Estratto del documento

Istituto Statale d’Arte “F. Russoli” di Pisa e Cascina

Esame di Maturità

Cento passi

contro la mafia

di

Valentina Sheridan

Anno scolastico 2009–2010

1

Gli anni Sessanta in Italia

Gli Europei di calcio del 1968

(Storia)

(Educazione fisica)

Peppino Impastato

La mafia

Il giorno della civetta di Sciascia

Radio Aut

Il suono

(Fisica)

(Italiano)

2

Cento sono i passi che occorre fare nella piccola Cinisi, per colmare la distanza tra la casa degli Impastato e quella del boss mafioso Tano Badalamenti. Racconterò di un uomo che ha provato a cambiare le cose, un uomo, o meglio un ragazzo, morto proprio per mano della mafia. Il ragazzo di cui voglio parlare si chiama Giuseppe Impastato, non ne parlo al passato solo perché nel viaggio in Sicilia (viaggio intrapreso con il Parlamento Regionale degli Studenti della Toscana) ho avuto modo di vedere che egli vive ancora nella sua città, è nel cuore di molte persone, e anche se non ho avuto il piacere di conoscerlo, è anche nel mio cuore.

Molte sono le persone che fanno finta di niente e anche quando un gruppo di ragazzi comincia a contare per strada quei cento passi, i cento passi che dividevano la casa di Giuseppe da quella del mafioso Tano Badalamenti, tutti voltano le spalle, come se fosse una cosa da niente, una cosa insensata. Comincerò trattando quel periodo storico, gli anni ’60, che in tutto il mondo fece sentire la sua voce. Manifestazioni, occupazioni e scioperi si susseguono in tutti i continenti, tra cui l’Italia. In Sicilia a manifestare c’è anche lui, Peppino, che si batte con gli operai, che si batte contro la mafia.

Gli anni ’60

Nell’Italia del “boom” e del “miracolo economico”, fra la fine degli anni cinquanta e gli anni sessanta, una gran massa di italiani, che aveva in precedenza sperimentato i disastri della guerra e la povertà degli anni dell’immediato dopoguerra, scoprì per la prima volta il benessere e con esso l’abitudine a nuovi consumi.

Gli anni Sessanta o, se preferite, i “mitici” anni Sessanta come spesso molti amano definirli, hanno rappresentato certamente il decennio caratterizzato dal più importante rinnovamento generazionale che il secolo scorso abbia mai visto. Gli eventi socio-politici e culturali di quegli anni avrebbero infatti inevitabilmente influenzato e modificato profondamente valori, aspirazioni e stile di vita delle future generazioni.

Sono gli anni in cui si affermano i media, la cultura pop e la minigonna (1965), che fa emergere una nuova figura femminile che abbandona gradualmente l’etichetta formale in favore di una maggiore espressione di libertà. Nella prima parte del decennio l’Italia risente ancora dei benefici del boom economico, che favorisce le attività economiche e il progresso della tecnologia.

L’avvento della televisione ebbe effetti rivoluzionari in tutti i campi, offrendo la possibilità di mostrare le immagini di un evento, in tempo reale. Essa portò lo spettacolo dentro le case, creando nuove abitudini familiari e una nuova cultura di massa: una cultura in cui l’immagine tende a prevalere sulla parola scritta.

Questi sono anche gli anni del Carosello (3 febbraio 1957 - 1 gennaio 1977), uno spazio pubblicitario, che è stato per molti bambini della generazione degli anni ’60 lo spartiacque fra la giornata dei doveri e dei compiti, e il momento dello svago e dei sogni ad occhi aperti; fu successivamente eliminato dalla RAI e sostituito da emissioni pubblicitarie più dirette.

Nascono le prime cassette audio (1961), mentre le case discografiche aumentano considerevolmente la produzione dei dischi in vinile. Compare la Polaroid (1965), la prima macchina fotografica in grado di sviluppare subito le foto, destinata ad un grande successo.

Nelle case fecero il loro ingresso frigoriferi, lavatrici e radio a transistor; la società italiana, anche attraverso le nuove abitudini di consumo, sembrò incamminarsi verso una definitiva “modernizzazione”. Tra il 1966 e il 1967 il calcio diventa sempre più un fenomeno di massa.

L’Italia dei primi anni Sessanta era ancora interamente tesa a privilegiare una concezione del sesso principalmente legata al cattolicesimo e di conseguenza fortemente inibita. La centralità del ruolo femminile, sia nell’ambito lavorativo che in quello inerente al consumo, fa della donna un soggetto interessante e curioso, perfetto nell’indurre interesse e stupore nello spettatore.

