Per tutti coloro, che almeno una volta nella loro vita
si sono guardati allo specchio con il desiderio
di cambiare quella loro immagine riflessa…
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Indice
Prefazione………………………………………. 3
Mappa concettuale……………………………….. 4
Estetismo………………………………………….. 5
Il dandy……………………………………………. 7
J.K. Huysmans…………………………………… 10
A rebours………………………………………… 11
G. D’Annunzio…………………………………… 14
Il piacere…………………………………………. 21
La beffa di Buccari……………………………… 25
Il volo su Vienna………………………………… 27
L’impresa di Fiume……………………………… 30
O. Wilde…………………………………………… 32
The picture of Dorian Gray……………………… 33
A.V. Beardsley…………………………………… 36
Riflessione………………………………………… 39
L’argilla…………………………………………… 40
La cartapesta……………………………………… 43
Il costume………………………………………… 45
La progettazione scenografica…………………… 47
Bibliografia……………………………………….. 49
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Prefazione
Volo su
Vienna
Non starò qui a dilungarmi su quanto sia grande la mia stima per questo artista,
anche se chi mi conosce già lo sa, ma non mi soffermerò neppure a trattare un
“agiografia” di questo maestro della musica italiana.
Preferisco invece analizzare attraverso le sue parole, la sua musica, la sua vita e
Beffa Impres
quelle infinite sfaccettature che di lui fanno parte, ciò che in questi anni di studi
di a di
ho potuto apprendere, comprendere e fare mio.
Tracciare quei sottili e talvolta quasi impercettibili fili logici che portano questo
artista poliedrico o per meglio dire istrionico a relazionarsi con il tutto.
Fiume
In maniera semplice, armonica, talvolta prepotente, altre volte in maniera
superba come chi è sicuro di sé, talmente sicura da aver scelto lo pseudonimo
Gabriele
D’Annunzio
Zero “per ripicca verso il mondo, perché questo numero non esiste ma è alla
““Il piacere””
base di tutto e poi è rotondo e quindi non ha inizio e non ha fine, come la luna, il
sole, l’embrione, l’infinito. Zero, come sfida, come simbolo, come entità
ricorrente”
In questo breve viaggio attraverso il conturbante mondo dell’estetismo, ho voluto
che ad accompagnarmi fosse proprio Zero, quel Renato istrionico, kitsch, tutto
lustrini e paillettes, che animava le serate romane, con quella sua voce ancora un
po’ “grezza”, quel corpo dai perfetti tratti androgini e quelle movenze che
Joris-Karl Oscar Wilde
rendevano ancora più ambigua la sua già fin troppo discussa sessualità.
Huysmans “The
Estetis
“ Sono stato uno dei primi ad essere esteta o anche di più, ambiguo. Beh,
picture of
““A ricordate, prima di me c’era Oscar Wilde”
mo Dorian
rebours””
E’ quello il Renato di cui mi sono “innamorata”, grazie a vecchi ricordi, per
fortuna ancora ben conservati, grazie a dischi, foto e filmati che mostrano quel
Gray”
esile ragazzo dal viso incipriato, ma dallo sguardo sincero, ballare sulle note di
“Triangolo”, con la sicurezza di chi sa cosa vuole ottenere.
Io, invece, non sono ancora così sicura di quello che voglio dalla vita, quello che
so è che ora voglio portare in alto lo Zero, come ripicca verso coloro che vogliono
Arbrey
partire sempre da uno, e poi si fermano a metà strada. Beardsley
Io voglio partire da zero con le mie forze, e con la consapevolezza che ovunque
“Salome”
arriverò, sarà stato tutto merito mio. & “Yellow
GRAZIE RENATO. Book”
“”
Zero e i suoi frutti
La creta e Progettazio
Costumistic 2
la cartapesta ne
a “Il carro di “Scena per
teatrale carnevale” Nì”
Zero� Estetismo
Estetismo
L’estetismo è un movimento artistico ma soprattutto letterario della metà
dell’800 che si sviluppa nell’ambito del decadentismo.
Esso è incline a privilegiare la bellezza formale come elemento determinante
dell’arte, ponendo i valori estetici (bello artistico e bello naturale) al culmine di
ogni attività umana.
Questo movimento sviluppatosi grazie a dei teorici dell’arte quali Walter Pater (il
“culto della bellezza”) e John Ruskin (il moralismo estetico), pone al centro il
gusto per il bello; la bellezza viene quindi a identificarsi con l’arte.
Tra i principali esponenti di questo movimento possiamo ricordare l’italiano
Gabriele D’Annunzio, il britannico Wilde e il francese Joris Karl Huysmans con il
suo romanzo “A Rebours” (“A Ritroso”).
Il principio fondamentale dell’estetismo “l’arte per l’arte” consiste nel vedere
l’arte come pura rappresentazione di se stessa, essa possiede una vita
indipendente e non ha implicazioni morali, da ciò la critica degli esteti all’arte che
si rifà alla realtà e al realismo, visto come un totale fallimento.
