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Indice

Storia pag. 3 … 11

Italiano pag. 12… 13

Diritto pag. 14… 18

English pag. 19… 21

Educazione fisica pag. 22… 25

Geografia economica pag. 26… 27

Scienza delle finanze pag. 28

Economia aziendale pag. 29… 38

Diritto

Italiano Forma di governo dittatoriale

Forma di governo attuale

Gabriele D’Annunzio Economia

aziendale

Business Plan

Educazione Fisica Storia

Le Olimpiadi del 1936

a Berlino La seconda

guerra

mondiale Geografia

English Economica

La Globalizzazione

Attack on Pearl Harbor Economica

Scienza delle Finanze

La struttura della spesa

pubblica

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La seconda guerra mondiale

Introduzione

Guerra iniziata nel 1939 con l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista. In risposta all’aggressione Francia e Inghilterra dichiararono guerra ai tedeschi e il conflitto si estese fino a interessare molti paesi e aree geografiche del pianeta. Più che in qualsiasi altra guerra precedente, il coinvolgimento delle nazioni partecipanti fu totale e l’evento bellico interessò in modo drammaticamente massiccio anche le popolazioni civili. La sua conclusione nel 1945 segnò l’avvento di un nuovo ordine mondiale incentrato sulle due superpotenze vincitrici, gli Stati Uniti d’America (USA) e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).

Origini

L’esito della prima guerra mondiale aveva scontentato, per motivi diversi, tre potenze: la Germania, principale nazione sconfitta, per le perdite territoriali e per le altre pesanti condizioni imposte dal trattato di Versailles; l’Italia e il Giappone, che ritenevano insufficiente quanto ottenuto a seguito della vittoria conseguita.

Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna avevano raggiunto i loro principali obiettivi: Washington la riduzione del potere militare della Germania; Parigi e Londra un ordine mondiale funzionale ai propri interessi coloniali ed europei. Ma proprio il mantenimento del nuovo quadro risultò subito problematico, dopo che gli Stati Uniti, per volere del presidente Wilson, avevano rifiutato di entrare nella Società delle Nazioni per ritirarsi in un nuovo isolazionismo.

Nel corso degli anni Venti si fecero alcuni tentativi per giungere a una pace stabile: con la conferenza di Washington (1921-22) e gli accordi di Locarno (1925).

Tuttavia, se uno degli scopi dichiarati dai vincitori era stato di “assicurare al mondo la democrazia”, l’inadeguatezza dei risultati ottenuti emerse chiaramente dal fatto che negli anni Venti si assistette all’avvento e al progressivo affermarsi di forme di totalitarismo nazionalista-militaristico, giudicate più efficaci della democrazia nell’operare il contenimento del comunismo, da più parti visto come l’obiettivo politico prioritario.

Nel 1922 Benito Mussolini costituiva in Italia il primo regime fascista; Adolf Hitler, Führer (guida) del Partito social-nazionalista tedesco, dieci anni dopo in Germania fondò il suo progetto di Grande Reich oltre che sul richiamo a teorie basate sull’antisemitismo e sul razzismo – esaltatrici della presunta superiorità della razza ariana – sulla prospettiva politica di abolire l’“ordine di Versailles” e assicurare lo spazio vitale al regime totalitario che avrebbe dovuto raccogliere tutti i tedeschi. La Grande Depressione, inoltre, affliggeva in maniera particolarmente grave la Germania, quando Hitler, dopo aver vinto le elezioni ed essere stato nominato cancelliere, in breve assunse pieni poteri. Quanto al Giappone, pur non esistendovi formalmente un regime fascista, il ruolo svolto dalle forze armate nel governo civile del paese era preponderante e si ispirava alla volontà di rimettere in discussione gli equilibri internazionali sin lì definiti.

Nel marzo del 1936, dopo aver annunciato il riarmo nazionale in violazione del trattato di pace di Versailles, Hitler occupò militarmente la Renania (il cui status di zona smilitarizzata era stato definito sia a Versailles sia dagli accordi di Locarno), sollevando solo una flebile protesta da parte di Londra e Parigi. Seguì un altro passaggio preparatorio all’applicazione del programma espansionistico, segnato dall’intervento nella guerra civile spagnola (1936-1939) al fianco dei ribelli franchisti e in collaborazione con il futuro alleato Mussolini, fondatore in quegli anni dell’impero coloniale italiano in Etiopia.

Tra il 1936 e il 1937 una serie di accordi tra Germania, Italia e Giappone formalizzò lo stabilirsi di un Asse Roma-Berlino-Tokyo che univa in alleanza i tre regimi “forti” della scena internazionale.

