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Nazismo - Campi di lavoro

Già prima della Seconda guerra mondiale esistevano in Germania diversi campi di lavoro. In seguito all’avanzata tedesca, nei lager vennero rinchiusi donne e uomini di nazionalità diverse: particolarmente numerosi erano gli ebrei, rastrellati (portati via con la forza) in tutti i paesi europei, ma vi erano anche soldati polacchi o russi presi prigionieri, partigiani di diverse nazionalità, zingari, omosessuali, testimoni di Geova. Al loro arrivo nel campo, i prigionieri subivano una prima selezione: solo gli uomini e le donne giovani e dall’aspetto sano (circa il 25% ad Auschwitz, il più famoso dei lager nazisti) venivano inviati al lavoro. Gli altri (anziani, malati, bambini) venivano immediatamente eliminati nelle camere a gas. Ai prigionieri che non venivano eliminati subito erano assegnati lavori da svolgere nel campo o nelle fabbriche vicine. Nel corso della guerra infatti le industrie tedesche, in particolare quelle belliche, potevano utilizzare una manodopera a bassissimo costo (dovevano solo pagare una quota per i prigionieri alle SS), che veniva sfruttata fino all’esaurimento delle forze. Poi, i prigionieri che non erano più in grado di lavorare venivano eliminati nelle camere a gas e sostituiti con i nuovi lavoratori. Oltre ad aumentare la produzione, il lavoro nei lager permetteva di raggiungere un altro obiettivo considerato ugualmente utile dai tedeschi: lo sterminio delle razze considerate inferiori (ebrei in primo luogo, ma anche zingari e slavi) e degli oppositori. La vita media di un prigioniero in lager era inferiore ad un anno, perché l’alimentazione era insufficiente, gli abiti troppo leggeri per riparare dal freddo intenso dei mesi invernali, le condizioni igieniche disastrose perché i prigionieri spesso dormivano in due o tre per letto e non avevano sapone per lavarsi, i ritmi di lavoro massacranti anche per persone bene alimentate. Fatica, freddo, fame, malattie portavano rapidamente alla morte.

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