Violenza e Guerra


Le nazioni ottocentesche si sono costruite attraverso un'intensa elaborazione mitografica che si è concentrata in primo luogo sulla storia militare della comunità nazionale. D'altronde nel pensiero politico ottocentesco l'enfasi sulla centralità della violenza nella sua declinazione nobile ed eroica è pari all'enfasi che si pone sui valori di libertà, di giustizia, di eguaglianza o di rappresentanza. Ponendo sullo stesso piano questa serie di valori, gran parte del pensiero politico ottocentesco ha compiuto una pericolosa equazione chi ha suggerito che la libertà, la giustizia o l'eguaglianza possano o debbano essere conseguite anche attraverso il ricorso alla violenza. Il tema ha un'assoluta centralità nell'elaborazione di molti leader del movimento socialista, che seguono Marx nel ritenere la violenza una "levatrice di storia", cioè un fattore forse spiacevole ma tuttavia necessario per far progredire la società dal capitalismo socialismo. Ma il tema ha un'importanza non minore per gli ideologi del nazionalismo che ritengono che le esigenze della propria nazione (riconquistarne l'indipendenza, assicurarne la libertà, garantirsi risorse e potere nel mondo) possano essere soddisfatte solo attraverso il ricorso alla violenza militare. Tutto ciò aiuta a capire perché la storia politica dell'Occidente abbia una così ossessiva tendenza alla militarizzazione dei conflitti, a ogni livello, sia nel caso di scontri tra Stati, sia nel caso di scontri tra partiti, sia nel caso di scontri tra classi sociali. Tra primo Ottocento e metà del Novecento questa tendenza si dispiega con tutta la sua terribile forza devastante specie quando i valori del nazionalismo guidano le decisioni delle élite di governo come accade durante la Grande Guerra. Non ci si faccia trarre in inganno dalla retorica adottata dai governi come dagli stati maggiori degli eserciti: tutti, nell'estate del 1914 oppure più tardi, per esempio in Italia nel maggio del 1915 parlano di guerra difensiva, di necessaria protezione della libertà della propria nazione, di inderogabile necessità di attaccare per preservare i propri diritti: la verità è che questa retorica nasconde intenzioni aggressive e fantasie di dominio a malapena mascherate dal richiamo al patriottismo. Dopo la seconda guerra mondiale questo tipo di spinta culturale e questa retorica si è attenuata ma non è scomparsa del tutto. Soprattutto negli ultimi decenni lo scoppio di una quantità di crisi politiche locali spesso ha spinto le élite di governo delle principali potenze occidentali a intraprendere guerre in nome della libertà o della democrazia.

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