L’ambito che più sembra caratterizzare la figura femminile e il suo mondo in divenire è il posto di lavoro. Presente sia come nuova produttrice, simbolo di mutamento, che come consumatrice, bisognosa di tutto ciò che viene prodotto, compresi cosmetici e vestiti, la donna diviene la protagonista indiscussa di una realtà che si apre su nuovi orizzonti.

Alle giovani donne del periodo si presentava tutta una serie di nuovi diversivi. Cosmetici, abiti, gioielleria a buon mercato, dischi, vacanze, ristoranti, caffè, sale da ballo e soprattutto il cinema, contribuirono tutti insieme ad assorbire il modesto potere di acquisto di donne che si prevedeva lavorassero soltanto per quel breve periodo che separava la fine della scuola dal matrimonio, sostenuto come obiettivo naturale, come conclusione romantica della vita di ogni donna.

Il lavoro, anche se portatore di “pericolosa” indipendenza, poteva e doveva essere accettato da fidanzati e mariti, all’unica condizione che la donna non trascurasse o dimenticasse il suo consueto ruolo di moglie e madre.

Se, già dal Secondo Dopoguerra, le donne avevano iniziato a rivendicare il loro diritto al lavoro ed a richiedere un trattamento egalitario del loro operato, con gli Anni ’60, si sviluppò una nuova ondata: il Femminismo. Questo movimento mise in discussione tutti i modelli culturali incentrati su ideali “maschilisti”, esaltando i valori legati alla donna, concepita come essere totalmente indipendente dal “maschio”, e fondando nuovi luoghi di aggregazione femminile, denominati “collettivi femministi”, in cui si rivendicava il riconoscimento dei diritti fondamentali ed una nuova posizione della donna nella famiglia, nella politica e nel lavoro.

Pillola (1961), lavatrice e più recentemente la TV, sono probabilmente i tre ingredienti che maggiormente hanno contribuito alla liberazione sessuale delle italiane dai condizionamenti della tradizione patriarcale e oscurantista. La lavatrice ha liberato il tempo, la TV i desideri, la pillola ha liberato il corpo.

Nel 1963 viene costituito dalla DC il primo governo con i socialisti, detto di centrosinistra, presieduto da Aldo Moro. Ne fanno parte anche i repubblicani e i socialdemocratici.

Riforme: introduzione della scuola media unica, elevato obbligo scolastico a 14 anni, nazionalizzate aziende che producono energia elettrica (viene costituita l’Enel), potenziata la Cassa per il Mezzogiorno, riformata la sanità, migliorati i trasporti urbani; entra in vigore nella scuola superiore il diploma con voto in sessantesimi (1969), che durerà fino al 1998; istituita la scuola materna di Stato (1969).

Le contestazioni

Questi sono anche gli anni in cui sono sempre di più gli Italiani che scendono nelle piazze per manifestare i loro ideali politici ed esprimere il proprio dissenso; proprio le piazze saranno teatro verso la fine del decennio, delle grandi contestazioni giovanili che culmineranno nella grande rivoluzione culturale del ’68.

A Licata, Genova, Roma e altre città italiane si inizia, nel 1960, a scendere in piazza e a manifestare contro il carovita. Quasi tutte queste manifestazioni si concludono con gli scontri con le forze dell’ordine, che causano numerosi feriti e alcuni morti tra i manifestanti.

Gli studenti, uniti in assemblee permanenti, contestavano il sistema universitario, in quanto portavoce di una cultura reazionaria e schiva del sistema borghese, inteso come gerarchico, burocratico, spersonalizzante, classista, tendente ad ingabbiare l’individuo nell’unica logica del denaro e del benessere. Chiedevano, di contro, una cultura basata sull’autogestione.

Nel 1967 cominciano le occupazioni di molte facoltà universitarie da parte degli studenti, manifestazioni in piazza e violenti scontri con forze di polizia, che si protrarranno per tutto l’anno seguente, tra cui, il 7 febbraio, all’università di Pisa.

Il Sessantotto italiano inizia con qualche mese di anticipo sul calendario e si prolunga ben oltre il 31 dicembre. Il movimento iniziato in quell’anno durerà infatti oltre un decennio, e coinciderà con una radicale modernizzazione complessiva del paese.

Ad accendere la miccia sono gli studenti universitari. Nell’autunno del 1967 occupano gli atenei di tutte le principali città del centro-nord, con la sola esclusione di Roma.

Nel mirino della contestazione ci sono soprattutto la connotazione classista del sistema dell’istruzione, denunciata anche da una parte del mondo cattolico, e l’autoritarismo accademico, interpretato come addestramento a un consenso e a una passività globali, per nulla limitati allo specifico universitario.

