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Il Veneto era stato annesso nel 1866 con la partecipazione del Regno D’Italia alla guerra austro-prussiana (terza guerra d'indipendenza). Restava il problema dell’annessione dei territori dello Stato della chiesa, nota come “questione romana”.

Cavour aveva affermato che senza Roma capitale l’unione d’Italia non sarebbe mai stata completa; con la formula “libera chiesa in libero stato” aveva proposto un nuovo rapporto fra Stato e Chiesa in base al quale quest’ultima, rinunciando al potere temporale, avrebbe svolto meglio la funzione spirituale.
Tutte le trattative con Pio IX per una soluzione pacifica furono vane. Il Pontefice, inoltre, trovava in Napoleone III un difensore degli interessi papali, tanto da mantenere le proprio truppe a difesa dello Stato pontificio. Il governo cercò allora di accordarsi con Napoleone III, che restava il vero ostacolo per una conquista militare: la Francia si impegnava a ritirare, entro due anni, le proprie truppe da Roma e l’Italia a non attaccare lo Stato pontificio, e si impegnava a trasferire la capitale da Torino a Firenze.

Nel 1864, Papa Pio IX emanò il sillabo, in cui si condannavo tutti gli “ismi” e altre proposizioni che la Chiesa considerava come incompatibili con la dottrina cristiana, ad esempio la tesi che “in questa nostra età non conviene più che la religione cattolica si ritenga come l’unica religione di stato”. Fra quelli che erano definiti errori figuravano la libertà di culto e di manifestare pubblicamente qualunque opinione. Si trattava di una rottura radicale con i principi fondatori del nuovo stato, primo tra tutti la laicità.

La guerra franco-prussiana segnò la fine del potere temporale del papato.
Il governo italiano infatti, libero dal timore di un intervento francese (dato che erano impegnati nella guerra contro la Prussia), ordinò alle sue truppe di impadronirsi di Roma. Garibaldi, seguito da un reggimento di bersaglieri, dopo essersi aperto a cannonate un varco a porta Pia, entrò nella futura capitale d’Italia.

Nel 1871 il governo italiano approvò la legge delle guarentigie, che regolò il rapporto tra Regno d'Italia e Santa Sede fino al 1929, quando furono stipulati i patti lateranensi.
Garantiva al Pontefice l’inviolabilità della persona, onori sovrani, il diritto di avere al proprio servizio guardie armate a difesa dei palazzi, esentati dalle leggi italiane. Inoltre erano garantiti contributi in denaro, al clero veniva riconosciuta libertà di riunione illimitata e i vescovi erano esenti dal giuramento al re. Pio IX dichiarandolo inaccettabile, emanò l’enciclica “ubi nos” ribadendo che il potere spirituale non poteva essere disgiunto da quello temporale. Lo Stato rispose, sollecitato dall'anticlericalismo della sinistra, sopprimendo le facoltà di teologia dalle università italiane.

I rapporti peggiorarono fino al “non expedit” del 1874. Dichiara inammissibile per i cattolici italiani partecipare alle elezioni politiche del Regno d’Italia e alla vita politica in generale.

Soltanto nell’età giolittiana il divieto verrà progressivamente eliminato, fino al rientro dei cattolici nella vita politica grazie al patto Gentiloni del 1913.

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