Liceo scientifico
Enrico Fermi
Alunna: Zimbardi Valentina
Classe: V A
Anno scolastico: 2007/2008
Maturità scientifica
Argomenti
- Latino: La satira latina.
- Inglese: Gulliver’s Travels by Jonathan Swift.
- Storia: La satira durante il ventennio fascista.
- Italiano: Eros e Priapo: da furore a cenere di Emilio Gadda.
- Filosofia: Kierkegaard: l’ironia; Freud: il motto di spirito.
- Geografia astronomica: Galileo “l’ammazza Bibbia”.
- Matematica: i limiti - teorema del confronto (Teorema dei Carabinieri).
La satira
La libertà è una risata
La satira può essere considerata come una forma di libertà perché attraverso la risata veicola delle piccole verità, semina dubbi, smaschera ipocrisie, attacca i pregiudizi e mette in discussione le convinzioni.
La satira, storicamente e culturalmente, risponde ad un’esigenza dello spirito umano: l’oscillazione tra sacro e profano. Essa si occupa da sempre di temi rilevanti, principalmente la politica, la religione, il sesso e la morte, e su questi propone punti di vista alternativi.
Questo, assieme ai temi rilevanti che affronta, la distingue dalla comicità e dallo sfottò (la presa in giro bonaria), nei quali l’autore non ricorda fatti rilevanti e non propone un punto di vista ma solo del “colore”.
Il ruolo della cultura in genere e di quella satirica in particolare è quello di contrastare il Potere, svelarne gli intrighi e insomma mettere a nudo il potere.
Nella satira confluiscono diversi aspetti: la comicità, il carnevalesco, l’umorismo, l’ironia e il sarcasmo.
- Con il comico condivide la ricerca del ridicolo nella descrizione di fatti e persone;
- Con il carnevalesco condivide la componente “corrosiva” e scherzosa con cui denunciare impunemente;
- Con l’umorismo condivide la ricerca del paradossale con cui produce spunti di riflessione morale;
- Con l’ironia condivide il metodo socratico di descrizione decostruttiva; aspra, pungente e offensiva;
- Con il sarcasmo l’ironia con cui mette in discussione ogni autorità costituita.
Essa ha in genere un contenuto etico normalmente attribuito dall’autore, che generalmente viene condiviso dal popolo; anche per questo ne sono oggetto privilegiato personaggi della vita pubblica che occupano posizioni di potere.
Queste stesse caratteristiche sono state sottolineate dalla Corte di Cassazione che si è sentita in dovere di dare una definizione giuridica di cosa debba intendersi per satira:
“È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo, cioè verso il bene”.
Storia
La satira nell’antichità
La satira (dal latino satura lanx, nome di una pietanza mista e colorata) è una forma libera e assoluta del teatro, un genere della letteratura e di altre arti caratterizzato dall’attenzione critica alla politica ed alla società, mostrandone le contraddizioni e promuovendo il cambiamento.
Sin dall’Antica Grecia la satira è sempre stata fortemente politica, occupandosi degli eventi di stretta attualità per la città (la polis), ed avendo una notevole influenza sull’opinione pubblica ateniese, proprio a ridosso delle elezioni. Per questo motivo è sempre stata soggetta a violenti attacchi da parte dei potenti dell’epoca.
Le origini della satira nella letteratura europea si confondono evidentemente con quelle della letteratura comica, il cui inizio è attribuito tradizionalmente a Omero. La commedia greca di Aristofane fa della satira politica un ingrediente fondamentale.
Ma la vera codificazione come genere letterario, anch’essa frutto di un’evoluzione italica parallela, avviene nella letteratura latina. La satira nasce tra il III e il II secolo a. C. ad opera di Ennio, e si può considerare il primo genere originale della letteratura latina, al contrario di tutti gli altri, di origine greca; Quintiliano affermerà: “Tota nostra est”.
La satira nasce come una polemica diretta ad obiettivi mirati, molte volte con temi moraleggianti che riguardano i più svariati argomenti, questo succede perché non ha schemi fissi che le donano la rigidità tipica di altri generi, ma si basa interamente sullo stile dello scrittore.