3

La critica del movimento studentesco, i cui principali testi teorici vengono elaborati nelle università di Pisa, Torino e Trento, si appunta tanto contro il sistema capitalistico, quanto contro le organizzazioni della sinistra, accusate di aver rinunciato a qualsiasi ipotesi di trasformazione radicale.

Di fronte al dilagare delle occupazioni i rettori chiedono l’intervento della polizia. Occupazioni, sgombri e nuove occupazioni si susseguono.

A Torino, Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche, viene sgombrato e rioccupato più volte in un braccio di ferro che si concluderà con un diluvio di denunce ai danni degli occupanti.

Il 2 febbraio viene occupata l’università di Roma, la più grande d’Italia; alla fine del mese, il rettore fa intervenire la polizia. Il giorno dopo, primo marzo, un corteo di protesta arriva a Valle Giulia, sede della facoltà di architettura, e forza i blocchi della polizia.

Gli scontri durano per ore. L’eco è enorme. I giornali, in edizione straordinaria, parlano di “battaglia”. Con i fatti di Valle Giulia il movimento studentesco si sposta definitivamente dal piano di una protesta universitaria a quello della contrapposizione frontale con l’intero assetto sociale.

Secondo la storiografia ufficiale, il Sessantotto italiano comincia per l’appunto il primo marzo.

La stagione di proteste ebbe come centro le università, e fu proprio con le prime occupazioni, da parte degli studenti, nelle Facoltà di Trento, Pisa e Torino, che si diffuse un sommovimento più generale, che investì, in sequenza, le scuole superiori, il mondo della cultura, le fabbriche, l’intera società insomma.

Il ’68 è una delle rivoluzioni che ha scosso il mondo intero e grazie alla simultaneità e la vastità geografica delle rivolte si assistette a forme di ribellione simili e contemporanee, senza che vi fosse stata alcuna forma di preparazione o di coordinamento.

Prendono origine le agitazioni per il rinnovo di molti contratti di lavoro; per l’aumento dei salari uguale per tutti, per la diminuzione dell’orario, per le pensioni, la casa, la salute, i servizi, ecc.

Per la prima volta il mondo dei lavoratori e il mondo studentesco unito fin dalla prime agitazioni su molte questioni del mondo del lavoro, provocano delle tensioni nel Paese sempre più radicali e a carattere rivoluzionario, sfiorando in alcuni casi l’insurrezione, visti i proclami, i giornali e i fatti che accadono in Italia.

Il carattere unitario del Sessantotto non va perciò ricercato in fenomeni di superficie, quali le occupazioni universitarie o le manifestazioni studentesche, bensì in quell’atmosfera di idee e di sentimenti diffusa nel mondo giovanile fino a diventare culturalmente dominante. Si tratta, in altri termini, di una Rivoluzione culturale.

L’eredità del ’68 sulle future generazioni è stata diversa, perché portava in sé una serie di innovazioni: un costume più aperto, rapporti sociali più flessibili, una cultura più libera, più critica. La donna acquistava maggiore consapevolezza del proprio ruolo nella società.

Infatti, dopo le venate dell’estremismo femminista, otteneva la legalizzazione dell’aborto e si conquistava un suo posto nel lavoro, nei servizi sociali e nel campo familiare. In ogni modo, la totalità di questi eventi provocò una vera e propria rivoluzione in tutti i campi della vita quotidiana.

Vari elementi concorrono in questi anni ad accrescere la tensione nelle fabbriche: l’intensificazione dei ritmi di lavoro; lo sfruttamento della manodopera operaia; la compressione salariale; i costi sociali provocati dall’espansione disordinata delle città, carenti di alloggi, servizi sociali, infrastrutture e scuole; la trasformazione della composizione della classe operaia, nelle quali si era notevolmente indebolita la componente dei lavoratori qualificati.

La tensione sociale toccò il culmine nell’autunno del 1969, quando s’inasprì la vertenza dei metalmeccanici (la categoria operaia più forte) per il rinnovo del contratto di lavoro. Le maggiori organizzazioni sindacali (Cgil, Cisl, Uil) assumono la guida della protesta operaia, ottenendo aumenti salariali.

Si susseguirono scioperi improvvisi, manifestazioni e cortei all’interno dei luoghi di lavoro, appoggiate da gruppi rivoluzionari extraparlamentari, sorti dalla matrice del movimento studentesco e militanti del PCI (Potere operaio, Lotta Continua, Manifesto).

A questo punto ebbe inizio la “strategia della tensione” che mirava al ripristino dell’ordine anche mediante il ricorso ad attentati sanguinosi da addebitare ai sessantottini.