L’espansionismo nazista in Europa

L’annessione dell’Austria (Anschluss) nella primavera del 1938 fu il primo passo verso la realizzazione del progetto hitleriano di ricostituzione della Grande Germania. Mussolini appoggiò l’alleato, mentre britannici e francesi ancora una volta mancarono di intervenire con decisione, liquidando la vicenda come una questione interna tedesca.

Nel settembre successivo fu la volta delle rivendicazioni naziste sulla regione dei Sudeti, al confine occidentale della Cecoslovacchia, abitata da una popolazione a maggioranza tedesca. Nel marzo del 1939, Hitler occupò tutta la Cecoslovacchia, spingendo Londra a siglare un accordo di garanzia con la Polonia, obiettivo dichiarato dell’espansionismo nazista.

Uno sviluppo inatteso si ebbe il 23 agosto 1939 con la firma a Mosca di un trattato di non aggressione tra Germania e URSS (patto Molotov-Ribbentrop), che peraltro in un protocollo segreto concordavano di spartirsi l’Europa centro-orientale, attribuendo all’Unione Sovietica Finlandia, Lituania, Estonia, Lettonia, Polonia orientale e Romania.

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Il 1° settembre 1939 i tedeschi invasero la Polonia. Due giorni dopo Francia e Inghilterra dichiararono guerra alla Germania; trincerati dietro la linea Maginot, i francesi non erano in realtà nella condizione di attaccare l’opposta linea Sigfrido tedesca, che pure non era protetta a sufficienza dalle truppe, impegnate sul fronte polacco.

Prima fase: predominio delle potenze dell’Asse

La guerra lampo in Polonia

Il 1° settembre cominciarono i bombardamenti delle reti ferroviarie polacche. Dopo quattro giorni due gruppi armati, uno proveniente dalla Prussia orientale e un altro dalla Slesia, attraversarono le frontiere indirizzandosi verso Varsavia e Brest. Tra l’8 e il 10 settembre i tedeschi avanzarono verso Varsavia. Il 17 l’Armata Rossa varcò il confine occupando la Polonia orientale. Il 20 settembre tutta la Polonia era nelle mani dei tedeschi e dei sovietici.

La guerra finnico-sovietica e il fronte norvegese

Il 30 novembre 1939 l’Unione Sovietica dichiarò guerra alla Finlandia, questo atto fu condannato dall’opinione pubblica mondiale. Temendo l’intervento di altre potenze a fianco della Finlandia, Stalin concluse la pace il 12 marzo 1940, assicurando all’URSS concessioni territoriali; la Finlandia rimaneva indipendente. Il 2 aprile Hitler ordinò di attaccare la Norvegia e la Danimarca. La Danimarca si arrese immediatamente.

I norvegesi, appoggiati dai soldati britannici e francesi, resistettero in un primo momento, riuscendo anche a far ritirare i tedeschi fino al confine svedese, ma in seguito, a causa delle sconfitte militari nel territorio francese, questi ultimi dovettero ritirare le loro truppe dando così via libera all’avanzata dei tedeschi.

I Paesi Bassi

Nella primavera del 1940 Hitler decise di sferrare l’attacco nelle Ardenne, cogliendo di sorpresa il comando anglofrancese.

Il 10 maggio forze aeree tedesche atterrarono in Belgio e in Olanda occupando aeroporti e nodi stradali.

L’esercito olandese si arrese il 14 maggio, poche ore dopo il bombardamento di Rotterdam. Lo stesso giorno, l’esercito tedesco, comandato dal generale Gerd von Rundstedt, attraversò le Ardenne cogliendo alle spalle le armate britanniche e francesi.

La sconfitta della Francia

Il 26 maggio, inglesi e francesi furono respinti a Dunkerque e riuscirono a trovare scampo solo grazie a una gigantesca operazione di evacuazione della regione costiera, da cui ripiegarono drammaticamente per scampare alla cattura. Intanto Leopoldo III, re del Belgio, firmava la resa due giorni dopo.

La linea Maginot era intatta, ma la manovra tedesca aveva spiazzato il comandante francese, generale Maxime Weygand, che non riuscì a difendere Parigi. Il 10 giugno il governo abbandonò la capitale; lo stesso giorno anche l’Italia dichiarò guerra alla Francia. Il 17 giugno il maresciallo francese Henri-Philippe Pétain chiese l’armistizio che assicurava ai tedeschi il controllo del Nord della Francia e della costa atlantica.

Pétain stabilì a Vichy, nel Sud, un governo collaborazionista, che rimase fedele all’Asse sino alla fine della guerra.