Medioevo e Rinascimento
La satira ebbe ampio uso nella poesia orale giullaresca di cui ci sono pervenuti alcuni frammenti scritti. In tempi di potere assoluto questo ruolo era esercitato dai giullari di corte col beneplacito del sovrano, ma poi, il gioco diventò più duro e la cultura (e la satira) dette l’assalto al palazzo dell’assolutismo, politico e religioso.
In particolare va notata la compresenza in Dante di un registro comico realistico in corrispondenza della critica corrosiva alle personalità che lo avevano disconosciuto ed esiliato, fino ad allargarsi a una visione critica dell’intera società a lui contemporanea.
Illuminismo
La filosofia dei Lumi usò largamente la satira, contro i dogmatismi della religione e i privilegi dei nobili. Esempi di satira in questo periodo sono: Giuseppe Parini (Il Giorno) e Swift, il grande iniziatore del romanzo settecentesco I viaggi di Gulliver, che sosteneva: “La satira è una sorta di specchio, dove gli osservatori in genere vedono le facce di tutti tranne la loro”.
La satira durante il ventennio fascista
Durante il ventennio fascista la satira venne duramente repressa e molti oppositori, che manifestavano il proprio dissenso attraverso scritti o disegni umoristici, vennero perseguitati e spesso arrestati o condannati al confino (un nome su tutti quello di Galantara, già animatore di riviste come L’Asino e Il Becco Giallo).
A livello di facciata, però, Mussolini, che fu anche giornalista, non volle dare l’impressione di soffocare del tutto la satira e pensò quindi di portarla dalla propria parte; si diffusero o nacquero ex novo riviste satiriche fasciste (ad esempio Il 420 a Firenze abbracciò in pieno l’ideologia fascista, Mino Maccari fondò Il Selvaggio e Leo Longanesi L’Italiano) e alcuni quotidiani pubblicarono vignette e disegni satirici in prima pagina.
Fu il caso questo per esempio de “Il Popolo d’Italia”, diretto dallo stesso Mussolini: il disegnatore era uno dei più affermati artisti italiani:
Mario Sironi
La satira oggi
Nel significato popolare contemporaneo, si tende ad identificare la satira con l’umorismo e, in qualche caso, con la comicità; talvolta, poi, si intende per satira anche qualsiasi attacco letterario o artistico a personaggi del potere politico, sociale o culturale, o più genericamente vi si include qualsiasi critica pungente al potere.
In questo atteggiamento volto a osservare il reale attraverso la lente dell’ironia, scanzonata o riflessiva, la disposizione satirica continuò a vivere, a partire dal Medioevo, che le diede voce soprattutto nelle favole allegoriche, fino ai giorni nostri, in cui si esercita sia in vesti letterarie sia in altre forme: dal teatro al cinema, dalla battuta giornalistica al fumetto e alla trasmissione televisiva, raggiungendo a volte un elevato livello artistico – si pensi alla vera satira del Premio Nobel Dario Fo – ma molto spesso scadendo nella banalità dell’intrattenimento di basso popolo e di gusto discutibile.
Storia della satira latina
Satura quidem tota nostra est
Satura quidem tota nostra est afferma Quintiliano nell’Institutio oratoria (X, 1, 93), intendendo sottolineare che questo genere è il solo che non abbia il suo corrispondente nella letteratura greca e che debba la sua origine e le sue caratteristiche al mondo romano, anche se, a ben guardare, non mancano nel panorama letterario ellenico esempi di opere per così dire “satiriche”, caratterizzate da ironia e da umorismo, come i giambi di Callimaco, la Diatribe di Bione di Boristene, le Satire Menippee (un misto di prosa e versi) di Menippo di Gadara o anche i Dialoghi di Luciano di Samòsata.
Restringendo la nostra indagine a Roma, il primo esempio di satira è quello della fase preletteraria, in cui, come si ricorderà, compare come genere drammatico, nato probabilmente dalla contaminazione di manifestazioni diverse (recitazione, danza, musica).