Alla strage milanese di Piazza Fontana, dove il 12 dicembre una bomba ad alto potenziale esplosivo collocata nella Banca dell’Agricoltura provocò 16 morti (subito attribuiti dalle autorità e all’unisono dalla stampa agli anarchici, ma la versione ufficiale si sgretolò rapidamente, mentre sospetti più fondati si addensavano su gruppuscoli di neofascisti collegati ai servizi segreti), seguì l’accordo sindacale che poneva fine alla vertenza dei metalmeccanici: “il contratto nazionale dei metalmeccanici”.

Esso fu assai favorevole per la classe operaia in discussione, e servì da modello per i contratti via via conclusi dalle altre categorie. Il contratto garantiva aumenti salariali uguali per tutti, ed un miglioramento delle indicizzazioni della scala mobile.

Fu introdotta inoltre la settimana da quaranta ore e vennero ridotte le differenze tra le varie categorie di lavoratori, con l’abolizione di quelle più basse. Infine vennero riconosciute dagli industriali le forme organizzative emerse nelle lotte, come i Consigli d’azienda e le assemblee.

Nello stesso giorno della strage di Piazza Fontana, altre 3 bombe esplodono a Roma, una al sottopassaggio di via Veneto e due davanti all’Altare della Patria, e una viene disinnescata.

Gli Europei di calcio del 1968

La formula di Euro 68 prevedeva una qualificazione divisa in due fasi. Nella prima (disputata tra il 1966 e il 1968) le 31 nazionali partecipanti erano divise in 8 gironi all’italiana di cui 7 da 4 e uno da 3.

Le prime di ciascun gruppo si qualificavano alla seconda fase, ovvero ai quarti di finale con gare di andata e ritorno. Le semifinali e le finali per il terzo e per il primo posto si sarebbero disputate invece in gare uniche, disputate in uno dei quattro Paesi le cui Nazionali sarebbero giunte a questo turno.

La scelta cadde sull’Italia, che ospitò le ultime 4 gare dal 5 al 10 giugno 1968. Per festeggiare i suoi settant’anni di vita, la Federcalcio chiede di ospitare l’edizione 1968 dei Campionati Europei alla cui fase finale si qualificano anche Unione Sovietica, Jugoslavia e Inghilterra.

Gli azzurri affrontano a Napoli in semifinale l’Urss, avversario storicamente ostico e, nonostante il caldo appoggio del pubblico dello Stadio San Paolo, non riescono a venirne a capo neppure dopo i tempi supplementari. Soltanto il sorteggio promuove l’Italia in finale, dove affronta la Jugoslavia, che si è sbarazzata dell’Inghilterra.

Alla terza edizione della competizione europea per squadre nazionali, che per la prima volta prende il nome di Campionato Europeo delle Nazioni, partecipano 31 squadre suddivise in 7 gironi da 4 squadre e 1 girone da 3 squadre.

Alle qualificazioni, eravamo inseriti nel girone di Svizzera, Cipro e Romania. Nessun problema contro gli elvetici ed i ciprioti, mentre con la Romania fu più difficile del previsto.

Le 8 squadre che superano le prime eliminatorie sono Spagna, Bulgaria, Urss, Jugoslavia, Ungheria, Francia, Inghilterra e Italia.

Gli azzurri passano il loro girone quasi a punteggio pieno con 5 vittorie e un solo pareggio: 3-1 e 1-0 con la Romania, 2-0 e 5-0 con Cipro, 2-2 e 4-0 con la Svizzera.

Per decisione dell’Uefa, l’organizzazione della fase finale venne affidata proprio all’Italia, che a questo punto ci teneva a ben figurare di fronte al pubblico di casa.

Alle sfide finali si qualificano Inghilterra, Jugoslavia, Urss e Italia. La Nazionale Italiana arriva alle semifinali battendo dopo due partite intense la Bulgaria.

All’andata viene sconfitta a Sofia per 3-2 ma nel ritorno, disputato in uno stadio S. Paolo infuocato, la squadra di Valcareggi regola con il punteggio più classico di 2-0 la nazionale bulgara.

Nella prima semifinale disputata a Napoli l’Italia affronta l’Urss. L’Italia si ritrova a giocare con Rivera infortunato e non sostituibile in quanto all’epoca le sostituzioni non erano ancora ammesse.

L’incontro sarà deciso da una monetina (non erano ancora stati introdotti i rigori) da lanciare a porte chiuse, negli spogliatoi. Quando il capitano Facchetti rientra in campo a braccia alzate, il pubblico esulta: l’Italia è in finale.

Nella seconda semifinale, disputata a Firenze, una sorprendente Jugoslavia, composta da ragazzi quasi esordienti in campo internazionale, ha la meglio per 2-0 sull’Inghilterra. L’Inghilterra comunque riesce a conquistare un terzo posto.

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