Nel momento in cui l’arte rinuncia alla fantasia per la realtà, rinuncia a se stessa.
Dell’arte del passato l’artista decadente apprezza soprattutto quella che
dimostra maggior grado di artificio, di innaturalezza, addirittura di morbosità.
L’esteta affermerà che non è l’arte a imitare la vita, bensì la vita ad imitare l’arte,
infatti il fine cosciente della vita è quello di trovare espressione e l’arte è
l’espressione stessa.
Il compito dell’uomo, secondo il già citato D’Annunzio, è quello di vivere la
propria vita come fosse un opera d’arte, erigendosi quindi al di sopra delle
masse, in una torre d’avorio e soprattutto ponendosi al di fuori di qualsiasi
costrizione etica e morale, sostituendo le leggi morali con quelle del bello,
andando sempre alla ricerca di piaceri raffinati, anche attraverso l’uso di alcool e
droghe. L’esteta ha infatti orrore della vita comune, dei ceti inferiori, della
volgarità borghese, di una società dominata dall’interesse materiale e dal profitto
e si isola in una sdegnosa solitudine circondato solo da Arte e Bellezza.
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Dietro l’apparente vitalismo dell’esteta e la sua propensione a godere dei piaceri
difficilmente immaginabili, abbiamo però la consapevolezza di una sconfitta
esistenziale: l’esteta, il decadente, sa che la bellezza e la gioventù sono
transitorie e che il piacere, quanto più è artificiale e raffinato, tanto prima si
esaurisce, abbandonando l’uomo all’insopportabile noia della quotidianità.
Ed è così che D’Annunzio nei suoi ultimi anni di vita è costantemente
ossessionato dall’incombere su di sé della vecchiaia: oltre il piacere e la bellezza,
per l’esteta non c’è un altro possibile ideale che dia sostanza alla sua esistenza.
“L'artista è il creatore di cose belle.
Rivelare l'arte e nascondere l'artista è il fine dell'arte.
Il critico è colui che può tradurre in diversa forma o in nuova sostanza la sua
impressione delle cose belle.
Tanto le più elevate quanto le più infime forme di critica sono una sorta di
autobiografia.
Coloro che scorgono brutti significati nelle cose belle sono corrotti senza essere
affascinanti. Questo è un errore.
Coloro che scorgono bei significati nelle cose belle sono le persone colte. Per loro
c'è speranza.
Essi sono gli eletti: per loro le cose belle significano solo bellezza.
Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male. Questo
è tutto.
L'avversione del diciannovesimo secolo per il realismo è la rabbia di Calibano che
vede il proprio volto riflesso nello specchio. L'avversione del diciannovesimo
secolo per il romanticismo è la rabbia di Calibano che non vede il proprio volto
riflesso nello specchio.
La vita morale dell'uomo è parte della materia dell'artista, ma la moralità
dell'arte consiste nell'uso perfetto di un mezzo imperfetto. L'artista non desidera
dimostrare nulla. Persino le cose vere possono essere dimostrate.
Nessun artista ha intenti morali. In un artista un intento morale è un
imperdonabile manierismo stilistico.
Nessun artista è mai morboso. L'artista può esprimere qualsiasi cosa.
Il pensiero e il linguaggio sono per un artista strumenti di un'arte.
Il vizio e la virtù sono per un artista materiali di un'arte.
Dal punto di vista formale il modello di tutte le arti è l'arte del musicista. Dal
punto di vista del sentimento il modello è l'arte dell'attore.
Ogni arte è insieme superficie e simbolo. Coloro che scendono sotto la superficie
lo fanno a loro rischio. L'arte rispecchia lo spettatore, non la vita.
La diversità di opinioni intorno a un'opera d'arte dimostra che l'opera è nuova,
complessa e vitale. Possiamo perdonare a un uomo l'aver fatto una cosa utile se
non l'ammira.
L'unica scusa per aver fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente.
Tutta l'arte è completamente inutile.” - Oscar Wilde -
"Dorian Gray" - Prefazione
Il dandy
Il dandy nasce nella società inglese della Reggenza, nei primi decenni del XIX
sec., con George Brummel. In lui l’amore per la bellezza e l’eccezionalità si
manifestano come costume, inteso come abito e pratica di vita.
L’eleganza, che si identifica con la semplicità (spinta fino alla bizzarria), si unisce
al gusto per la battuta paradossale e per il gesto provocatorio.
Negli anni della Restaurazione il dandismo penetra in Francia, conquista uomini di
mondo, poeti e romanzieri di successo e trova infine i suoi teorici in Charles
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Baudelaire e Jules-Amedee Barbey d’Aurevilly. Verso la fine del secolo il dandismo
fa un suo singolare ritorno in Inghilterra, dove verrà praticato da Oscar Wilde e
dal pittore Aubrey Beardsley.
In Italia elementi di dandismo sono presenti nei comportamenti di Gabriele
D’Annunzio.
Il dandy intende questo ideale “arte per arte” come culto della propria vita
pubblica, da “lavorare”, modellare come un’opera d’arte per farne un esempio
trionfante di Bellezza.
