritari, dittatoriali, assoluti esistiti nella storia, tanto che alcuni studiosi lo considerano un fenomeno assolutamente nuovo e comprensibile solo all’interno della società di massa. Nel totalitarismo lo stato tende a penetrare nel sistema sociale, togliendogli ogni aspetto di autonomia (per esempio organizzando i sindacati, la scuola, il tempo libero, la cultura) e proponendosi di combattere la vita politica, ma anche di manipolare e trasformare la stessa coscienza degli individui: un regime totalitario tende perciò a mobilitare e a “politicizzare” le masse, attribuendo ad ogni fenomeno ed evento (anche a quelli più lontani dalla politica, come lo sport) un carattere politico.
Con l’espressione “totalitario” si intendono solitamente i regimi dittatoriali instauratisi in Germania, Unione Sovietica e Italia con la fine della Grande Guerra. Tuttavia, secondo Hanna Arendt, scrittrice del libro “Le origini del totalitarismo” (1951) e studiosa del fenomeno, e altri, forme “storiche” di totalitarismo sono state nazismo e stalinismo, mentre il fascismo è considerato un “totalitarismo imperfetto” perché non riuscì mai ad esercitare un totale controllo sulle masse e sulla società italiana, poiché il suo potere era fortemente limitato da due forti istituzioni: la Corona e la Chiesa.
Per quanto riguarda il re, egli non si dimostrò mai un effettivo pericolo per Mussolini, anche perché non intervenne mai contro di lui. Per quanto riguarda la Chiesa, un’entità molto forte in Italia, Mussolini cercò di prendere subito accordi (“Patti Lateranensi”) con il Papa, per evitare che questi intervenisse a suo svantaggio. In ogni caso, il fascismo si è dimostrato più debole degli altri regimi anche perché, mentre nazismo e stalinismo hanno sempre cercato di subordinare lo Stato al partito, in Italia è avvenuto il contrario: al centro del regime c’era lo Stato. Inoltre il fascismo ha “riciclato” l’amministrazione del periodo precedente che ha potuto “fascistizzare” solo superficialmente.
Resistenza
Clandestinità
Neolingua
Nemico comune
Controllo della propaganda
Delle menti e falsificazione della storia
Bipensiero
1984: Grande Fratello
Piani economici
Partito unico
Fratello
Negazione dei sentimenti
Burocrazia
Guerra
Associazioni giovanili e dello sport
Repressione di ogni libertà
Confronto fra il Grande Fratello e i regimi totalitari del ’900
Attraverso un’attenta analisi, si possono individuare, nel regime del Grande Fratello descritto da Orwell, precisi riferimenti storici ai totalitarismi nati e sviluppatisi nel corso del ’900. Come si può osservare nello schema rappresentato nella pagina precedente, infatti, i diversi aspetti della dittatura del Socing riprendono e alcune volte coincidono con le caratteristiche degli
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Tesina sui totalitarismi
Storia: i totalitarismi.
Italiano: Giuseppe Ungaretti, Luigi Pirandello, Gabriele D'Annunzio, Eugenio Montale.
Tedesco: der Nazismus.
Spagnolo: el Franquismo.
St. dell'arte: l'arte totalitaria.