Crollo dell’impero Persiano


L’eredità di buon governo lasciata da Ciro il Grande all’Impero Persiano dopo la sua morte non durò a lungo.
I successori del gran re cominciarono a rendere dispotico (dal greco «despotés» = tiranno) il loro governo, pretendendo persino di essere adorati come divinità. Si circondarono di un fasto incredibile e resero inavvicinabile la loro persona. Ciò fece ribellare i «satrapi», il popolo, i sacerdoti. Il re Dario domò le rivolte col pugno di ferro e riuscì a mantenere l’ordine interno, il che gli permise di tentare l’espansione verso Occidente ma venne fermato dai Greci, i quali, nel frattempo, stavano sviluppando la loro civiltà.
Il successore di Dario, Serse, fece tentativi analoghi, ma anche lui venne fermato dai Greci, i quali gli inflissero gravi sconfitte. Ciò determinò gravi conseguenze: l’esercito persiano stanco, avvilito, si ribellò; ripresero le lotte interne, si ebbe addirittura una lotta tra fratelli per la successione al trono (Artaserse II contro Ciro II). Profittando del disordine, i «satrapi» si resero indipendenti e considerarono le «satrapie» come proprietà personali.
Così il grande impero si disgregò: quando un nuovo grande conquistatore, erede degli insegnamenti di Ciro, Alessandro Magno, si presentò ai suoi confini, tutto si sfasciò ed il nuovo condottiero facilmente si impadronì dell’immenso territorio.

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