Non è che la vita sia dedicata all’arte, è l’arte che viene applicata alla vita.
Talora il dandismo si manifesta come opposizione ai pregiudizi e ai costumi
correnti, ed ecco perché per alcuni dandy appare significativa la scelta
dell’omosessualità, che all’epoca era totalmente inaccettabile e penalmente
punibile (celebre rimane il doloroso processo a Oscar Wilde).
George Brummel
L’abbigliamento del perfetto dandy
La “divisa estetica”: secondo Wilde, ogni
esteta, durante le cerimonie, occasioni
importanti o serate di gala, o ancora più
semplicemente quando gli andava, doveva
indossarla mostrando al mondo la sua anima completamente proiettata verso la
bellezza.
Essa era composta da un paio di pantaloni lunghi fino al ginocchio molto attillati,
di velluto scuro; delle lunghe calze di seta scure e degli scarpini di vernice neri
con dei lunghi fiocchi; una giacca da frac con le code piatte; una camicia bianca,
il papillon bianco da frac.
Wilde variava poi in diversi modi la sua ‘divisa’:
invece della giacca da frac e della camicia da sera,
indossava una giacca corta ed un morbido panciotto
di velluto, e un fazzoletto da collo, sovente azzurro o
verde.
La divisa estetica di Oscar Wilde non era che la
divisa che veniva usata allora dalla Massoneria
Inglese, ancora oggi in uso in alcune logge, della
quale Wilde era stato un felice membro durante la
gioventù. 5
Montesquiou ritratto da Boldini
Ma non era nuova, tra i dandy, l'uso di una sorta di 'divisa': per primo Brummel
lanciò la moda della giubba blu dai bottoni d'oro abbinata ai pantaloni color
crema, assai attillati, con i lucidi stivali neri al ginocchio; D'Annunzio, invece di
destreggiarsi con un solo colore, preferiva dare al suo guardaroba lo sgargiante
sfavillio della varietà più totale, sempre usando, però, sotto tutti gli abiti, delle
camicie da un alto colletto duro, nelle fogge più disparate. Il dandy novecentesco
preferiva invece non farsi troppo notare tra la folla, indossando abiti sì perfetti, e
tagliati su misura, ma assai poco particolari se giudicati da un occhio inesperto.
fine eleganza, lontana dallo sfarzo decadente, dei dandy del Novecento.
Il dandy è uno degli ultimi che, a malincuore, ripone il bastone da passeggio,
elegante rimasuglio della spada da gentiluomo dell'Ancien Régime.
A proposito del bastone da passeggio nel trattato sull'eleganza, è raccomandata
"cautela e gusto nella scelta", oltre a reputare indispensabili "finezza e buon
gusto".
Oscar Wilde teneva molto ai suoi bastoni, che variavano dalle fogge più sottili,
leggere ed eleganti, fino a quelli grossi e pesanti, incrostati di preziosi, o dal
pomo asceticamente liscio.
L'occhiello è un ornamento necessario specialmente per il dandy, che non lo
vuole vedere inviolato, e provvede subitamente infilandoci il gambo di qualche
fiore, possibilmente raro, ma principalmente attraente.
E' straordinaria la fioritura degli occhielli fin-de-siècle: dall'orchidea di
Montesquiou al garofano verde di Oscar Wilde
Il fiore all'occhiello del dandy simboleggia il suo amore per il decorativo; se la
decorazione è data poi dall'odiata natura, è da privilegiare.
Solo la natura al servizio dell'uomo è ammissibile.
Ma simboleggia anche l'idea che ha il dandy della vita: bella e profumata, ma allo
stesso tempo terribile e odiosa; il fiore è anche interpretato come la
rappresentazione 'naturale' del dandy: nasce dalla terra, dal fango, ma poi si
innalza verso l'alto, bellissimo ma delicato. Il fiore all'occhiello del dandy è la vita
tramutata in decorazione. 6
Joris-Karl Huysmans
Romanziere e critico d’arte francese, nato a Parigi
nel 1848, ebbe una vita assai ritirata e tranquilla.
Fin da giovanissimo, (1866) entrò a far parte
dell’amministrazione statale, dove vi restò fino
all’età della pensione.
Raramente si allontanò dalla sua natia Parigi; si
ritirò in convento prima dai trappisti poi dai
benedettini.
L’impulso alla sua carriera di scrittore, iniziò con la
frequentazione di Zola e il suo gruppo, sulla scia del
naturalismo, materia questa amata da tutti i suoi
componenti.
Nel 1879, all’età di 30 anni, partecipò con la novella
“Sac au dos” (Zaino) alla raccolta collettiva,
considerata a quel epoca, il ghota del naturalismo.
La sua ideologia, dopo varie vicissitudini, sia
personali che professionali, si staccherà definitivamente dopo alterne vicende da
Zola, per volgersi sempre di più verso il simbolismo a cui aspirava la sua
personalità, non certo banale, ma anzi, sempre un po’ più avanti dei suoi
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