La battaglia d’Inghilterra

La Gran Bretagna, ora sotto la guida del primo ministro Winston Churchill, era rimasta sola ad affrontare la Germania. Nell’estate del 1940 l’aviazione tedesca avviò l’offensiva aerea nel tentativo di annientare la Royal Air Force (RAF), scatenando la battaglia d’Inghilterra. Nell’agosto iniziarono i bombardamenti dei porti e degli aeroporti inglesi e, nel mese di settembre, quello di Londra. L’aviazione e la popolazione civile inglesi non cedettero e Hitler dovette rinunciare all’invasione. Fu la prima sconfitta tedesca.

L’Italia in guerra

Fin dal 1939 Mussolini aveva assistito con preoccupazione alla crescente spinta espansionistica dell’alleato tedesco, che rischiava di mettere l’Italia in una posizione del tutto marginale nel futuro ordine europeo e mondiale. Era maturata nel Duce la convinzione che l’Italia dovesse prepararsi a combattere una guerra parallela a quella dei tedeschi, in aree geograficamente circoscritte, al fine di trarre il massimo vantaggio al tavolo della pace. Il momento di dichiarare guerra si avvicinava man mano che la Germania travolgeva le linee avversarie e si espandeva in Europa, a est come ad ovest. Era tuttavia palese l’inadeguatezza dell’esercito italiano ad assumere un ruolo militare pari a quello tedesco. Perciò era giocoforza puntare a operazioni di guerra di breve durata, in punti marginali del conflitto, confidando nella resa dell’Inghilterra, fatto questo che nell’estate del 1940 poteva apparire probabile.

Il 10 giugno 1940 Mussolini annunciò con enfasi l’entrata in guerra dell’Italia contro la Francia e l’Inghilterra.

Quindi fece muovere le truppe sul versante alpino, tra il Moncenisio e il mar Ligure, per invadere da sud la Francia, già messa in ginocchio dalla ben più possente invasione tedesca. Poco addestrati e male

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equipaggiati i soldati italiani avanzarono con estrema lentezza attraverso le Alpi e sulla costa. A causa di ciò l’Italia ottenne un magro bottino, che non legittimava le richieste avanzate da Mussolini a Hitler, ben più consistenti (la Corsica, Nizza, la Tunisia, Gibuti, la Francia meridionale fino al Rodano).

L’Africa settentrionale e i Balcani

Nel settembre del 1940 Mussolini ordinò di attaccare l’Egitto, importante base britannica, ma fu respinto dagli inglesi che occuparono parte della Libia, colonia italiana. In ottobre il Duce decise di attaccare la Grecia, senza preventiva comunicazione all’alleato tedesco che ne venne informato quando le operazioni erano già in corso. Anche in questo caso l’Italia si metteva sulla scia della Germania, che aveva deciso di proteggere militarmente i pozzi petroliferi della Romania, per sfruttarne la forza d’urto e ristabilire un più equilibrato rapporto militare.

L’attacco partì dall’Albania e anche in questa circostanza l’impreparazione risultò lampante. Dopo due settimane i greci erano in grado di controbattere, mentre gli inglesi impedivano l’utilizzo della flotta silurando tre corazzate nel porto di Taranto. All’inizio del 1941 il fronte era di fatto bloccato in un conflitto di posizione che non lasciava presagire sviluppi favorevoli all’Italia. Fu a quel punto che Hitler cominciò a prefiggersi la conquista tedesca della Grecia.

Anche sul fronte dell’Africa settentrionale le controffensive inglesi avevano costretto le truppe italiane a ritirarsi precipitosamente, fino al limite occidentale del golfo della Sirte. Nel mese di febbraio del 1941 Hitler assegnò al feldmaresciallo Erwin Rommel il comando delle truppe tedesche (Afrikakorps) nell’Africa settentrionale, con lo scopo di aiutare gli alleati italiani. Tra i mesi di marzo e aprile Rommel riuscì a respingere gli inglesi, varcando il confine egiziano.

Hitler preparò quindi l’attacco alla Grecia; la Iugoslavia, che non aveva accettato di allearsi con la Germania, fu invasa. Le operazioni ebbero inizio il 6 aprile e l’esercito iugoslavo si arrese poco dopo. Subito iniziò la resistenza, a opera dei partigiani cetnici e dei partigiani comunisti guidati da Tito, che continuò per tutta la durata della guerra. Le forze italiane intervennero a fianco dei tedeschi, penetrando in territorio iugoslavo da Trieste e occupando la Slovenia, la Dalmazia e il Montenegro, fino a ricongiungersi con i contingenti provenienti dall’Albania. La Croazia, costituita in stato autonomo, divenne paese satellite dell’Italia, a cui fu annessa la Slovenia (maggio 1941).

In Grecia, Salonicco fu costretta alla resa; anche le divisioni greche, che avevano occupato quasi un terzo dell’Albania, si arresero. Il 27 aprile le truppe tedesche occuparono Atene: il re e il governo fuggirono a Creta, che tuttavia fu conquistata il mese dopo.

