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I MODERATI, I DEMOCRATICI E IL 1848

Il Risorgimento fra economia e politica

La situazione politica ( la frammentazione in Stati) costituiva un grave ostacolo alla modernizzazione del Paese: frantumazione politica significa frantumazione del mercato interno, aggravata da una visione ristretta dell’economia, limitata agli interessi locali e non nazionali ( non c’era, infatti, ancora una nazione), in più il clima politico illiberale che bloccava qualsiasi iniziativa . Intanto il Risorgimento si afferma in quanto, finalmente, si riesce a capire che esiste uno stretto collegamento tra progresso economico e unificazione politica, l’uno senza l’altra sarebbe solo utopia. E ciò è ben chiaro a Cavour che sarà il primo ministro di casa Savoia, il principale artefice, la grande mente strategica del processo di unità nazionale.

Moderati e democratici

Come realizzare il Risorgimento italiano? Semplificando, due potevano essere le strade: 1) quella liberale e moderata, 2) quella democratica. La prima ritiene che l'unificazione del Paese avrebbe dovuto essere fatta gradatamente, seguendo la guida di un'elite di dirigenti liberali, in stretto accordo con i sovrani, quindi prediligendo l'opzione monarchico-costituzionale. La seconda riteneva fondamentale una lotta rivoluzionaria basata sull’iniziativa del popolo e immaginava un’Italia futura come a una repubblica fondata sulla sovranità popolare.

Il programma politico moderato: un piano di riforme economiche e civili

Il programma politico moderato prevedeva la realizzazione di riforme che favorissero la creazione di un mercato interno e una libera circolazione dei beni. Ciò sarebbe dovuto avvenire attraverso la costituzione di una lega sul modello del Zollwerein realizzatosi in Germania, quindi un'unione fra Stati, l’unificazione di pesi e misure fra i diversi Stati, la creazione di un sistema ferroviario, il miglioramento dell’istruzione.

Una ricca pubblicistica ( una serie di riviste) a partire dalla “Antologia” fiorentina fondata nel 1821 agli “Annali universali di statistica” fondati a Milano da Romagnosi, fino al “Politecnico” di Carlo Cattaneo si proposero di diffondere questo programma e a poco a poco determinarono la nascita di un fronte d'opinione liberale importante che finalmente si poneva a supporto dell’azione rivoluzionaria, facendola diventare non più la risoluzione di un'elite di intellettuali, ( moti del 1820, 1830, 1848) ma una scelta di popolo.

I teorici moderati

Le ipotesi in campo sul versante dei moderati erano quelle di Vincenzo Gioberti e quelle di Cesare Balbo. Gioberti le espose in un'opera: “Il primato morale e civile degli italiani” del 1843. Ipotizza come soluzione finale una confederazione di Stati ( Stati associati tra loro, ma sovrani, indipendenti) con a capo il papa, perché nella religione cattolica Gioberti vedeva la supremazia storica e civile del popolo italiano. Si parla, a tale proposito, di neo-guelfismo, ovvero il restaurare la presenza attiva della Chiesa nella vita politica italiana.

Federalista era anche l'impostazione di Cesare Balbo, il quale però vedeva nella monarchia piemontese l’unica protagonista di un percorso che sarebbe culminato nella cacciata degli austriaci dal Lombardo-Veneto, dietro l’impulso di casa Savoia ( conquista del Lombardo-Veneto e via via di tutti gli altri territori sotto il dominio straniero) e successivamente la monarchia avrebbe avuto il ruolo di guida del neonato Stato federale italiano.

L’impostazione democratica: Mazzini

A questa idea si contrapponeva frontalmente l’impostazione di Mazzini, il principale esponente del movimento democratico italiano. Mazzini concepisce il Risorgimento come una spinta etica e religiosa che avrebbe dovuto avere come protagonista la nazione: la nazione deve riconquistare la libertà perduta, innanzitutto al proprio interno e poi, raggiunto l’obiettivo, dovrà proiettare la propria forza nel mondo in favore dell’umanità. Senza una patria libera nessun popolo può realizzarsi, né compiere la missione che Dio gli ha affidato. La futura unità europea non si realizzerà attraverso una gara di nazionalismi, bensì attraverso una nobile emulazione di popoli liberi. Alcuni storici fanno risalire la concezione religiosa di Mazzini al giansenismo della madre, che in tal senso avrebbe avuto su di lui un peso notevole ( il giansenismo è la dottrina che afferma come l’uomo nasce corrotto, destinato a fare il male, ma la grazia di Dio interviene a modificare i suoi comportamenti e lo redime). Il suo Dio però non corrisponde a quello di nessuna religione rivelata. Il Dio mazziniano esige la laicità dello Stato. Egli definirà il papato la base di ogni autorità tirannica.

