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La decolonizzazione


Quando parliamo di decolonizzazione ci riferiamo al processo di abbandono dei possedimenti coloniali da parte delle potenze europee e alla nascita di decine di nuovi stati indipendenti.
Questo processo globale si accompagnò a un radicale mutamento delle relazioni internazionali ed ebbe, come causa e risultato, la fine della centralità europea nella storia mondiale.
Perciò la decolonizzazione venne intesa soprattutto come segno del declino dell’Europa.
Le origini della decolonizzazione affondano nella Prima guerra mondiale e nei trattati che la chiusero. Le popolazioni delle colonie di Francia e Regno Unito avevano partecipato al conflitto, fornendo il proprio apporto economico e combattendo insieme alle truppe della madrepatria: era venuta così in contatto con culture e idee politiche europee, come il nazionalismo (ideologia o prassi ispirata all'esaltazione del concetto di nazione). Gli stessi governi avevano poi affermato il principio di autodeterminazione delle genti che sancisce l'obbligo a consentire che un popolo sottoposto a dominazione straniera possa determinare il proprio destino in uno dei seguenti modi: ottenere l'indipendenza, associarsi o integrarsi a un altro stato già in essere, o, comunque, a poter scegliere autonomamente il proprio regime politico.
Tutte le lotte locali per l’indipendenza, da allora in poi, in Asia e Africa, si sarebbero fondate sul principio di autodeterminazione e sul mito del nazionalismo.
Il nazionalismo dei popoli coloniali nasceva dal desiderio d’ascesa sociale e politica delle comunità locali che dovevano lottare contro le amministrazioni coloniali. Per questo motivo, creatori e primi sostenitori dell’ideologia nazionalista furono nei Paesi sottomessi gli esponenti della borghesia coloniale e gli intellettuali.
Tale borghesia espresse però a lungo un nazionalismo che non contemplava il rigetto assoluto dell’ordine esistente ed era tutt’altro che ostile ai compromessi con la potenza coloniale dominante. Nei territori sottoposti al loro governi, le potenze europee avevano infatti costruito un forte tessuto sociale ed istituzionale di collaborazione con le élite locali. Agli occhi di questo, l’evidente sfruttamento economico operato dalla madrepatria veniva compensato da indubbi vantaggi (costruzione di infrastrutture, creazione di scuole ecc.). l’alleanza si ruppe quando alla consapevolezza dei propri diritti e della propria forza sia aggiunse una profonda incertezza sulle prospettive di sviluppo economico, sociale e politico. Le potenze europee si mostrarono infatti incapaci di varare piani di crescita che permettessero alle società locali di passare da un’economia essenzialmente agricola a un’economia avanzata, tale da sostenere l’enorme incremento demografico dei popoli sottomessi. In questo quadro politico gli stati dominanti cominciarono a introdurre misure per avvicinare le popolazioni coloniali all’autogoverno amministrativo e politico.
In un secondo momento, la decolonizzazione ricevette un’ulteriore spinta decisiva dalla Seconda guerra mondiale, alla base della quale si posero decisivi fattori economici.
Territori e popolazioni vennero chiamati durante la guerra dell’Europa alla mobilitazione intensa delle risorse. Questo processo favorì l’evoluzione delle economie locali: nuove industrie nacquero per esempio in India, mentre l’Africa compiva un passo avanti e veniva attirata nell’orbita degli scambi monetari internazionali. La modernizzazione e l’arricchimento realizzati in agricoltura consentirono il passaggio delle élite rurali agli investimenti urbani, e generarono una fusione di interessi tra ceti ricchi delle città e delle campagne, tutti desiderosi di ascesa sociale. Ma i risvolti negativi dell’economia di guerra, come l’inflazione, causarono l’inquietudine della piccola borghesia, rendendo difficile l’accesso delle masse ai generi di largo consumo.
L’insieme di tali fattori incrinò la collaborazione tra Europa e popolazione delle colonie, e permise ai movimenti nazionalisti di allargare le proprie basi. Le stesse potenze coloniali si resero conto che lo sfruttamento diretto delle risorse locali diventava controproducente: esse non erano in grado di sostenere i costi legati al governo e al controllo dei territori. Mentre la mancata crescita economica e sociale delle colonie di ritorceva inesorabilmente, attraverso lo sviluppo degli indipendentismi, contro gli occupanti.
Eccezione di questo processo fu il Giappone. Infatti la rapida espansione economico militare di Tokio, e la creazione di una grande sfera di <<coprosperità asiatica>> che inglobava l’intero sud-est dell’Asia, allontanarono o addirittura cancellarono la presenza europea.
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