Seconda fase: estensione della guerra

L’anno dopo la caduta della Francia il conflitto dilagò, assumendo dimensioni mondiali. Hitler, pur conducendo nuove campagne nei Balcani, in Africa settentrionale e nei cieli dell’Inghilterra, schierava adesso il grosso dell’esercito a est, contro l’Unione Sovietica.

L’intervento degli Stati Uniti

Finora rimasti neutrali, gli Stati Uniti si prepararono allo scontro con il Giappone in Asia e nell’oceano Pacifico, stringendo nel frattempo accordi con la Gran Bretagna per determinare le strategie da seguire nell’eventualità di una loro entrata in guerra.

Gli Stati Uniti speravano in una sconfitta dell’Asse senza un loro coinvolgimento diretto, ma alla fine dell’estate del 1941 si trovarono in una posizione di guerra non dichiarata con la Germania.

Nel frattempo, le relazioni tra Stati Uniti e Giappone si erano ulteriormente deteriorate. Nel settembre del 1940 il Giappone costrinse il governo di Vichy a cedere la zona nord dell’Indocina. Gli Stati Uniti proibirono l’esportazione in Giappone di acciaio, ferro e combustibile per l’aviazione. Nell’aprile del 1941 i giapponesi firmarono un accordo di neutralità con l’Unione Sovietica, per limitare i possibili fronti di guerra in vista dello scontro con la Gran Bretagna o con gli Stati Uniti. Quando però la Germania invase l’Unione Sovietica, in giugno, decisero di rompere l’accordo, pensando a un attacco contro l’Unione Sovietica da est; in seguito cambiarono idea, e presero la fatale decisione di portare l’offensiva nel Sud-Est asiatico. Il 23 luglio il Giappone occupò il Sud dell’Indocina. Due giorni dopo Stati Uniti e Gran Bretagna risposero con l’embargo commerciale. Il 7 dicembre 1941, un’ora prima della dichiarazione ufficiale di guerra, forze aeree e navali giapponesi distruggevano la flotta americana a Pearl Harbor. Tre giorni dopo le due maggiori unità navali britanniche nel Pacifico venivano affondate. Si apriva così un nuovo fronte di guerra in Estremo Oriente.

L’invasione dell’Unione Sovietica

Lo scontro più imponente iniziò la mattina del 22 giugno 1941, quando più di 3 milioni di soldati dell’Asse invasero l’Unione Sovietica. Nonostante l’attacco fosse stato apertamente preparato da mesi, i sovietici furono colti di sorpresa. I capi militari sovietici erano convinti che una guerra lampo come quella che aveva piegato la Polonia e la Francia non sarebbe stata possibile contro l’Unione Sovietica. L’esercito sovietico era numericamente superiore a quello tedesco, forte di 4,5 milioni di soldati schierati sul confine occidentale, del doppio di carri armati e del triplo di aerei, pur tecnologicamente superati. Il primo giorno molti aerei sovietici

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furono distrutti; lo schieramento dei carri armati, dispersi tra la fanteria, era perdente nei confronti della concentrazione dei mezzi corazzati tedeschi. Gli ordini dati alla fanteria furono di contrattaccare senza ritirarsi, ma la maggior parte dei soldati sovietici cadde combattendo o fu catturata.

Prime vittorie tedesche

Per l’invasione, l’esercito tedesco era stato organizzato in tre gruppi armati – Nord, Centro e Sud – che puntarono rispettivamente verso Leningrado (attuale San Pietroburgo), Mosca e Kiev. Hitler e i suoi generali concordavano sul fatto che il problema principale era bloccare l’Armata Rossa e sconfiggerla prima che potesse ripiegare verso l’interno del paese. Il grosso dell’esercito si mosse verso Mosca. I tedeschi prevedevano di vincere in dieci settimane: era un punto essenziale, in quanto l’inverno russo avrebbe bloccato le operazioni, mentre l’impegno bellico nei Balcani aveva già causato un ritardo di tre settimane.

Mussolini decise di collaborare all’operazione Barbarossa con l’invio di un Corpo di spedizione italiano in Russia (CSIR) composto di 62.000 uomini che i tedeschi schierarono in Ucraina. Sul fronte opposto furono Churchill a offrire ai sovietici un’alleanza e Roosevelt gli aiuti consentiti dalla Legge. All’inizio d’agosto, i tedeschi erano ormai prossimi a Mosca.

I russi avevano sacrificato moltissimi soldati e armamenti per difendere la capitale. Hitler non era soddisfatto e ordinò al Gruppo Centro di spostare il grosso degli armamenti a nord e a sud per aiutare gli altri due gruppi d’invasione, fermando in questo modo l’avanzata.

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