“Ludere et ledere”
- La Satira contro i difetti degli uomini -
Esame di stato
Anno scolastico 2007/2008
Silvia Sinisi
Alunna: 1
La Satira è un genere ben delineato ma condivide diversi aspetti con altri generi, tra cui:
- Comico, con cui condivide la ricerca del ridicolo nella descrizione di fatti e persone;
- Carnevalesco, con cui condivide la componente “corrosiva” e scherzosa con cui denunciare impunemente;
- Umoristico, con cui condivide la ricerca del paradossale e dello straniamento con cui produce spunti di riflessione morale;
- Ironico, con cui condivide il metodo socratico di descrizione antifrasticamente decostruttiva;
- Sarcastico, con cui condivide il ricorso peraltro limitato a modalità amare e scanzonate con cui mette in discussione ogni autorità costituita.
Ma per poter meglio comprendere cosa sia effettivamente la Satira, la Corte di Cassazione si è sentita in dovere di dare una definizione giuridica di cosa debba intendersi per satira:
“È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene”.
(Prima sezione penale della Corte di Cassazione, sentenza n. 9246/2006) 2
3
1. Aristofane e la commedia della satira politica
Pur essendo un genere totalmente latino, tanto che Quintiliano afferma “Satura tota nostra est”, la satira richiama per molti aspetti il teatro comico del mondo greco. Nel periodo che va dal V secolo a.C. ai primi anni del IV secolo a.C., quindi nell’ ἀρχαίᾳ, possiamo ritrovare uno dei principali autori di commedie, Aristofane.
Aristofane nacque ad Atene verso il 444 a.C. e morì circa nel 385 a.C. Nel corso della sua vita scrisse numerose commedie tra cui Gli Acarnesi, I Banchettanti, I Cavalieri, Le Ecclesiazuse, La Lisistrata, Le Nuvole, La Pace, Il Pluto, Le Rane, Le Tesmoforiazuse, Le Vespe, Gli Uccelli.
Quella di Aristofane è in genere una satira personale, come è nel carattere della commedia antica, che ha spesso contenuto politico poiché si inserisce nella vita della città. Accanto alla critica politica è la satira letteraria, diretta soprattutto contro Euripide, di proposito nelle Tesmoforiazuse e nelle Rane, quest'ultima scritta poco dopo la morte del poeta. Assai prossima come intenzione alla critica euripidea è quella rivolta contro Socrate, che nelle Nuvole è accomunato ai sofisti. Le Nuvole sono spesso oggetto di studio anche da parte di chi ambirebbe poter dare contorni più precisi alla figura storica di Socrate, ma in realtà la satira di Aristofane è piuttosto generica: è in fondo la critica che il non filosofo, farà sempre del filosofo, anche se nel caso particolare essa si concretizza proprio in quelle accuse che saranno poi il fondamento dell'azione giuridica intentata contro Socrate da Meleto.
Le “Nuvole”
Nelle Nuvole, viene rappresentato il forte contrasto generazionale tra un padre, ed un figlio.
Strepsiade è un campagnolo all’antica che sposò una donna nobile di stirpe, piena di ambizioni e pretese. Dalla loro unione nasce Fidippide, allevato dalla madre come i rampolli delle famiglie altolocate e con la passione per i cavalli. Per accontentare ogni capriccio del figlio, Strepsiade si è riempito di debiti e non riesce a dormire. Si ricorda però che ad Atene esiste una scuola, il “Pensatoio” diretta da Socrate, dove pagando si può apprendere l’arte di vincere qualunque causa, anche la meno fondata, attraverso la favella. Pensò subito di iscrivervi il figlio, così avrebbe potuto dimostrare ai creditori che non avevano alcun motivo per chiedere indietro i loro soldi, ma Fidippide si rifiutò e così a Strepsiade non rimase altro che apprendere egli stesso la nuova cultura. Giunto al Pensatoio, viene accolto da Socrate che si trova sospeso tra il soffitto e il pavimento per non essere influenzato dagli influssi celesti e terrestri, e dai suoi discepoli che si trovano immersi nella risoluzione di grandi problemi tra cui quello di misurare il salto di una pulce in rapporto alla dimensione delle sue zampe o di scoprire se il ronzio delle zanzare venga dalla loro bocca o dal loro posteriore. Rimasto colpito da tutta quella sapienza, Strepsiade chiede di fare l’esame di ammissione, ma lui è troppo vecchio e ignorante per essere accettato nella scuola e così viene cacciato in malo modo. Tornato a casa riesce a convincere Fidippide a presentarsi alla scuola. Il nuovo alunno è accolto con un agone verbale fra il Discorso giusto e il Discorso ingiusto.
Essi propongono due tipi di educazione, quella antica, che formò le generazioni passate, esempi di onestà e virtù civiche e militari, e quella moderna, seguita dagli attuali statisti, che insegna a non rispettare niente e nessuno, a godersi la vita e soddisfare qualunque capriccio, dimostrando poi di aver sempre ragione, grazie alla nuova arma della dialettica. L’agone è vinto dal Discorso ingiusto, che attira l’ammirazione di Fidippide, il quale diviene, in poco tempo, uno studente modello. Così Strepsiade, con l’aiuto del figlio, riesce a liberarsi per un po’ dai creditori. La sua gioia però è di breve durata perché, infatti, le arti oratorie del figlio, gli si ritorcono contro. Infatti, a pranzo, invitato dal padre a cantare un brano di Simonide, il giovane rifiuta, definendo un cane il famoso poeta; Strepsiade già piuttosto innervosito lo invita allora a cantare un pezzo dei poeti moderni, Fidippide non ci pensa due volte e inizia a cantare un frammento di Euripide, in cui si parla del rapporto incestuoso tra un fratello e una sorella. A questo punto il vecchio non riesce più a trattenersi e inizia a inveire contro il figlio ma quest’ultimo reagisce malmenando il padre e dimostrando poi di aver ragione. Mentre Strepsiade si abbandona impotente alla sua rabbia, le Nuvole, che formano il coro, lo rimproverano, dicendogli che è quello che si merita per aver voluto imbrogliare il prossimo. Infine Strepsiade, fuori di sé per la rabbia, si precipita al Pensatoio con una torcia accesa e lo incendia insieme ai suoi occupanti.
FIDIPPIDE: Che bella cosa avere familiarità con argomenti nuovi e geniali, e potersene infischiare delle leggi in vigore!
Io, infatti, quando mi dedicavo soltanto all’ippica, non ero capace di dire tre parole in fila senza sbagliare; ma ora che costui mi ha liberato da questi problemi e ho familiarità con opinioni, discorsi e pensieri sottili, penso di dimostrare che è giusto bastonare il proprio padre.
STREPSIADE: Allora, per Zeus, datti all’ippica, perché è meglio per me mantenere un tiro a quattro cavalli piuttosto che farmi rompere le ossa a legnate.
FIDIPPIDE: Riprenderò di là dove mi interrompesti il discorso, e per prima cosa ti chiederò questo: quando ero piccolo, mi picchiavi?
STREPSIADE: Sì, ma pensando al tuo bene e preoccupandomi per te.
FIDIPPIDE: Dimmi, allora: non è giusto che io pensi al tuo bene allo stesso modo, e che ti picchi, dato che questo è pensare al bene di qualcuno?