Dumkov
La Luna
La Luna, il corpo celeste che illumina le nostre notti, è da sempre oggetto di credenze e miti, sviluppatisi nel corso della storia.
Nel 1609 Galileo osservò il nostro satellite naturale con il telescopio e smentì la credenza che fosse un corpo etereo, infatti ne vide la superficie, simile a quella terrestre.
Nei primi anni del ’900 si credeva che sulla Luna ci fosse un’atmosfera, che fosse possibile la vita, ma solo dopo il secondo conflitto mondiale, durante la Corsa allo Spazio, si fecero enormi progressi nella conoscenza del nostro satellite.
Dal punto di vista umanistico, invece, vediamo che il fascino della Luna aveva catturato l’attenzione degli uomini, sin dai tempi più antichi: filosofi che discutevano sulle sue caratteristiche, religiosi che la divinizzavano, poi poeti che la decantavano e pittori che ne coglievano la luce per dipingerla su una tela.
Nel mio percorso, sono partito da due materie umanistiche per analizzare il significato della Luna per tre grandi artisti: Leopardi, Van Gogh e Friedrich.
Ho esaminato il modo in cui essi l’avevano interpretata e la possibilità di collegare forme d’arte diverse e di tempi diversi.
Per quanto riguarda la Luna dal punto di vista scientifico, ho ripercorso le fasi cruciali della Corsa allo Spazio, dallo sviluppo dei razzi come motore delle sonde, alle navicelle spaziali e all’allunaggio.
A ciò segue una descrizione delle più importanti caratteristiche del nostro satellite naturale che sono state verificate solo grazie all’invio di sonde o persone per portare a terra campioni da esaminare.
Vediamo la composizione rocciosa, la presenza di acqua, la mancanza di un’atmosfera, e le teorie degli scienziati riguardo alla sua formazione.
Iniziamo questo viaggio al fianco di Leopardi, seguendo un filo conduttore artistico alquanto malinconico.
Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837) viene considerato il maggior poeta italiano dell’Ottocento.
Aspetto importantissimo della sua poesia sono le riflessioni filosofico-esistenziali per le quali viene definito precursore dell’esistenzialismo.
Le sue domande sul senso della vita e sul male di vivere portano il suo pensiero ad un’evoluzione dal pessimismo storico al pessimismo cosmico, ovvero dalla sofferenza del singolo soggetto all’universalizzazione di questo male della vita.
Lo sviluppo di questo pensiero può essere analizzato considerando il suo rapporto con la natura, quindi il passaggio da una Natura consolatrice ad una Natura matrigna, rappresentata dall’immagine della Luna.
Vediamo quindi come si evolve la filosofia esistenzialista leopardiana in base al ruolo della Luna in tre suoi componimenti: «Alla Luna» e «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia» dalla raccolta «Canti»; «Dialogo della Terra e della Luna» dalle «Operette morali».
Iniziamo analizzando «Alla Luna» ed eccone il testo:
O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!
pag. 1
Leopardi scrisse questa poesia nel 1820.
Il poeta apre serenamente la composizione, ricordandosi «dell’ermo colle», ma subito al terzo verso vengono espressi dolore e angoscia.
Nella poesia Leopardi esprime il suo pensiero riguardo al ricordo del dolore passato come fonte di piacere, in quanto consolazione della condizione presente.
Questo ricordo mostra però che dopo un anno la sua condizione non è cambiata: «travagliosa era mia vita: ed è».
Vi è comunque una sorta di riconciliazione con la natura, una natura benigna ed amica dell’uomo, così come amica è la «diletta luna», forza rasserenatrice a cui il poeta confida le sue riflessioni più profonde.
In questa fase della poetica leopardiana vediamo come il pessimismo non sia «cosmico», bensì riguardi ancora solamente la vita del poeta.
In questa fase la Natura è protettrice dell’uomo: qui è simboleggiata dalla Luna, che con la sua calda luce abbraccia il poeta e il suo animo tormentato col fine di rasserenarlo e consolarlo.
Con lo sviluppo del pensiero leopardiano però vediamo che la natura perde la sua funzione consolatrice ed assume una connotazione negativa, diventando una «natura matrigna», una forza passiva che si limita a creare e distruggere ciclicamente, senza distinzioni tra gli esseri viventi.
Il poeta non trova più nessun conforto nella natura poiché essa passivamente compie il suo corso.
Questa evoluzione del pensiero viene perfettamente esposta da Leopardi in quella che può essere considerata una summa della sua filosofia: «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia», scritta tra il 22 ottobre 1829 e il 9 aprile 1830.
Eccone il testo:
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
pag. 2
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.
Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
pag. 3
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perché giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
pag. 4
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.
Con questa composizione, il cui soggetto del pastore gli era stato ispirato da un articolo del «Journal des sevants», Leopardi vuole mostrare come il dolore dell’esistenza riguardi chiunque, ricco o povero, colto o analfabeta.
Anche qui, come nella precedente poesia, il poeta si rivolge alla Luna, ma ora si pone domande esistenziali sul significato della vita, il motivo ed il fine della ripetitività delle azioni e degli eventi.