Il termine, secondo Varrone, è probabilmente riconducibile alla locuzione satura lanx, che serviva ad indicare un piatto ricolmo di varie primizie da offrire in dono votivo agli dei.
Durante queste feste oltre alle oscenità pronunciate per favorire la fertilità, viene preparata una focaccia impastata con farina d’orzo, formaggio, uvetta ed altri ingredienti come se fosse un casatiello campano.
Altra ipotesi fatta da Diomede è quella che il termine satira si collocherebbe così, nella sua forma spontanea, alle feste (fosse anche da questo viene il nome stesso) in cui si scambiavano invettive scherzose.
L’utilizzazione del termine satura per questo genere di composizioni starebbe a dimostrare il loro carattere estremamente composto.
Tuttavia non manca anche chi riconduce il termine ai Satyri, esseri della mitologia greca in possesso di un corpo metà umano e metà da babbuino, con orecchie, piedi e code caprini.
Ben presto, però, la satira perse il suo carattere “teatrale” per diventare un genere che aveva come temi la critica dei costumi, la riflessione filosofica e moraleggiante e, più in generale, la rappresentazione della realtà.
Così, ad esempio, le Saturae di Ennio in quattro o sei libri, di cui possediamo alcuni frammenti, composte in metro vario, affrontavano argomenti molteplici, secondo l’ottica che abbiamo appena indicato e probabilmente costituiscono l’archetipo del genere letterario satirico così come lo conosciamo dalle opere di Lucilio, Orazio, Persio e Giovenale.
Tuttavia il primo autore di satire, il vero e proprio inventor del genere fu sicuramente Lucilio, vissuto durante l’età dei Gracchi, il quale compose ben trenta libri di satire in versi polimetri, di cui ci restano più di 1300 versi in frammenti.
La satira luciliana è di tipo essenzialmente politico e risente del clima di quell’età, in cui si diffuse notevolmente l’otium, una forte tendenza all’individualismo, la riscoperta della sfera del privato.
Pertanto la satira di Lucilio esprime in maniera forte e chiara i valori della soggettività; la sua è una satira personale che spazia dal quotidiano al mondo della polemica letteraria, dalla lotta politica all’amore e così via, con l’intento di sottolineare l’autonomia della persona umana che non intende farsi strumento di niente e di nessuno.
Dopo Lucilio occorre attendere qualche anno per vedere rifiorire questo genere; fu, infatti, Varrone Reatino (116-27 a.C.) a comporre le Saturae Menippeae, delle quali possediamo circa 600 frammenti.
L’opera, scritta secondo i canoni di Menippo di Gadara in prosa e in versi, affronta temi moraleggianti, assumendo come pietra di paragone il mos maiorum.
Ma il più grande autore satirico di tutta la romanità è certamente Orazio, che rifiuta il modello menippeo per rifarsi direttamente a Lucilio, anche se, è bene ricordarlo, ne condanna alcuni difetti come l’abitudine di comporre di getto senza troppo curarsi di una accurata revisione formale (limae labor) e di scrivere quindi versi colmi di detriti (cum flueret lutulentus erat quot tollere velles).
A parte il gusto per la perfezione formale che in Orazio è grandissimo, è da dire che la satira oraziana appare assai diversa rispetto a quella di Lucilio.
Essa, infatti, non contiene affatto quella visione polemica che caratterizza i componenti dell’inventor del genere ed appare, invece, come una misurata e pacata conversazione alla buona (così si spiega il titolo sermones) sui vizi più notevoli della società del suo tempo.
Satira di costume, quindi, quella di Orazio, con un forte contenuto filosofico, ispirato in massima parte alla diatriba storico-cinica di Bione di Boristene e con un tono che mai assume carattere predicatorio, privilegiando, invece, un atteggiamento di umana comprensione.
Un ruolo importante svolge la satira nell’età successiva, quella dei Giulio-Claudi (14 d.C. - 68 d.C.); essa infatti, si qualifica come genere che intende fustigare in maniera intransigente i costumi corrotti della società del tempo, sulla base di una forte connotazione moralistica e filosofica.
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