Solo attraverso un'intensa opera di educazione morale, per Mazzini, è possibile condurre il popolo a conquistarsi la libertà attraverso un'insurrezione popolare (metodo democratico). Ciò presuppone che vi sia in quel popolo una coscienza nazionale. Quindi nessun ricorso né a principi, né a re; respingeva poi ogni soluzione federalista. La nuova Italia doveva essere una repubblica unitaria fondata sulla sovranità popolare.

Mazzini fonda quindi la “Giovane Italia”, un'associazione molto diversa dalle precedenti e dalla carboneria che erano appannaggio di ricchi e aristocratici; la Giovane Italia aveva un programma palese e coinvolgeva il popolo. Poi creerà la “Giovane Europa”, associazione rivoluzionaria europea che aveva come scopo l’agire in modo comune, dal basso, per realizzare nei singoli Stati una coscienza nazionale e rivoluzionaria.

Fallimento dei moti mazziniani

Il primo moto Mazzini lo organizza da Marsiglia e, poiché le idee della Giovane Italia avevano fatto presa nei giovani della Liguria, del Piemonte, dell’Emilia e della Toscana e a loro che si indirizza, affinchè contemporaneamente facciano scoppiare focolai di rivolta. Prima ancora che l'insurrezione iniziasse in Piemonte, la polizia sabauda, a causa di una rissa avvenuta tra i soldati in Savoia, scoprì e arrestò molti dei congiurati (fra gli altri i fratelli Ruffini e l’abate Vincenzo Gioberti). Vi furono diverse condanne a morte: Jacopo Ruffini addirittura si suicidò per non tradire i compagni. Mazzini non si scoraggiò: incaricò Ramorino, un generale che già aveva preso parte ai moti del 1821, di guidare un'insurrezione contro i Savoia: il generale si giocò i soldi necessari a mettere in piedi un esercito di rivoltosi e fece slittare le operazioni; poi, dopo vari indugi, entrò in Savoia.

La polizia, già allertata, disperse i rivoltosi. Nello stesso tempo era in programma una rivolta a Genova capeggiata da Giuseppe Garibaldi che si era arruolato nella marina militare sarda per svolgere propaganda rivoluzionaria tra gli equipaggi. Quando giunse sul luogo dell'insurrezione, Garibaldi non trovò nessuno e fece appena in tempo a salvarsi dalla condanna a morte, fuggendo nell’America del Sud. Mazzini dovette riparare invece in Inghilterra. Il fallimento dei moti mise in luce lo scarso radicamento sociale della protesta: né la borghesia settentrionale, preoccupata dal radicalismo mazziniano, né le plebi meridionali, che rimasero estranee agli interessi mazziniani, vi aderirono. Esemplare fu il caso dell'iniziativa di due nobili veneziani, i fratelli Bandiera che decisero di andare in Calabria attirati dallo scoppio di una rivolta a Cosenza che si credeva erroneamente fatta in nome di Mazzini, invece le cause erano diverse, per coinvolgere le masse rurali alla causa rivoluzionaria. La vicenda si concluse tragicamente nell'indifferenza generale con la fucilazione dei due sventurati.

Il federalismo repubblicano di Cattaneo

Una posizione di notevole spessore fu quella di Carlo Cattaneo, uno dei maggiori pensatori del Risorgimento italiano. Cattaneo era contrario al conservatorismo filomonarchico dei moderati, ma anche alle posizioni radicali del Mazzini. Egli condivideva l’ideale democratico e repubblicano e l'ostilità verso un processo d'indipendenza che fosse guidato dai sovrani. Concepiva però la futura Italia non come uno Stato unitario, ma come una federazione di Stati ( simile alla Svizzera e agli Stati Uniti), capace di salvaguardare l’autonomia e la specificità delle diverse realtà locali. Il federalismo, infatti, prevedeva un centro che decidesse sugli aspetti politici più importanti, secondo una linea comune a tutti, ma al tempo stesso, salvava l'autonomia decisionale e la sovranità delle varie componenti, ognuna delle quali era indipendente dalle altre. Anche i moderati in realtà avevano parlato di federalismo, ma era un altro tipo di federalismo rispetto a quello professato da Cattaneo. I moderati prevedevano la monarchia, anche se costituzionale; Cattaneo prevedeva la forma repubblicana e il suffragio universale.

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