Nella I strofa tra queste domande che rimarranno senza risposta, si prendono in esame il corso lunare e la vita del pastore, entrambi gli eventi si ripetono quotidianamente, nello stesso modo, ma resta ignoto «ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?» vv. 18-20.
A questi quesiti segue, nella II strofa, una lunga similitudine in cui l’esistenza e la vita appaiono come un lungo ed estenuante viaggio attraverso innumerevoli fatiche e sofferenze per finalmente giungere sull’orlo di un «abisso orrido, immenso» (verso 35): la morte, che tutto cancella.
Questa sofferenza esistenziale che viene illustrata alla Luna segue nella III strofa con la spiegazione che il dolore inizia già alla nascita.
Considerando tutti questi aspetti dell’esistenza sorgono spontanee altre domande sul senso della vita e sul perché l’uomo la sopporti sapendo ciò che dovrà attraversare.
Forse però questa riflessione non interessa alla Luna, che quasi certamente conosce già il significato di ogni cosa, a differenza del pastore e dello stesso poeta, i quali non possono far altro che contemplare la natura.
La IV strofa si conclude con l’affermazione che il male è l’unica certezza tra tante domande senza risposta: il poeta non è in grado di comprendere quale sia il bene degli avvenimenti, cosa che lo convince che «a me la vita è male», verso 104.
Nella V strofa s’introduce il tema dalla noia, il tedio che attanaglia l’uomo: forse le pecore nel gregge non provano la sofferenza né la noia nella ripetitività, a differenza del pastore che per questo motivo le invidia.
Nella VI ed ultima strofa il pastore si rende conto che forse a non essere uomo sarebbe più felice, ma quasi certamente si sbaglia poiché la sofferenza è ovunque, tutti i viventi soffrono: «è funesto a chi nasce il dì natale».
Il poeta è arrivato a dimostrare il pessimismo cosmico, il dolore dell’esistenza non più solo dell’uomo, ma di qualunque vivente.
In questa nuova concezione vediamo come cambia il ruolo della natura, sempre simboleggiata dalla Luna.
Mentre inizialmente ascolta il poeta e lo consola, ora si trova in cielo, alta e superba, fredda e passiva, forse sente il canto del pastore ma non lo ascolta e nemmeno dà risposte alle sue numerose domande.
Forse questa Luna non è in grado di comunicare all’uomo le sue vaste conoscenze, oppure è solo un muto ascoltatore che si trova in quella posizione solo perché è quello il suo ruolo nella natura.
La Luna è diventata una presenza casuale nella vita dell’uomo: potrebbe essere definita un «sasso che poteva esserci come non esserci» senza poter rasserenare l’animo umano, afflitto dal dolore e dal «tedio» della quotidianità di un’esistenza senza un fine.
Dialogo della Terra e della Luna
Leopardi darà però la parola alla Luna in una delle sue «Operette morali»: «Dialogo della Terra e della Luna», scritto nell’aprile del 1824.
Questa particolare composizione di Leopardi consiste in un dialogo tra la Terra e la Luna.
La Terra apre il discorso richiamandosi alla propria armonia, quindi un richiamo al classicismo ed ai poeti che parlavano del satellite della Terra descrivendolo spesso come una persona; essa pone alla Luna varie domande, ma non si rende conto che sono due mondi totalmente differenti e cose ovvie per la Terra sono sconosciute alla Luna, come popoli e società.
pag. 5
La Terra infatti non riesce a comprendere come la Natura possa aver creato l’universo non conforme ad essa.
Quindi, con un richiamo ad Ariosto chiede se sulla Luna ci sono tutte le virtù che la Terra ha perso, ma la prima risponde che ci sono solo mali, come su qualsiasi altro corpo celeste: «il male è cosa comune a tutti i pianeti dell’universo».
Importanti sono anche le altre citazioni di famosi fisici e astronomi, letterati oppure riguardanti la mitologia classica, tutte fatte dalla Terra per dimostrare la sua presunta superiorità culturale, quando invece non è a conoscenza di semplici «verità naturali».
Leopardi arriva così ad esplicitare il pessimismo cosmico: il male non riguarda solo i viventi della Terra, ma si trova ovunque nell’universo.
La stessa Luna che inizialmente consolava il poeta, poi ascolta passivamente il pastore negandogli la possibilità di una spiegazione alle sue domande e confermando il male dell’esistenza sulla Terra.
La Luna, ora in grado di parlare, non consola né svela verità nascoste, ma riconferma e ribadisce che il male si trova ovunque: un male cosmico e universale.
Ecco il testo del «Discorso della Terra e della Luna»:
Terra. Cara Luna, io so che tu puoi parlare e rispondere; per essere una persona; secondo che ho inteso molte volte da’ poeti: oltre che i nostri fanciulli dicono che tu veramente hai bocca, naso e occhi, come ognuno di loro; e che lo veggono essi cogli occhi propri; che in quell’età ragionevolmente debbono essere acutissimi.